Dalle Madri costituenti italiane alle giovani rifugiate afghane: due epoche, due contesti lontanissimi, ma unite dalla stessa battaglia per la dignità, i diritti e la libertà. Nel libro Donne. Resistenza. Libertà (Paoline) l’autrice Angela Iantosca intreccia le storie di ventuno donne afghane arrivate in Italia dopo il ritorno dei talebani al potere nel 2021 con quelle delle ventuno Madri costituenti che contribuirono alla nascita della Costituzione italiana. Ne emerge un dialogo ideale tra generazioni e culture diverse, che illumina il valore dell’articolo 3 della Costituzione, il tema dell’uguaglianza e la fragilità dei diritti quando vengono negati.

La copertina del libro

Iantosca, qual è il filo rosso più profondo che unisce donne così lontane nel tempo e nello spazio? C’è un tratto umano, spirituale o politico che le ha colpito in modo particolare durante le interviste?

«La forza del noi e della rete. Il coraggio, che significa avere cuore. La consapevolezza della parità e dei diritti che sono di tutti, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Tutte loro parlano di battaglie personali, ma volte al bene comune. Tutte loro raccontano di come in questa nuova vita così difficile, in cui sono dovute ripartire da zero, da sole o con alcuni membri delle famiglie che sono riuscite a portare con sé, si adoperino non solo per ricostruirsi passo dopo passo, ma anche per aiutare chi è restato in Afghanistan: lo fanno nel silenzio delle loro case, in eventi pubblici, sui social, attraverso progetti, con costanza e dedizione, sapendo cosa patiscono le donne che sono ancora lì, in Afghanistan, cosa patiscono le persone, gli uomini, i bambini: perché quando i diritti sono negati, è tutta la società che viene danneggiata».

A chi le accosterebbe?

«Le loro parole, sin dal primo momento, mi hanno ricordato la Madre costituente Adele Bei, pronta a sacrificarsi come mamma e donna per un bene superiore: la libertà di tutti. E mi hanno ricordato Teresa Mattei che non ha temuto di esprimere il proprio dissenso verso le leggi razziali del 1938, nonostante queste non colpissero lei personalmente, che non ha temuto di entrare in Assemblea costituente, incinta di un uomo sposato, e dichiarare che da quel giorno avrebbe parlato a nome delle ragazze madri italiane. Sono donne dotate di una grande forza quelle che ho incontrato, ma che, accanto a loro - quasi tutte - hanno avuto e hanno padri e compagni illuminati che hanno permesso loro di esprimere sé stesse, di studiare e lavorare. Un passaggio importante questo che ci ricorda quanto le battaglie siano più semplici se condivise, quanto sia importante il ruolo della famiglia nel cambiamento, quanto il processo di emancipazione femminile e di crescita dell’umanità coinvolga tutti: è qualcosa che riguarda l’Afghanistan, le sue donne, ma che riguarda anche noi, la nostra società, la nostra capacità di accogliere e non giudicare, di osservare senza pregiudizio, di non stigmatizzare. C’è una trama che ci unisce: unisce il tempo e lo spazio e le donne. Una connessione che si nasconde in quel nascere femmine, che proviene da qualche altro pianeta o vita, che ci lega in una lotta che indossa lingue e abiti diversi, ma che è rivolta ad uno stesso obiettivo: l’uguaglianza tra i popoli, tra la gente, tra gli uomini e le donne».

La presentazione del libro lo scorso 12 febbraio alla Camera dei deputati

Dopo il 15 agosto 2021, con il ritorno dei talebani al potere, la condizione femminile in Afghanistan è precipitata in quella che molti osservatori definiscono una vera e propria “apartheid di genere”. Dalle testimonianze raccolte, quale forma di privazione o di violenza l’ha ferita di più? E che cosa l’ha sorpresa, invece, in termini di forza e resilienza?

«Ogni forma di privazione mi addolora come essere umano. Ogni forma di violenza la trovo insostenibile. Togliere la voce, costringere al buio e al silenzio mi spezza il respiro: come il burqa e quei quadratini e quell’aria che non entra e il sudore e l’impossibilità di vedere il mondo. Significa seppellire da vive le persone, significa ridurle a pietre, ad oggetti inanimati. Dice Waheeda “in Afghanistan non hai neanche i diritti che ha un uccellino”: alle donne nessuno domanda “come stai?”, nessuno chiede “vuoi avere figli?”; nessuno è interessato a sapere quanti ne vuoi e che nome vuoi dare al tuo bambino. E poi non puoi pedalare, guidare, avere una motocicletta: tutto ciò che è espressione di sé è oggetto di offese, di critiche, di insinuazioni, di doppisensi. In un clima così, che a volte si respira anche nell’emancipato Occidente, trovo straordinaria quella energia vitale che pulsa dentro di loro, quella consapevolezza di essere sulla strada giusta: una strada difficile, piena di ostacoli e pericolosa, ma che è necessario percorrere. Una strada che sta facendo scoprire anche a loro stesse delle donne nuove. Dice Krishma, in Italia con la sua famiglia: “Vivo una vita molto diversa dal passato e io sono diversa: prima ero come gli altri mi vedevano, ora sono io che mi vedo. Una conquista questa che mi fa sentire responsabile verso le donne che sono in Afghanistan: voglio fare la mia parte per aiutarle a scoprire chi sono”».

Lei racconta che l’idea del libro ha preso forma anche grazie all’incontro con la ONG Nove - Caring Humans. Che cosa ha imparato da queste giovani donne sul significato della parola “libertà”? E in che modo questo incontro ha cambiato il suo sguardo sull’impegno civile e sul ruolo dell’informazione?

«La libertà è un privilegio per molte persone. Forse per la maggior parte degli esseri umani. Un privilegio che diventa ancora più esclusivo per alcune categorie umane alle quali si appartiene per nascita: l’essere donna è una di queste. In nome della libertà, di quel respiro profondo, le donne che ho incontrato mi hanno ricordato - ancora una volta - che per la necessità di uscire da un’apnea costante l’essere umano è in grado di affrontare ogni privazione. Mi hanno mostrato ancora una volta quel filo che esiste tra gli esseri umani, un filo che non dovrebbe porci “l’un contro l’altro armati”, ma farci sentire fratelli, a prescindere dal luogo di nascita. Mi hanno ricordato altre donne che ho incontrato in questi anni, che vivono in situazioni di privazione, ma che hanno la gentilezza e la forza di dire a noi Occidentali “siamo nello stesso respiro”. Mi hanno ricordato le donne che si ribellano alle mafie e tutti coloro che, finiti in una dipendenza, trovano la forza di uscirne, mi hanno ricordato le famiglie di ragazzi difficili che lottano con amore e per amore, e poi Brigida, quella donna colombiana che vive in una comunità di pace e che risponde alla violenza sempre con la pace, e poi tutte coloro che hanno la forza di dire “no” e quelle persone che accolgono i migranti e i migranti che si imbarcano in cerca della libertà, le persone di buona volontà e tutti coloro che ogni giorno si adoperano per ribadire con le proprie scelte e le proprie parole che siamo tutti uguali e che la libertà comincia, e non finisce, dove inizia quella dell’altro. L’incontro con questo donne non ha cambiato il mio sguardo sul mio impegno civile e non ha cambiato l’idea che già ho rispetto al ruolo dell’informazione, ma ha sottolineato ancora una volta dentro di me – come mi accade ogni volta che incontro una storia o che provo a illuminare con la parola scritta e pronunciata angoli bui o nascosti – la necessità di seguire questa direzione: quella dell’incontro con l’essere umano, con le sue richieste, con il diritto alla vita, alla libertà, quella dell’accoglienza e del disarmo, della pace, della giustizia sociale. Una strada che sento di seguire sin dalla mia nascita, grazie ai miei genitori, e che ritrovo nelle scelte dell’adolescenza, nello studio prima e nel lavoro, negli abbracci, nella rete di bellezza che ho la fortuna di incontrare ogni giorno».

L'autrice durante il firmacopie

Nel volume ogni donna afghana è simbolicamente accostata a una Madre costituente e a un articolo della nostra Costituzione. Quale articolo oggi sente più “fragile” o più urgente da custodire? E cosa direbbe alle nuove generazioni italiane che rischiano di dare per scontati diritti conquistati con fatica?

«L’articolo 3. Per questo, quando vado nelle scuole, parto sempre da questo articolo. Perché è da lui che provengono gli altri. È quello che impedisce il sopruso, la prevaricazione, la dis-uguaglianza. È un articolo che dovremmo stampare e incorniciare, ripeterlo quasi come una preghiera. Ad ogni incontro lo leggo, lo analizzo con gli studenti (ma anche con gli adulti che forse ne hanno dimenticato il senso profondo), spiego cosa c’è dietro quelle parole, quale storia c’è dietro “senza distinzione di sesso”, quali battaglie sono state combattute perché tutti fossero tutelati nel momento della stesura dell’articolo e nei decenni successivi. Ricordo loro che quel “senza distinzione” è un dito puntato contro il bullismo, le offese, le prevaricazione, contro il pregiudizio. Due parole che ci ricordano quel “chi sono io per giudicare?” di papa Francesco. Un articolo che ci invita anche a non rimanere spettatori inermi, ma ad adoperarci per “rimuovere gli ostacoli” che impediscono il “pieno sviluppo della persona umana”. Per-sona, parola sulla quale si è focalizzato ultimamente anche papa Leone XIV nel messaggio pronunciato in occasione della LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Il Pontefice, infatti, ci ha ricordato che persona deriva dal latino “per-sonare” e include il suono: “non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno (…). La sfida pertanto (…) è antropologica. Custodire volti e voci significa in ultima istanza custodire noi stessi”».

I diritti conquistati non si possono mai dare per scontati.

«L’articolo 3 è proprio questo, una sfida antropologica potentissima, è un pungolo a rimanere in allerta, ad essere sentinelle di qualcosa che spesso diamo per scontato, i diritti, perché siamo nati lontani da quella Seconda guerra mondiale, dal Fascismo, da quella sofferenza, dalle guerre e dai conflitti. Ma questo non ci deve far dimenticare che i diritti non sono acquisiti per sempre: la Storia ci racconta questo, anche la Storia dell’Afghanistan o dell’Iran, motivo per cui in un capitolo – fatti i dovuti distinguo politici e culturali - ho voluto inserire tutte le date con le conquiste di libertà e indipendenza da parte delle donne nel Novecento in Afghanistan, mettendole a confronto con le conquiste negli stessi anni delle donne italiane. Il nostro compito, quindi, è quello di mantenere viva la Costituzione. E queste donne ci possono aiutare a farlo, ci possono dare quella linfa che a volte sembra spenta in noi, ci possono aiutare a ricordare quanto dobbiamo essere vigili, nel senso latino del termine. Nel 1955 Pietro Calamandrei a degli studenti di Milano diceva: “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”. Ecco a noi il compito di metterci degno, impegno, volontà e responsabilità».

Un altro momento della presentazione alla Camera

Il libro è anche un invito a non distogliere lo sguardo dall’Afghanistan e da tutte le periferie del mondo. Quale responsabilità hanno, secondo lei, le comunità cristiane e l’opinione pubblica europea nel tenere accesa questa luce? E come possiamo tradurre la commozione in azioni concrete di vicinanza e sostegno?

«Abbiamo tutti, come esseri umani, una grande responsabilità. Prima di ogni appartenenza partitica, prima di ogni credo, ci siamo noi, uomini e donne, abitanti di questo pianeta sempre più costruito su disuguaglianze e guerre. Ognuno di noi, nel piccolo e nel grande, nel lavoro, in famiglia può contribuire a mantenere accesa una fiammella di speranza, provando a illuminare gli angoli più bui della terra, che spesso desideriamo non vedere o mantenere bui. Lo possiamo fare leggendo, scrivendo, studiando, esercitando lo spirito critico, il discernimento, non facendoci condizionare da giudizi, pregiudizi o dall’algoritmo che spesso offuscano la verità (che diventa troppo spesso post-verità). Nell’era della sovrabbondanza delle informazioni, abbiamo una grande fortuna, quella di metterci in contatto con le fonti, con chi opera sul territorio, con persone che ci mettono faccia e cuore ogni giorno. Quando ho incontrato Nove Caring Humans anni fa, ho sentito il desiderio di parlare di loro e, soprattutto, delle donne da loro seguite, sia in Afghanistan che in Italia. L’ho fatto attraverso articoli di giornale e privatamente. Ma volevo fare di più: volevo dare ancora più voce a quelle storie, volevo che le persone sentissero sulla propria pelle quelle storie. Quando ho avuto l’idea di creare questa connessione tra le Madri costituenti e le donne afghane, quando ho colto questa connessione, ho capito che questa poteva essere la strada giusta, così mi sono immersa in questo cammino, dando voce alle loro parole ma decidendo anche di devolvere parte dei proventi derivante dai diritti d’autore alla ONG Nove che ha reso possibile l’incontro con queste donne. Un piccolo gesto, ma con il quale mi piace ricordare, anche a me stessa, ciò che diceva Madre Teresa: “Ogni cosa che facciamo è come una goccia nell'oceano, ma se non la facessimo l'oceano avrebbe una goccia in meno”».