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Gianni Fantoni in una scena dello spettacolo teatrale "Fantozzi. Una tragedia" in scena al Teatro Carcano di Milano dal 12 al 15 marzo
S’è fatto icona e modo di dire, maschera e personaggio, mescolando commedia e tragedia, vis comica e riflessione sociale. Fantozzi è nato nel 1971 quando Rizzoli pubblicò il primo libro scritto da Paolo Villaggio (ne ha scritti 32, perché oltre ad essere un grande attore era anche un grandissimo scrittore) e ispirato alle sue “avventure”. Ma dal punto di vista televisivo Fantozzi era nato nel ‘68, quando la Rai mandò in onda il programma Quelli della domenica dove Villaggio quelle “avventure” le raccontava a voce. E dal punto di vista teatrale era nato anni prima, in un giorno imprecisato, quando Villaggio aveva cominciato a raccontare sempre quelle stesse “avventure” in teatro, al cabaret romano Cab37 e prima ancora chissà dove, chissà quando. Villaggio non sapeva dirlo con sicurezza. E concludeva che dal punto di vista aziendale – sì, è la parola giusta – Fantozzi era nato quando Villaggio lavorava alla Italimpianti di Genova e un suo collega aveva quel cognome destinato a diventare una categoria dello spirito e un aggettivo della lingua italiana: “fantozziano”, registrato nell’Enciclopedia Treccani, come “felliniano”. Capita davvero a pochi.


Il resto è storia: Fantozzi, il primo film della saga uscito nel 1975 con la regia di Luciano Salce incassa al cinema sei miliardi di lire, umilia i colossi di Hollywood e crea una saga da otto sequel, terminata da Fantozzi 2000 La clonazione (1999). Dal teatro, il Cab37, al cinema e ritorno. Sì, perché Fantozzi, come tutte le grandi maschere della commedia dell’arte, non muore mai. E in teatro ha trovato una seconda vita. Merito dello spettacolo Fantozzi. Una tragedia, diretto da Davide Livermore con Gianni Fantoni nel ruolo del celebre e sfigato ragioniere che porta in scena tutta la sua comicità feroce e malinconica. Lo spettacolo, che ha debuttato nel 2024 a Genova, torna a Milano al Teatro Carcano (dal 12 al 15 marzo) e rilegge gli episodi più celebri dei primi libri dedicati a Fantozzi come una vera e propria tragicommedia contemporanea. Insieme a Fantozzi ritroviamo Pina, Mariangela, i colleghi Filini, Calboni, la signorina Silvani, la contessa Serbelloni-Mazzanti-Viendalmare, L’Onorevole Cavaliere Conte Catellani, interpretati rispettivamente da Cristiano Dessì, Lorenzo Fontana, Rossana Gay, Marcello Gravina, Simonetta Guarino, Ludovica Iannetti, Valentina Virando
Fantoni, come si spiega il grande successo di questo spettacolo?
«Merito della grande qualità della scrittura di Paolo Villaggio il quale oltre ad essere un comico strepitoso era anche uno scrittore straordinario. È stato in grado di cambiare il linguaggio di una nazione, di inserire nel dizionario italiano parole che ha inventato lui, meriterebbe il Nobel per la letteratura. Quando uno riesce a essere un classico così radicato, diventa immortale».
Chi è il ragioniere Ugo Fantozzi?
«L’archetipo dello sfigato che esisterà sempre finché esisterà l’uomo. Anzi, mi sembra che andando avanti gli sfigati aumentino. Non sono più solo gli impiegati schiacciati dal sistema di una grande azienda: oggi sono quelli schiacciati dalle grandi multinazionali informatiche. Pensiamo ai rider che portano il cibo a casa, ai lavoratori dei call center. Molti credono di essere più “fighi” solo perché hanno molti follower sui social, ma poi si fanno i selfie con i filtri per avere i denti più bianchi, il naso rifatto, la faccia più gonfia. In realtà siamo tutti molto più Fantozzi di cinquant’anni fa. E paradossalmente il ragionier Ugo Fantozzi di allora, rispetto a oggi, era quasi un milionario: aveva uno stipendio fisso, le ferie pagate, la pensione garantita, manteneva moglie e figlia e andava in vacanza. Oggi se ci proponessero una cosa del genere penseremmo a uno scherzo. La situazione è davvero drammatica».


Addirittura.
«Fantozzi si è moltiplicato. Penso spesso al fatto che la nostra vita è piena di oggetti. Una volta, se ti si rompeva la mitica Bianchina, potevi aggiustarla andando al meccanico delle biciclette. Oggi le macchine sono talmente complesse che nemmeno le officine riescono a ripararle facilmente. Più oggetti ci sono, più cose si rompono. Henry Ford, quando nel 1908 fece il modello T, lo progettò molto semplice. Gli chiesero perché, e lui rispose: “Perché quello che non c’è non si rompe”. Oggi siamo circondati da oggetti complicatissimi. Io, che ho lavorato nell’informatica da giovane, mi rendo conto di usare forse il 10% delle funzionalità dello smartphone che ho in tasca. Abbiamo lavastoviglie complicatissime. Più tecnologia abbiamo, più siamo travolti. Adesso c’è anche ChatGPT che può darci una mano, ma fra cinque minuti magari ci dirà: “Spostati, ci penso io. Domani vai a comprarmi delle pile”. Saremo sempre più schiacciati».
Se dovessimo immaginare Fantozzi oggi?
«Semplice: basterebbe farlo camminare per strada ed è già rovinato. Non trova parcheggio, cade nelle offerte-truffa, compra qualcosa online pensando sia un’auto a 10.000 euro e gli arriva la foto della macchina. Le truffe sono molto più sofisticate. Per questo Fantozzi è immortale: perché la sua condizione è diventata la condizione di molti».
Qual è invece il suo aspetto tragico?
«Il fatto che capisca che non potrà vincere la sua battaglia quotidiana. Sa di essere condannato alla sconfitta, ma continua a lottare lo stesso. E questo è profondamente tragico: la condanna alla sconfitta perpetua, con la consapevolezza di non potercela fare. Molte persone non accettano la sconfitta: pensano di poter conquistare un posto al sole. Ma il “posto al sole” non esiste, è uno sceneggiato tv, oppure lo hanno in pochissimi al mondo».
Come si evita la semplice imitazione di un personaggio così complesso?
«L’imitazione è bidimensionale: riproduci un suono senza metterci il tuo colore personale. Diventi un bravo campionatore, quello che io chiamo il talento del merlo indiano, un animale, che si chiama anche gracula religiosa, che se lo tieni in casa dopo una settimana ripete le frasi che dici tu con la tua voce, ma non sa cosa sta dicendo.
L’interpretazione invece è tridimensionale: parti da alcune caratteristiche vocali o interpretative e ci aggiungi il tuo vissuto. Io ho un vissuto molto simile a quello di Fantozzi: non solo per l’aspetto fisico ma perché sono ragioniere anch’io e ho lavorato in ufficio all’inizio della mia vita. Quindi ho dei punti di contatto con lui. E poi, purtroppo, fisicamente negli anni gli sono somigliato sempre di più. Per questo riesco a viverlo dall’interno molto più facilmente di quanto potrebbe fare, per dire, Alain Delon o Timothée Chalamet».
Da ragioniere a personaggio televisivo.
«La svolta è arrivata quando ho capito che volevo fare solo questo mestiere. È successo una mattina mentre andavo a lavorare a Bologna: io sono di Ferrara e vendevo computer. Avevo già partecipato come concorrente a Stasera mi butto, che all’epoca era una grande occasione per i giovani imitatori. A un certo punto mi sono chiesto: “Cosa voglio fare davvero?”. L’università la facevo per i miei genitori, ma non mi interessava. Vendere computer avrebbe arricchito l’azienda per cui lavoravo, non me. Quello che mi piaceva davvero era esibirmi. Così, arrivato in ufficio, mi sono licenziato. Poi ho avuto anche fortuna: nel 1990 ero tra i concorrenti di Stasera mi butto condotto da Gigi Sabani e due anni dopo conducevo Striscia la otizia con Ezio Greggio. È stato un salto nell’iperspazio».


Che tipo era Paolo Villaggio?
«Un genio ma si annoiava molto a sentirsi dire quanto fosse geniale. Per questo metteva spesso alla prova l’interlocutore con toni burberi e anche poco amichevoli. L’ho conosciuto nel 1991 e l’ho frequentato a sprazzi negli anni. Ho anche partecipato all’ultimo film della saga, Fantozzi – La clonazione, uscito nel 1999. E negli ultimi anni della sua vita l’ho frequentato di più, perché ho comprato personalmente i diritti per portare Fantozzi a teatro. Quando mi dicono: “Ti sei conquistato l’eredità di Fantozzi”, rispondo sempre: “No, l’ho pagata”. È l’unica eredità in cui l’erede paga».
Cedendole i diritti l’ha “investita” del ruolo?
«Lui sapeva che lo imitavo bene, quindi partivo avvantaggiato. Però mi disse chiaramente: “È la mia vita, non posso darla a chiunque. Devo essere sicuro che non venga maltrattata”. Ci siamo visti molte volte, parlando dello spettacolo. All’inizio doveva essere addirittura un musical, poi è diventato uno spettacolo di prosa. Piano piano si è convinto che non fossi un pazzo generico ma un pazzo specifico. E forse è per questo che si è fidato».
Villaggio si sentiva “schiacciato” dal personaggio di Fantozzi?
«No, era la sua vita. Magari avrebbe potuto fare qualche film in meno, come lui stesso ha ammesso. Il problema è che Villaggio non era solo un grandissimo comico: era soprattutto un grande scrittore. E purtroppo la sua fama di comico ha messo in ombra la sua grandezza letteraria».
Quali episodi vengono portati in scena nello spettacolo?
«Quelli più famosi: la partita a tennis con Filini, la partita di biliardo, la Corazzata Potemkin, l’autobus preso al volo per andare al lavoro. Ma c’è una scena a cui tengo molto: quando Fantozzi scopre di saper volare. È un episodio presente nei libri ma mai portato al cinema. Io e Davide Livermore abbiamo avuto l’idea nello stesso momento e lo abbiamo portato in scena: è una piccola esclusiva teatrale di cui siamo molto fieri».
Non c’è il rischio per il pubblico di provare una sensazione di déjà-vu?
«No, perché non facciamo una brutta imitazione di qualcosa già visto. Facciamo un Fantozzi in un universo parallelo. È uno spettacolo senza scenografie tradizionali: tutti i rumori vengono prodotti dagli attori in scena, me compreso. È come una partitura orchestrale in cui gli strumenti siamo noi. Non è paragonabile al cinema: è proprio un’altra cosa».
C’è qualche apprezzamento del pubblico che le ha fatto piacere?
«La cosa che mi rende più felice è quando dicono di aver ritrovato il Fantozzi autentico, senza rimpiangere quello del cinema. E soprattutto quando restano stupiti dalla nostra messa in scena».
La sua battuta preferita?
«“Batti lei” della famosa partita a tennis all’alba con Filini. La prima volta che l’ho sentita ho riso tantissimo. Ancora oggi, quando la faccio in scena, devo trattenermi».




