Il 14 giugno 1986 moriva a Ginevra 86 anni per un tumore al fegato Jorge Luis Borges: solo pochi giorni prima aveva sposato a María Kodama, una sua ex-alunna, divenuta sua segretaria. A quarant’anni dalla sua scomparsa, la sua figura continua a imporsi come una delle più alte della letteratura mondiale del Novecento. Scrittore, poeta, saggista, traduttore, conferenziere, bibliotecario, Borges è stato molto più di un autore: è stato un modo di pensare la letteratura, un intellettuale che ha trasformato la cultura universale in materia narrativa e che ha fatto della lettura un’avventura filosofica.

Ritratto dello scrittore argentino Jorge Luis Borges

Nato a Buenos Aires il 24 agosto 1899, in una famiglia colta e cosmopolita, Borges entrò in contatto con i libri fin dall’infanzia. Amava ricordare che il fatto più importante della sua vita non fosse stato un viaggio o un incontro, ma la biblioteca paterna. Prima ancora dello spagnolo imparò l’inglese, lingua della nonna britannica e dei volumi che affollavano gli scaffali di casa. Da quella precoce familiarità con la letteratura nacque una vocazione destinata a cambiare il volto della narrativa contemporanea.

La sua opera sfugge a ogni classificazione. I racconti raccolti in Finzioni (1944) e L’Aleph (1949) hanno ridefinito i confini del fantastico, fondendo filosofia, teologia, metafisica, erudizione e immaginazione. Nei suoi testi ricorrono biblioteche infinite, labirinti, specchi, enciclopedie immaginarie, libri inesistenti e universi paralleli. Borges riuscì a fare della cultura stessa un personaggio letterario. Nei suoi racconti la conoscenza non è mai un ornamento: è il cuore del mistero.

Se molti scrittori hanno raccontato il mondo, Borges ha raccontato il modo in cui il mondo viene pensato attraverso i libri. Non sorprende, quindi, che la biblioteca sia diventata uno dei simboli centrali della sua opera. Celebre è la Biblioteca di Babele, immagine di un universo composto da un numero infinito di libri e combinazioni possibili. Quella biblioteca immaginaria è anche una metafora della condizione umana: il desiderio incessante di trovare un senso nell’immensità della conoscenza.

Il monumero a Jorge Luis Borges fuori dalla Biblioteca nazionale di Buenos Aires, Argentina (Getty Images)

La dimensione del bibliotecario non fu soltanto metaforica. Dopo aver lavorato per anni in una biblioteca municipale di Buenos Aires, nel 1955 Borges venne nominato direttore della Biblioteca Nazionale dell’Argentina. Fu una coincidenza che lui stesso definì ironica e quasi crudele: proprio quando ottenne il più prestigioso incarico bibliotecario del Paese, la cecità ereditaria che lo affliggeva da decenni era ormai diventata quasi totale. «Dio, con magnifica ironia, mi diede insieme ottocentomila libri e la notte», scrisse in una delle sue poesie più celebri. La perdita della vista non arrestò la sua attività intellettuale; al contrario, lo spinse verso nuove forme espressive, affidando i suoi testi alla memoria e alla dettatura.

Copertina del libro ''L'Aleph'' (Adelphi) di Jorge Luis Borges (ANSA)

La sua erudizione era leggendaria. Conosceva le letterature europee, le saghe nordiche, la filosofia classica, la mistica orientale, la teologia medievale e la narrativa poliziesca. Tuttavia non esibiva il sapere come un privilegio elitario: lo trasformava in racconto, in gioco intellettuale, in meraviglia. Per questo la sua influenza ha superato i confini della lingua spagnola, raggiungendo scrittori, filosofi e studiosi di tutto il mondo. Generazioni di autori hanno riconosciuto in lui un maestro: Julio Cortázar, Italo Calvino, Osvaldo Soriano, Umberto Eco ( che nel suo romanzo Il nome della rosa in suo onore dà il nome di Jorge da Burgos a uno dei personaggi, bibliotecario cieco), Leonardo Sciascia, John Barth, Philip K. Dick, Gene Wolfe, Paul Auster, Roberto Bolaño, Zoran Živković, Carmelo Bene. Inoltre Borges ha influenzato anche autori di fumetti come Alan Moore e Grant Morrison, cantautori come Francesco Guccini, Roberto Vecchioni (Il miracolo segreto, ispirato all'omonimo racconto di Borges), Giorgio Gaber (Io se fossi Dio, col riferimento alla "superstizione della democrazia") ed Elvis Costello.

Durante la sua vita non ottenne mai il Premio Nobel, un’assenza che ancora oggi viene considerata una delle più clamorose della storia del riconoscimento svedese. Eppure il mancato Nobel non ha minimamente scalfito il suo prestigio. Con il passare del tempo la sua statura è cresciuta ulteriormente, fino a farne uno dei grandi classici della letteratura universale. Oggi Borges continua a essere letto, studiato e reinterpretato, non come un autore del passato, ma come uno scrittore del futuro, capace di anticipare questioni che riguardano la memoria, l’identità, la realtà e persino il rapporto tra uomo e informazione. Borges ricevette comunque molti altri prestigiosi riconoscimenti. Tra i più importanti: il Premio Nazionale di Letteratura (1957), il Premio Internazionale degli editori (1961), il premio Formentor insieme a Samuel Beckett (1969), il Premio Miguel de Cervantes insieme a Gerardo Diego (1979) e il Premio Balzan (1980) per la filologia, linguistica e critica letteraria. Tre anni più tardi il governo spagnolo gli concesse la Gran Croce dell'Ordine civile di Alfonso X il Saggio.

Dal punto di vista spirituale, Borges era agnostico (sovente si definiva ateo), ma sensibile alle varie suggestioni delle tradizioni religiose (in punto di morte volle parlare con un sacerdote cattolico, pur non convertendosi). Dal putto di vista politico, pur dichiarando che ,«L'impegno sociale dello scrittore è una bestialità», mostrò un’aperta avversione a Juan Domingo Perón e il suo Partito Giustizialista, ritenendolo un partito fascista. Dopo un iniziale apprezzamento al governo militare argentino, salito al potere nel 1976 con un colpo di Stato, Borges rimase sconvolto quando scoprì il comportamento adottato dalla giunta contro i dissidenti. La sua opposizione morale alla dittatura cominciò, come raccontò lui stesso, quando alcune componenti delle Madri di Plaza de Mayo vennero a trovarlo a casa sua raccontandogli la sorte dei loro figli scomparsi. Nel 1980 firmò una petizione a favore dei desaparecidos nel quotidiano Clarín e assunse un netto atteggiamento di opposizione, che veniva tollerato in omaggio alla sua statura intellettuale. Nel 1985, dopo la caduta della giunta, partecipò come uditore al processo da cui uscirono le prime condanne ai militari coinvolti nel regime. Ai desaparecidos è dedicato un racconto dell'ultima raccolta, Los conjurados (1985).

Dettaglio di un muro minimalista all'ingresso dell'Alambra a Granada con una frase di Borges (Getty Images)

A quarant’anni dalla morte, Jorge Luis Borges resta il custode di una delle più straordinarie biblioteche immaginarie mai concepite. e ci resta come testamento sull’importanza del sapere, e delle storie la sua frase, che vale come un epitaffio: “Mi sono sempre immaginato il paradiso come una specie di biblioteca.”

Un libro per l'anniversario

In occasione dei 40 anni dalla morte è uscito Una stanza nel mondo. Borges, Ireneo Funes e la vertigine della natura (Pandion Edizioni), di Danilo Selvaggi, una lettura innovativa del grande scrittore argentino, che evidenzia una serie di temi ecologici attraversano la sua letteratura e la sua stessa esistenza.

Al centro del libro di Selvaggi uno dei racconti più intensi di Borges: Funes o della memoria, tratto dalla raccolta Finzioni. È la storia di Ireneo Funes, un giovane che in seguito a un incidente perde l'uso delle gambe ma acquista una straordinaria capacità di percezione e memoria, che lo porta a stabilire una relazione profonda, immersiva, con la natura. Ogni cosa, ogni istante, ogni foglia diventano motivo di incanto, esperienza infinita e indimenticabile che fa della stanza di Funes, nella quale il ragazzo è relegato per via della paralisi, una specialissima forma di essere nel mondo e una sorta di luogo esemplare dell'ecologia.

Considerata solitamente un caso patologico, un esempio di incapacità di oblio e pensiero razionale, la vicenda di Funes si trasforma così in una storia luminosa di sensibilità per il mondo, funzionando altresì da filo conduttore per la rilettura ecologica di racconti borgesiani leggendari come La biblioteca di Babele, L'immortale, Il Libro di sabbia o (specialmente) L'Aleph, e facendo da via di accesso ad alcune delle grandi questioni culturali e sociali del nostro tempo: l'attivismo ambientale, la crisi ecologica, la vertigine, le eco-emozioni, Antropocene.

L'originale percorso tracciato da Danilo Selvaggi conduce inoltre a una rilettura delle stesse vicende esistenziali di Borges, dagli anni della formazione a Ginevra alle sofferta storia sentimentale fino a quel conflitto tra vita e letteratura (“Credo di non essere mai uscito dalla biblioteca di mio padre”) che, alla luce della cultura ecologica, assume un significato centrale e decisivo.