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Marina Rocco in "Io mi chiamo Maria Stuarda, al Teatro Parenti fino all'8 marzo
Maria Stuarda è una donna semplice. La sua è una storia semplice. Non ha nulla a che fare con i fasti e i velluti della leggendaria regina britannica. Il suo "titolo nobiliare" è un'ironia amara ereditata dal padre, il "re di Savoia", guadagnato proprio per la miseria estrema in cui versava. Maria Stuarda è una donna italiana, nata nel primo ventennio del Novecento. Non ha tavole imbandite né ha ricevuto un’educazione francese di alto lignaggio. La sua è una genealogia di fatica e silenzi. Sposa Michele, un uomo “brutto ma buono” che tutte le invidiano.
Arriva la Seconda Guerra Mondiale e Michele sparisce nell'infinito bianco della steppa russa. Rimasta sola, Maria deve imparare a combattere la fame. Un evento fortuito le apre le porte di una fabbrica di scarpe. E da qui il testo di Nicoletta Verna, Io mi chiamo Maria Sturda, al Teatro Parenti fino all’8 marzo, si apre a ventaglio su un’esistenza che riprende la parabola dei personaggi cinematografici e letterari più amati del secondo Novecento. Ma lo fa attraverso una struttura drammaturgica brillante che rifugge ogni vittimismo. In dialogo con il sassofono di Marina Notaro, Marina Rocco si mette in un ascolto viscerale del testo, vestendo i panni di Maria con un'interpretazione millimetrica. La sua forza sta nel restituire una parola straordinariamente densa pur mantenendo una facciata di semplicità estrema, quasi ingenua. L'attrice scandaglia e raccoglie il peso di ogni sillaba, portando il pubblico dentro la storia con una naturalezza disarmante.


Marina Notaro al sassofono.
Qui risiede tutta la potenza del testo: Maria Stuarda non propone riflessioni filosofiche né trae conclusioni morali. Si limita a porgere il resoconto oggettivo degli avvenimenti, lasciando che siano i fatti stessi, a conti fatti, a costringere alla riflessione. Questa verità, che la protagonista teme possa essere giudicata come una visione puramente soggettiva, diventa proprio per la sua onestà una realtà universale. Regia, suoni e luci sostengono quest'orchestra sinfonica di elementi che scardina i pregiudizi con cui siamo abituati a leggere la storia.
Maria Stuarda non era una regina. Era una donna semplice, eppure la sua storia rimane scolpita fuori dal marasma delle riflessioni astratte, imponendosi con il peso specifico della realtà più cruda. Non c’è spazio per l'evanescenza dei concetti quando la parola si fa carne, lavoro e sopravvivenza. La forza di questo progetto ideato da Andrée Ruth Shammah sta proprio nella sua portata tangibile, una sostanza che non si dissolve perché morsa dalla verità dei fatti. È la storia di troppe donne che, ieri ed oggi, hanno affrontato e affrontano una violenza endemica e silenziosa: un mondo dove i carnefici non muoiono, ma le vittime restano morte seppure ancora in vita.




