In giornata era giunta la notizia di un malore che lo aveva colto nella sua casa, si parlava di un problema al cuore. Pochi minuti fa la notizia della morte di Gigi Riva, uno dei simboli del calcio italiano degli anni Sessanta e Settanta. DI seguito l'intervista che ci diede pochi mesi fa il figlio Nicola in occasione dell'uscita del documentario Nel nostro cielo un rombo di tuono

 

Il suo nome è Nicola Riva. Un cortocircuito tra Fabrizio De André e Gianni Brera lo direbbe figlio di un temporale. Quando è nato, nel luglio 1976, suo padre, Gigi Riva, aveva smesso di far grandinare gol da qualche mese. Eppure oggi, anche se non lo ha mai visto giocare, se non nei rari filmati d’epoca, spesso gli fa da tramite con il mondo quando la ritrosia prevale. Cioè molto spesso. “Giggirriva” l’ha appena vinta per raccontarsi in Nel nostro cielo un rombo di tuono, documentario scritto e diretto da Riccardo Milani e nel libro Mi chiamavano rombo di tuono, scritto per Rizzoli con Gigi Garanzini.

Già troppo per un gran lombardo (di Leggiuno) che ha toccato terra in Sardegna, facendone la sua casa per sempre, quasi che la sua riservatezza scabra fosse stata scavata davvero nelle miniere del Monte Genis anziché in una famiglia segnata precocemente da una scia di lutti che verrebbe da definire pascoliana: «L’amore tra papà e la Sardegna», racconta Nicola con un accento sardissimo, «non è stato un colpo di fulmine. Nell’immaginario del Nord era un posto dove si finiva per punizione, dove non aveva scelto di andare. Ma si somigliavano già, lui e i sardi, nella riservatezza, nella grande dignità d’animo, loro diffidenti per indole, lui per destino: se a 17 anni hai già perso padre, madre e una sorellina ci metti un po’ a lasciarti andare. Però i sardi quando si fidano ti danno l’anima e non ti lasciano più. E così fa mio padre. Qui ha trovato una famiglia, dopo quella perduta in continente, per questo io sono convinto che in cuor suo sia sempre stato certo che non se ne sarebbe andato per tutto l’oro del mondo. E così ha fatto».

L’oro del mondo non è un modo di dire: la Juventus nel 1973 offrì al Cagliari in cambio di Riva sei giocatori, tra cui Bettega, Gentile e Cuccureddu, più un conguaglio che sfiorava i due miliardi. Riva disse di no: «All’epoca un giocatore non aveva voce in capitolo, erano le società a decidere. Ma mio padre non è tipo da subire le decisioni che lo riguardano. I soldi sanno essere convincenti, ti fanno fare tante cose. Ma mio padre è sempre stato anticonformista». Nel libro definisce quella proposta “oscena” e, più che la cifra, l’aggettivo qualifica l’uomo che lo adopera: «Nemmeno sulle sue due gambe rotte, date alla patria con la Nazionale, ha mai amato che si facesse retorica, le considerava un incerto del mestiere, sapeva che le cose gravi nella vita sono altre. Penso che la cosa con cui non ha fatto pace sia stato il fatto di aver perduto sua madre proprio quando, grazie al pallone che allora non sembrava un mestiere, sarebbe stato in grado di ripagarne un poco i sacrifici. Viene da quel rimpianto l’ombra di tristezza che da sempre lo accompagna. A noi figli non raccontava tanto, ci ha trasmesso il valore della conquista, il rispetto degli altri, la coerenza e l’onestà intellettuale. Credo c’entrasse il bisogno di proteggerci, di crescerci fuori dall’ombra dei “figli di”».

Il suo mito rimbalzava in casa riflesso dagli altri: «Solo crescendo ho cominciato a chiedergli e il nostro rapporto padre-figlio è cresciuto. Per un po’ quando ero piccolo è stato “Giggirriva” anche per me: quando vedevo filmati, di rado perché dovevi aspettare che la Tv li mandasse, mi commuovevo... Il mio ricordo d’infanzia più bello è legato alle estati che passavamo insieme nella casa di vacanza a S’oru e mari, appartata come piace a lui: ci aveva messo un campo di calcetto d’erba sintetica, quando ancora nessuno la conosceva. Era il momento in cui l’avevamo tutto per noi». Un’esclusiva non facile per un’icona che non tramonta: «Da quando sono nato, incontro persone che mi raccontano episodi di campo di mio padre che hanno scandito la loro vita. Accade perché il Cagliari che, grazie ai gol di Riva, andava a vincere a Torino o a Milano, rappresentava più di una partita di calcio: era la rivincita dei migranti sardi cui non si affittavano volentieri le case. È questo ruolo di “ambasciatore” in tempi non sospetti la cosa che lo rende fiero, anche ora che il mondo ha scoperto le meraviglie della Sardegna».

E se “Giggirriva”, 52 anni dopo l’ultima rete, è ancora “Giggirriva”, è perché quell’11 rossoblù, più che una maglia, era la pelle della Sardegna portata sulle spalle da un uomo-isola, che non dimentica e non si lascia dimenticare.