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Gianni Morandi mostra la sua mano destra, dove sono ben visibili i segni di profonde ustioni. «Vedi quella collinetta là in fondo? Ero andato lì per bruciare un po’ di sterpaglie. Sono inciampato e di colpo mi sono ritrovato a terra, in mezzo alle braci ardenti. Non so come, ma mentre con una mano cercavo di proteggermi il viso, con l’altra ho afferrato un ramo. Era in fiamme, ma sono riuscito lo stesso a tirarmi su. Ci ho messo più di mezz’ora per tornare a casa, così tutto bruciacchiato. È stata davvero brutta, ma sono vivo».
Due anni dopo quell’incidente, nella primavera del 2023, Morandi con il suo sorriso smagliante dalla copertina di Famiglia Cristiana inaugurava la nuova veste del nostro giornale. Sono passati altri tre anni e ci incontriamo di nuovo assieme ad altri colleghi della stampa, questa volta direttamente a casa sua, una villa immersa nei colli bolognesi tra pini e uliveti.


Gianni Morandi con i giornalisti invitati a casa sua per presentare il nuovo tour
L’occasione è il lancio del suo nuovo tour che parte il 15 aprile (qui tutte le date) accompagnato da un nuovo trascinante singolo, Monghidoro, scritto dal suo amico Jovanotti, che prende il nome dal borgo che si trova a una quarantina di chilometri da qui e dove il cantante è nato e cresciuto. Ed è proprio Lorenzo Cherubini a fare capolino per un saluto dal cellulare di Gianni.
Una telefonata breve, perché, spiega Morandi, «Lorenzo deve andare a fare la fisioterapia». Cure necessarie dopo il grave incidente in bici di tre anni fa, per riprendersi al meglio anche in vista del nuovo tour. Concerti che farà pure il suo amico Gianni, in giro nei palasport d’Italia fino alla fine di maggio, e che sono quasi ovunque già tutti esauriti. Ma questa giornata è lontanissima dalle liturgie promozionali dei normali incontri con la stampa. Abbiamo avuto la possibilità di chiacchierare con lui e con la moglie Anna Dan come se fossimo degli amici ospiti a pranzo da loro. Anna, in particolare, si è illuminata quando abbiamo notato, scritta a penna su un muro, una sequenza di date, accompagnate da numeri: «Sono le altezze di nostro figlio Pietro. Quando era bambino temeva di restare piccolo. E allora noi scrivevamo su questo muro la sua altezza: abbiamo iniziato nel 2009, quando aveva 12 anni, e siamo andati avanti fino al 2020. Due anni fa qui è arrivata l’alluvione e abbiamo dovuto imbiancare tutto. Ma questo muro lo abbiamo lasciato com’era».
Quel bambino ora, con il nome di Tredici Pietro, è diventato un rapper molto bravo che quest’anno ha debuttato a Sanremo. «Scrive testi bellissimi», dice con orgoglio la mamma. E il papà, con cui ha duettato proprio al Festival sulle note di Vita, incisa da lui con Lucio Dalla, cosa dice? «Ripeto quello che mi ha detto lui: “Papà, vieni. Non mi importa se scriveranno ancora una volta che sono un raccomandato: è un regalo che voglio farmi”. E allora io sono andato».
L’idea di un tour è nata per celebrare i 60 anni di una sua storica hit, C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. Gianni l’ha cantata da poco in Tv nel programma di Fabio Fazio, accompagnandosi con la chitarra. Alla fine dell’esibizione, ha chiesto scusa all’altro chitarrista che era con lui per un errore fatto. Episodio che ora spiega così: «Ho sbagliato un passaggio perché ero abituato a farla in una tonalità più alta. L’ho ammesso davanti a tutti per rispetto al musicista che stava con me. E perché Lucio Dalla mi ha insegnato che ogni errore si può trasformare in uno show. Una volta, durante un concerto, andò via la luce. Lui allora accese una candelina, prese il suo clarinetto, lo smontò e iniziò a giocarci. Il pubblico impazzì. Quanti ricordi ho con lui. La mattina dopo i concerti, quando mi svegliavo non lo trovavo mai: ovunque fossimo, gli piaceva andare presto a visitare chiese e musei».
Quel tour con Dalla della fine degli anni ’80 consacrò la rinascita di Morandi dopo un lungo periodo buio che si interruppe con una canzone che, confessa Gianni, ancora oggi quando la canta gli dà i brividi: Uno su mille. «Le parole iniziali, “Se sei a terra, non strisciare mai”, pesano come mattoni. Avevo poco più di trent’anni e non mi chiamava più nessuno. Un giorno incontrai un amico chitarrista, Mario Gangi, che mi fulminò: “Se non sai cosa fare, vai al Conservatorio e mettiti a studiare la musica, che non sai nemmeno una nota”, “Figurati se prendono me, alla mia età!”, risposi. “Prova al corso di contrabbasso: lì ci sono poche richieste”. Ho seguito il suo consiglio, mi sono diplomato in contrabbasso e una volta ho anche suonato la Quinta di Beethoven all’isola di Man con 800 contrabbassisti arrivati da tutto il mondo. Ma, soprattutto, al Conservatorio ho imparato a cantare grazie all’insegnante di canto corale fissato con Bach. E ho imparato a fare il padre dei miei primi due figli, Marco e Marianna, che prima avevo un po’ trascurato».
Dopo un pranzo che più emiliano non si può a base di tortellini, salumi di tutti i tipi, la zuppa inglese «che solo a Bologna sanno fare bene» e il caffè preparato rigorosamente con la moka, c’è ancora tempo per chiacchierare un po’. Gianni mostra di nuovo il suo giardino dove ha ricavato una pista ad anello lunga circa un chilometro in cui va a correre. A parte questo, gli chiedo qual è il segreto della sua forma fisica. «Fai come me», risponde. Allora si inginocchia con la schiena dritta contro un muro: «Bisogna restare così, come se fossi seduto, per almeno tre minuti per mantenere le gambe buone». Io ci provo, ma dopo una ventina di secondi mi rialzo dolorante. Lui invece resta lì. Va bene, ma chi te lo fa fare di andare ancora in giro tutte le sere a cantare? «Il mio modello è Charles Aznavour. È morto a 94 anni. E il giorno dopo aveva in programma un concerto».




