C’è una scena in I figli della scimmia che racchiude tutto il senso del film. Dario, il protagonista interpretato da Riccardo Scamarcio, accompagna il nipote Giacomo a una gara di motocross, sport che aveva praticato da giovane. Lì incontra alcuni vecchi amici che gli dicono quanto sia bello trasmettere la propria passione ai figli.

Dario tace, non rivela che è solo lo zio di quel ragazzo, figlio di suo fratello. Lui un figlio ce l’ha, si chiama Enrico, ma non potrà mai fare motocross perché ha una grave disabilità fin dalla nascita e i medici non sanno per quanto tempo potrà continuare a vivere.

Il titolo del film, che dopo la presentazione alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti esce nelle sale dal 17 settembre con Medusa, deriva da una favola di Esopo in cui una scimmia che aveva due cuccioli amava e nutriva solo il preferito. Dario invece ama profondamente il suo Enrico e però al tempo stesso vede in Giacomo il figlio che avrebbe desiderato avere e con cui vuole passare più tempo possibile. Un cortocircuito emotivo che si riverbera sugli equilibri delle due famiglie coinvolte, rischiando di travolgerle.

Riccardo Scamarcio a Venezia alla presentazione del film I figli della scimmia
Riccardo Scamarcio a Venezia alla presentazione del film I figli della scimmia

Riccardo Scamarcio a Venezia alla presentazione del film I figli della scimmia

(ANSA)

Il film è diretto da Tommaso Landucci, che dimostra una maturità notevole per essere al suo primo lungometraggio. Nelle note di regia rivela che, parlando con alcuni genitori che hanno figli disabili, «mi ha colpito scoprire che spesso, prima del dolore per un figlio nato con una disabilità, arriva quello di una perdita: il lutto per l’“altro figlio”, quello immaginato e atteso durante la gravidanza, al quale devono dire addio prima ancora di averlo incontrato. E allora mi sono chiesto: cosa accade a un padre se poi quel figlio compare?». «Il pregio maggiore di questo film», spiega Scamarcio, «è che non è ricattatorio verso lo spettatore, non cerca la facile commozione, ma affronta con profondità e delicatezza una domanda che per molti genitori che hanno figli disabili è un tabù: perché è successo proprio a me? È un film in cui ciò che i personaggi non dicono, neanche a sé stessi, è più importante di ciò che dicono. Io ho empatizzato molto con Dario, il mio personaggio, un uomo che vorrebbe riuscire a tenere sempre tutto insieme, il suo ruolo di padre e di marito da una parte e quello di zio e di fratello dall’altra, ma poi combina un sacco di casini. E tutto il film è costruito sui chiaroscuri, su cose che accadono perché devono accadere, come nella vita vera».

Com’è stato lavorare con Andrea Aggio, il ragazzino che interpreta Enrico?

«Ancora adesso faccio fatica a non commuovermi se ci ripenso. Nel film ci sono molti primi piani bellissimi di me e lui. Andrea aveva un’energia pazzesca, rideva sempre e al tempo stesso non era mai soddisfatto. Voleva sempre rifare una scena un’altra volta perché non gli sembrava fosse venuta bene. Però poi accadeva spesso che, mentre giravamo, lo facessi ridere e allora si distraeva e io lo riprendevo: “Non ridere: altrimenti la dobbiamo rifare davvero”. Insomma, siamo stati colleghi veri e lui è un vero attore».

Riccardo Scamarcio e Andrea Aggio controllano il girato di I figli della scimmia con la troupe
Riccardo Scamarcio e Andrea Aggio controllano il girato di I figli della scimmia con la troupe

Riccardo Scamarcio e Andrea Aggio controllano il girato di I figli della scimmia con la troupe

Lo definiresti un bambino felice?

«Sì, Andrea è felice come Enrico, il bambino che interpreta nel film. Per tutto il periodo in cui è stato con noi era di gran lunga la persona più felice di tutte. E questo inevitabilmente ti porta a riflettere sulle nostre vite, sull’importanza che diamo a problemi che sono risolvibili, mentre ci sono persone come lui che convivono con un problema che è irrisolvibile e però riescono lo stesso a essere felici».

Nel film ci sono scene in cui entri molto nella sua intimità: gli fai il bagnetto, lo prendi in braccio, gli dai da mangiare. È stato difficile per te girarle?

«No, perché io sono una persona molto fisica, non ho nessun problema nel toccare gli altri. E poi mentre stavo con lui immaginavo di trovarmi con mia figlia Emily che ha sei anni e mi ricordavo di tutte le volte che le ho fatto il bagnetto. Poi ovviamente devo ringraziare i genitori di Andrea che sono stati fondamentali: mi hanno spiegato le tecniche giuste per relazionarmi con lui».

Com’è fare il padre per te nella realtà?

«È la cosa più bella del mondo. Io avrei voluto diventarlo già a vent’anni, invece è successo a quaranta, ma va bene così. Mi sento proprio predisposto per fare il padre. Faccio di tutto per passare più tempo possibile con la mia piccolina e trasformare ogni incombenza in un’occasione di divertimento. Spesso le parlo come se fosse un’adulta e lei a volte mi stupisce: per esempio, capita che sono io a essere triste e lei sa come consolarmi».

Rivedi in lei degli atteggiamenti che tu avevi con tuo padre?

«Succede una cosa incredibile: lei mi fa le pernacchie sull’ombelico, esattamente come facevo io con mio papà. Ogni giorno, attraverso lei, rivivo la mia infanzia».