di Guido Marangoni

Ho appena finito di vedere il film I figli della scimmia e mi è rimasta addosso una sensazione strana: una certa scomodità che, quasi senza accorgermene, ha cominciato ad assomigliare alla libertà.

Il film racconta una cosa che ogni genitore conosce, ma che spesso si fatica ad ammettere: prima ancora che un figlio arrivi, in qualche modo lo abbiamo già immaginato. Abbiamo immaginato di parlargli, condividere passioni, riconoscere qualcosa di noi nei suoi gesti. Poi il figlio arriva davvero e, per fortuna o benedizione, non è mai quello che avevamo immaginato.

Nel film questa distanza è resa più evidente dalla disabilità di Enrico, interpretato da uno strepitoso Andrea Aggio, figlio di Dario, affidato a un Riccardo Scamarcio davvero solido. Ma sinceramente non credo che la disabilità sia il centro della storia. La disabilità fa quello che spesso, anche nella mia vita, le ho visto fare: diventa una lente d’ingrandimento, quasi una moviola che rallenta una scena e ci permette di osservare meglio un qualcosa che non riguarda le famiglie con disabilità, ma tutti.

Riccardo Scamarcio e Tommaso Aggio in I figli della scimmia
Riccardo Scamarcio e Tommaso Aggio in I figli della scimmia

Riccardo Scamarcio e Tommaso Aggio in I figli della scimmia

Quel figlio immaginato, di solito, non esiste. Rimane dentro di noi, mescolato alle aspettative e alle vite che avevamo cominciato a scrivere per lui. Nel film, invece, sembra prendere corpo in un altro ragazzo e allora diventa possibile rincorrerlo. C’è un dialogo che mi è rimasto nella mente. Dario e suo fratello cercano il nipote, scappato di casa. Dario insiste: «Cerchiamolo ancora un po’». E il fratello risponde: «Ma dove vuoi cercarlo? Non lo conosco». Non lo conosco. Forse è una delle frasi più vere e amaramente belle che un genitore possa dire di un figlio. Ma soprattutto mi è rimasto addosso quel: dove vuoi cercarlo? Se continuiamo a cercare i nostri figli dentro l’idea che ci eravamo fatti di loro, rischiamo di non trovarli mai. Non perché si siano persi, ma perché li stiamo cercando nel posto sbagliato.

Dario prova poi a spiegare al fratello che quel ragazzo sarà diverso da lui e che forse il compito di un padre non è indicargli chi dovrà diventare, ma stargli vicino mentre lo scopre da solo. Sta parlando a suo fratello, ma forse parla anche a sé stesso.

Tommaso Landucci, nella sua regia davvero notevole, tende una piccola trappola. Vediamo un padre con un figlio con una disabilità importante e possiamo pensare: che bravo papà. E convincerci che quella storia non ci riguardi. Mio figlio non ha una disabilità. E invece lo sentiamo visceralmente che riguarda ognuno di noi più di quanto possiamo immaginare o vogliamo allontanare… nessun figlio è il figlio che avevamo immaginato. Anche quello che ci assomiglia, prima o poi farà qualcosa di inatteso, sarà qualcosa di inatteso, anzi lo è già anche se non ce ne accorgiamo.

Forse essere genitori significa non cercarlo più dove lo avevamo immaginato. Perché il figlio ideale ha un grande difetto: nella realtà non esiste. Ed è quando smettiamo di rincorrerlo che possiamo finalmente incontrare nostro figlio. Qualche passo più in là, in un luogo che non conosciamo, intento a diventare qualcuno che non ci appartiene. Una persona che continuerà ad avere bisogno di noi, soprattutto della nostra benedizione, ma anche delle nostre scuse per averlo cercato dove non c’era. Scoprendo, magari, che anche noi avevamo bisogno che fosse così com’è.