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Non è scontata una libreria strapiena in una serata piovosa d’inverno. Per parlare di cultura e politica. Per confrontarsi sul potere delle parole, per aprirsi al dialogo. Alla presentazione del libro di monsignor Nunzio Galantino - Nel crocevia delle culture. Parole per pensieri che orientano – nell’ambito delle iniziative della Scuola di Azione civica “Lèp, Libertà è Partecipazione” arrivano in tanti. Restano in piedi e qualcuno fuori dalla libreria San Paolo di via della Conciliazione, a Roma, assetati di ascolto e conoscenza. Il testo, che raccoglie le oltre 300 parole che monsignor Galantino ha spiegato nella sua rubrica settimanale sul Sole 24 ore, offre lo spunto per parlare del loro potere trasformativo. Lo fanno il giornalista Marco Damilano, Vincenzo Boccia, presidente della Legion d’onore Italia e Vaticano e già presidente di Confindustria, lo stesso autore del libro sollecitati dalle domande del giornalista – e animatore della Lèp - Luigi Ferraiuolo.


Si parla di giustizia, memoria, vocazione, fallimento e verità, per proporre l’uso di un linguaggio autentico come antidoto alla banalità e all’assuefazione sociale.
Si parla del concetto di “degrado” ricordando che la particella “de-” indica un movimento dall’alto verso il basso, uno scivolamento di livello che si manifesta in molteplici contesti — ambientale, morale, sociale, economico, monetario, culturale, politico e fisico. L’esempio di Niscemi, dove il degrado è una frana fisica che non si arresta, mostra la faccia materiale dell’emergenza. Dietro, affiorano cause sistemiche: leggi non applicate, finanziamenti non erogati, rimpalli di responsabilità che Damilano definisce «insopportabili e talvolta indecenti». Ma degrado è anche sguardo e parola: sempre più presente nei linguaggi e nei programmi politici trasversali, spesso viene identificato con la povertà e affrontato, sottolinea monsignor Galantino, «con “operazioni antidegrado” che trattano alcune persone come rifiuti da sgomberare». La stessa qualità del dibattito si degrada e, con essa, la qualità della democrazia.


Gli antidoti riflettono i partecipanti, si radicano nell’esperienza comunitaria e nella responsabilità civile. Si tratta di alimentare il dialogo come filo che consente il confronto tra posizioni diverse, evitando la polarizzazione e la radicalizzazione che rendono impossibile comunicare.
E, ancora, tra le parole, si parla di «esilio», inteso come cammino: il pellegrinaggio, il camminare insieme verso l’ignoto, ribalta il moto del degrado. In questa prospettiva risuona, nel testo di monsignor Galantino, l’eco di Van Gogh: «Ogni pellegrinare è un viaggio dalla terra al cielo», opposto allo scendere della qualità civile e democratica.
Le parole, nel testo edito dal Sole 24 ore, sono presentate come strumenti di orientamento in un tempo saturo di linguaggi che confondono. Il libro invita a fermarsi sulla loro profondità, a ripercorrerne significato e percorso, e a ritrovare luoghi che disciplinano l’ascolto e la riflessione. Le biblioteche, per esempio, celebrate come “capolavori” alla pari dei luoghi di culto: bellezza, silenzio, meditazione, lettura e pensiero. In un’epoca dominata da parole che sembrano avere valore solo come scambio economico, questi spazi assumono un ruolo cruciale.


E ancora il libro lega la parola agli occhi e al silenzio, accompagnando il lettore in percorsi che invitano all’umanità, alla fraternità e al recupero di valori, aiutando a uscire dalla solitudine e dall’impotenza. Dando proporzione agli eventi, ricordando e osando, sbagliando e ricominciando. Perché perfino i fallimenti possono diventare elementi di crescita se elaborati con responsabilità. Boccia ricorda che negli Stati Uniti il fallimento viene considerato un criterio positivo di valutazione: fallire significa aver provato, rischiato, tentato. Al contrario, una cultura che non ammette errori inibisce il rischio e, dunque, l’innovazione e il coraggio di osare; l’esito è l’ovvietà. Al contrario, spiega monsignor Galantino, l’intento della rubrica, diventata testo, è proprio quella di mettere in dubbio l’ovvio. L’ex presidente dell’Apsa ricorda che oggi le «parole sono ridotte a luoghi comuni, a retorica vuota, politicamente (ed ecclesialmente) corrette, che non toccano il cuore né l’emozione. Si fa strada un linguaggio che ci sta rendendo assuefatti a sopportare l’insopportabile». Ci sono persone «che emettono suoni invece di parlare, mentre le parole autentiche nascono dal silenzio, loro vero grembo. Senza silenzio, si producono “cattive parole” e “cattiva politica”». E allora, conclude Galantino, bisogna non accontentarsi, «non assuefarsi, perché i replicanti non fanno la storia, i replicanti fanno solo rumore». Andare invece alla radice delle parole, come fa l’autore, significa anche «abitarle e farle pensiero che orienta la vita».



