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Il regista Giacomo Campiotti, 69 anni, con una parte del cast di Il mio nome è Carlo. Da sinistra: Stefano Massari, Samuele Carrino, che interpreta Acutis, Nicki Passarella e Niccolò Festini Mira.


I suoi amici erano i primi a dirlo: Carlo Acutis era un piccolo “marziano”, più che un prete mancato. Era proprio come loro – amante dei videogiochi, della tecnologia, dei social, sportivo e pure piacente nell’aspetto – ma aveva quella domanda di felicità appiccicata addosso, che gli faceva guardare tutto in modo diverso. Ed è da qui, da questa suggestione di eccezionale normalità, che prende le mosse il film Il mio nome è Carlo, in onda il 27 settembre in prima serata su Canale 5: un omaggio per celebrare i vent’anni della morte di Acutis e un anno dalla sua proclamazione a santo.
Un ruolo. Ma soprattutto un incontro. In quei mesi in cui Samuele Carrino ha vestito i panni di Carlo Acutis, quel «cuore buono» che l’attore riconosceva come caratteristica principale del santo ha toccato anche lui. Lo ha interpellato nel silenzio dei ciak, tra una battuta e l’altra. «Sono sempre stato credente ma, dopo questo ruolo, ho capito che dovevo avere un occhio di riguardo in più per la mia fede. Se non posso andare in chiesa, per via degli impegni sul set, posso comunque ritagliarmi quei cinque minuti di dialogo con Dio: un momento prezioso, che dona una serenità profonda».
Nonostante la giovane età – compirà 17 anni il prossimo novembre – Samuele, pugliese di Gallipoli, è già un volto noto del grande e piccolo schermo: a 10 anni esordisce nella fiction Liberi di scegliere, accanto ad Alessandro Preziosi e con la regia di Giacomo Campiotti, nel 2024 interpreta il ruolo del protagonista nel film Il ragazzo dai pantaloni rosa, tratto dalla storia vera di Andrea Spezzacatena, suicida a causa del bullismo, e quest’anno è il personaggio principale di Il primo della classe, cortometraggio diretto da Andrea Ricciotti presentato al Festival del cinema di Venezia. Attualmente è sul set della serie Rai Il medico di tutti, con Rocco Papaleo, mentre al cinema vestirà i panni di un rapper nel film Piercing, presentato in anteprima al festival di Giffoni.
Di Carlo Acutis Samuele ha cercato di sottolineare la bontà: «Fare del bene è tutto fuorché un comportamento facile o banale, soprattutto in un’epoca come la nostra dove i ragazzi spesso si aggrediscono e il controllo sembra essere sfuggito di mano».


Ma raccontare la bontà di un santo senza trasformarlo in un santino era anche la sfida che si è posto il regista Giacomo Campiotti. «C’è chi avrebbe voluto che lo dipingessi il più bravo e buono possibile, mentre io ho cercato di essere più essenziale e vero perché i santi, come amava ripetere Karol Wojtyla sono dei peccatori che non si arrendono mai», spiega il regista Giacomo Campiotti, famoso per la serie La ricetta della felicità, di cui sta girando la seconda stagione, e il film Bianca come il latte, rossa come il sangue nonché specialista in agiografie televisive. Sue sono le biografie di Chiara Lubich, san Filippo Neri e Maria di Nazareth.
Nel palmares non poteva mancare il santo del momento?
«In realtà quelle che faccio io sono storie apparentemente fuori moda (salvo poi essere puntualmente apprezzate in tv dal pubblico, che le premia in ascolti). A ogni progetto è come se ripartissi da zero: mi devo riaccreditare agli occhi di tutti. Ma va bene così. Ho fatto una scelta di campo: pur avendo ricevuto una nomination ai Golden Globes (nel 1996, per Come due coccodrilli, ndr.) e due candidature ai Bafta, a un certo punto ho deciso di cambiare rotta, non fare film “miei” ma dare voce a personaggi che avessero qualcosa da dire più di me. Nel mio piccolo mi adopero per portare un po’ di luce in questo mondo dove si addensano nubi sempre più buie».
Il sorriso di Acutis è un bello squarcio tra le tenebre?
«Senza dubbio. Sono molto felice che abbiano pensato a me per la regia. Ho accettato volentieri perché Carlo non è solo il “santo dei giovani”, come lo hanno definito: è il santo giusto, al momento giusto, che interpella tutti».
In che modo?
«Riscrive il concetto di essere vincenti: il suo è un campionato diverso da quello che ci propone la società, e si gioca tutto sulla serenità. Fin da bambino era amico di tutti, spontaneo, e aveva una purezza nello sguardo e nella curiosità con cui esplorava la realtà. Tutti poi raccontano della sua grande moralità ma allo stesso tempo non era mai un pretino, né un moralista. Non apriva il cuore a chiunque perché non gli interessava il proselitismo fine a se stesso. Poi, certo, il passaggio più scioccante è l’accettazione del suo sacrificio: a 15 anni muore, nel giro di tre giorni, per leucemia. Si narra che in punto di morte abbia detto alla madre: “Dio mi sta dando una sveglia”. Una cosa del genere non può non fare riflettere».


Non c’è ingiustizia nella morte, nemmeno in quella prematura?
«Carlo ci ha dimostrato che la morte è una porta che non chiude ma spalanca: paradossalmente la sua è stata una vittoria, perché tutti i miracoli sono arrivati dopo la sua scomparsa. Lo stesso seguito che si è venuto a creare attorno a lui è esploso non mentre era in vita, ma dopo».
Era solito incalzare amici e parenti sul significato della felicità: una domanda dimenticata?
«Anche volendo, non potremmo scordarla perché siamo tutti alla ricerca della felicità: è un interrogativo che ci costituisce. Il problema semmai è la risposta che diamo: lì sta il grande fraintendimento. Da padre di cinque figli, che vanno dai 18 ai 12 anni, tocco ogni giorno con mano come la società cerchi di confondere la felicità con l’apparenza, il numero dei like, la ricchezza, il look giusto. È passata l’idea che è al di fuori da se stessi che si trova la realizzazione: noi “siamo” il nostro lavoro, il nostro status. Invece la felicità è dentro di noi, ha una dimensione spirituale e intima. Siamo però vicini a una svolta: cosa succederà, o meglio ancora, chi potremmo dire di essere nel momento in cui perderemo il lavoro per via dell’IA, le macchine ci sostituiranno e magari saranno persino più performanti di noi? Sarà un passaggio delicato, forse per molti scioccante, dove sarà fondamentale trovare il senso profondo delle nostre giornate».
La storia di Acutis dimostra che la Chiesa non deve per forza stravolgersi per parlare ai ragazzi del nostro tempo?
«Onestamente non farei di Carlo una bandiera del cattolicesimo conservatore. Sicuramente aveva dei valori, per lui era centrale il rapporto con l’Eucaristia (ripeteva: “È il modo che abbiamo per conoscere Gesù, il nostro migliore amico”) , ma allo stesso tempo tutti quelli che l’hanno conosciuto ripetono che era un ragazzo accogliente e non giudicante. Per esempio, nel film, un’amica gli confessa di essere attratta da due ragazzi e di aver baciato entrambi, ma Carlo più che rimproverarla l’accoglie: le dice che la capisce, perché tutti cerchiamo l’amore, per poi parlarle della gratuità di quello di Gesù, che nulla vuole in cambio».






