PHOTO
Peter Paul Rubens e Frans Snyders, Prometeo incatenato (Prometheus Bound), 1611-1618 circa, olio su tela. Il Titano, punito da Zeus per aver donato il fuoco agli esseri umani, è incatenato a una roccia mentre un’aquila gli divora il fegato
Che cosa hanno ancora da dire i miti antichi agli adolescenti di oggi? E come possono aiutarli a dare un nome alle emozioni, a interrogarsi sulla libertà e a costruire relazioni autentiche? Nel suo ultimo libro, Il dono del mito (Mondadori), Cristina Dell’Acqua esplora la sorprendente attualità delle storie classiche e la loro capacità di parlare alle inquietudini e alle domande delle nuove generazioni. Insegnante di greco e latino al Collegio San Carlo di Milano e di Attualità della cultura classica all’Università IULM di Milano, Dell’Acqua è specializzata negli Stati Uniti in Arts Integration, appassionata di sperimentazione didattica e scrive di cultura per il Corriere della Sera. Porta inoltre il mito sul palcoscenico del Teatro degli Angeli di Milano con "Che mito sei?”, una serie di incontri dedicati alla sua attualità. Per Dell’Acqua, i classici non sono reperti da custodire, ma storie vive con cui imparare a conoscere se stessi e il mondo.


Cristina Dell'Acqua
Professoressa, perché i miti antichi parlano ancora così bene ai ragazzi di oggi?
«Perché cambiano i tempi, ma non le domande fondamentali. Come posso capire chi sono? Come si attraversano la paura, l’amore, il desiderio di essere riconosciuti? I miti non offrono risposte preconfezionate, è proprio questo a renderli perenni e necessari. Raccontano esseri umani alle prese con le stesse contraddizioni che abitano i ragazzi di oggi. Ulisse cerca la propria strada, Achille fa i conti con la sua rabbia, Elettra con le sue ferite di bambina, Dioniso con quella parte di noi che vuole scatenarsi, nel senso di liberarsi dalle catene. In queste storie i ragazzi possono trovare personaggi, forti e fragili come noi, nei quali riconoscersi per diventare le persone che sono. E scoprono che ciò che provano ha un nome: e ciò che possiamo nominare possiamo anche affrontare e trasformare».
Da insegnante, cosa succede quando porta un mito in classe? Che cosa riesce a suscitare nei ragazzi?
«Accade che una storia di tremila anni fa li sorprende. Il mito di Prometeo, ad esempio, è particolarmente amato dagli studenti. Il Titano ribelle ha rubato il fuoco agli dèi per donarlo a noi, uomini e donne di ogni tempo. Per questo viene condannato a un terribile supplizio: un’aquila gli divora eternamente il fegato. Prometeo è protagonista, tra l’altro, del Prometeo incatenato, tragedia di Eschilo di cui amo leggere in classe i versi nei quali l’eroe racconta le ragioni del suo gesto. Gli uomini non avevano case di mattoni, scienza e scrittura, e il Titano dona loro l’acume del pensiero. Soprattutto, gli uomini avevano occhi e orecchie, ma non sapevano guardare e ascoltare, né tantomeno essere guardati e ascoltati. “È l’amore che dettava i miei doni”, scrive Eschilo. Voler bene a qualcuno, o meglio volerne il bene, è un’espressione che restituisce l’idea di un gesto di attenzione capace di far star bene sia chi lo compie sia chi ne è destinatario.
L’amore che detta i doni di Prometeo è un gesto di fiducia: la fiducia di chi ti riconosce per quello che sei e per quello che vali. Lo stupore degli adolescenti davanti a Prometeo nasce proprio dal ritrovarsi in parole che non conoscevano, ma che parlano della loro interiorità, ancora inesplorata. Quando leggiamo insieme questa storia, ciò che li sorprende è soprattutto la generosità del Titano. Nonostante siano trascorsi millenni, adolescenti intrappolati nella loro linea d’ombra sentono le parole di Prometeo come una splendida dichiarazione d’amore per l’essere umano e, dunque, anche per loro. Parole che non si aspettano e che suscitano meraviglia, la strada maestra per imparare, come già sosteneva Aristotele. Non c’è parola più cara ai giovani di “riconoscimento”, lo sguardo di chi ama fa fiorire. Da insegnante, è questo che mi sorprende sempre: la cultura classica smette di essere qualcosa da studiare e diventa qualcosa con cui pensare. E le domande dei ragazzi, spesso, sono la parte più viva della lezione».


La copertina del libro
Quanto può essere efficace il mito nell’educazione alle relazioni, alla libertà e alla responsabilità?
«Il mito non dà lezioni di comportamento e proprio per questo può essere molto efficace. Non presenta esseri umani perfetti, ma personaggi che desiderano, sbagliano, oltrepassano limiti e devono fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte. Ci insegna che la libertà non coincide con il fare tutto ciò che si vuole e che una relazione autentica richiede di riconoscere l’altro nella sua differenza. Pensiamo ad Achille: la sua ira è comprensibile, ma rischia di distruggerlo finché non riesce a vedere, nel dolore di Priamo, quello di un altro essere umano. Il mito non ci risparmia la complessità, ci allena ad abitarla. E ci ricorda che diventare adulti significa anche imparare a rispondere di ciò che facciamo agli altri e di ciò che scegliamo di diventare».
In una società che offre risposte immediate, come fanno i sistemi di intelligenza artificiale, il mito può insegnare ai ragazzi il valore delle domande, anche di quelle senza risposta?
«L’Intelligenza artificiale può essere uno strumento prezioso ma una risposta rapida non coincide necessariamente con una comprensione profonda. Il mito è un dono anche perché ci allena a fare domande e a non avere fretta delle risposte, soprattutto quando non esiste una soluzione semplice. Ulisse, per esempio, affronta il viaggio verso Itaca e, lungo il cammino, cambia, incontra l’ignoto e soprattutto sé stesso. È un’esperienza importante per i ragazzi, che crescono in un mondo abituato a ridurre l’attesa e l’incertezza. E non si tratta di contrapporre gli antichi alla tecnologia, ma di educare a usarla senza rinunciare al pensiero. Possiamo chiedere a una macchina informazioni; resta nostro il compito di interrogarci sul loro significato, di scegliere e di assumerci la responsabilità delle risposte che diamo alla vita».


Tiziano, Bacco e Arianna, 1520-1523, olio su tela. Il dio Bacco balza dal carro trainato da ghepardi verso Arianna, abbandonata sull’isola di Nasso da Teseo. L’incontro segna l’inizio di una nuova storia d’amore e trasforma la disperazione della giovane in una possibilità di rinascita. Ispirato alla mitologia classica, il dipinto racconta la forza dirompente del desiderio e l’imprevedibilità delle emozioni
Andromaca, Achille, Pan, Dioniso: quale mito, più degli altri, può aiutare i ragazzi a dare un nome a ciò che provano e a trasformare un’emozione, anche negativa, in una risorsa?
«Ciascuno di questi miti illumina una zona diversa della nostra esperienza. Andromaca ci parla della forza dell’amore, anche quando non c’è più la persona che ce lo ha donato e a cui abbiamo donato noi stessi. Achille mostra quanto la rabbia possa renderci prigionieri di noi stessi. Pan dà un volto al panico, a quella paura che ci assale prima ancora che riusciamo a comprenderla. Dioniso, invece, ci mette davanti a ciò che non controlliamo, ma che è parte di noi: il corpo, il desiderio, il bisogno di uscire dai ruoli che ci siamo costruiti. Il primo passo non è cancellare un’emozione, ma riconoscerla e capire che cosa ci sta dicendo. Il mito offre ai ragazzi un linguaggio per farlo. Non trasforma magicamente il dolore in forza, ma può aiutarli a non subirlo passivamente e a trovare un modo diverso di attraversarlo».




