Portare alla luce episodi meno noti della storia è uno dei terreni su cui Ilaria Tuti si è spesso confrontata nei suoi romanzi. In Ed è un poco la notte e un poco l’alba (Longanesi), appena uscito, torna a raccontare la sua terra, che, come tutte le zone di confine, ha risentito in modo particolare degli eventi bellici. Scopriamo così che Hitler strinse un’alleanza, chiamata Operazione Ataman, con il popolo dei Cosacchi, guerrieri a cavallo perseguitati dal regime di Stalin per essere stati fedeli allo zar, erranti, fieri. Promise loro che alla fine del conflitto avrebbero avuto una loro terra, un Kosakenland, proprio in Friuli, dove si insediarono con le loro famiglie nell’estate del 1944. Occuparono le case degli abitanti, nutrendosi dei già magri frutti delle loro terre e dei loro animali, perché i Cosacchi una sola cosa sapevano fare: combattere. Il loro compito era stanare i partigiani della Carnia.

È una premessa lunga ma necessaria per capire come evolve il personaggio principale del romanzo, Serafina, cresciuta dalla nonna dopo la morte di parto della madre. La nonna è una donna che si muove tra religione e riti ancestrali, l’ultima delle “sacerdotesse” del santuario della Madonna di Trava, dove si portavano i bambini nati morti affinché fossero risvegliati per il tempo di un respiro ed essere battezzati, così che il pensiero di saperli in Paradiso potesse consolare il dolore dei genitori. Serafina è diventata una donna solitaria, capace di faticare come un uomo, ma dotata di una spiccata curiosità e di un ingegno che la portano a progettare marchingegni senza possedere alcuna conoscenza tecnica o scientifica. Il suo cuore indurito è però capace di grandi slanci e ritrova quel sentimento materno sepolto insieme al bambino nato morto e frutto di una violenza, quando conosce un bambino orfano che segue come un cagnolino i tre Cosacchi che si sono insediati a casa sua.

Come è il suo interesse per la storia?

«Mi piace sin da quando ero piccola. Mi ricordo che all'asilo facevo disegni a sfondo storico. Penso sia anche per l'educazione che mi hanno dato i miei, persone semplici: mio papà era un fabbro operaio, mia madre casalinga. Però ogni domenica mi portavano a visitare i luoghi della Carnia, la nostra regione. Quindi mi ricordo per esempio le visite ai castelli nella vallata di Nimis. Mi ricordo questo contatto con la natura, le piccole comunità di montagna. Io penso che sia stato lì che ho cominciato a interessarmi alla storia, e in particolare alla nostra storia. Penso che sia stato comunque un imprinting forte, perché il tuo mondo fantastico di quando sei bambina un po' ti condiziona e ti abita nelle suggestioni. E quindi a me visitare queste, questi posti diroccati mi apriva la curiosità, mi apriva al mistero e questa curiosità. E questa curiosità poi l'ho messa in pratica anche da scrittrice per le ambientazioni. A un certo punto mi sono mi sono resa conto che potevo attingere a un patrimonio culturale e naturale ricchissimo per le mie storie».

E la scrittura? Una passione anch’essa nata da bambina?

«Scrivere sicuramente era una cosa che mi aiutava a stare bene. Ma anche in questo caso prediligevo i temi storici. Poi però all’università ho scelto economia e commercio. Ha prevalso la mia anima friulana, molto concreta».

Vive sempre in Friuli?

«Da ragazzina a un certo punto tutto ti sta stretto. Ma anche, banalmente, dal paese alla prima città che era Udine, do ve noi avevamo dei parenti lì e io mi rendevo conto, quando andavo in visita ai miei cugini, che c'era qualcosa di diverso. Sembrava già negli anni '80 che fossero due mondi che quasi non riuscissero a parlarsi, perché io ero quella che arrivava da Gemona. Poi in età adulta ho recuperato tutto e ho capito che invece era un punto di forza molto stabile per restare al mondo mantenere il contatto con le mie radici, con la mia terra».

Hai dei ricordi del terremoto del 1976?

«Avevo 15 giorni quando è accaduto. Ma i racconti di quei giorni hanno abitato proprio al mio immaginario di quando ero bambina. E del terremoto chiaramente io ricordo la ricostruzione che è stata comunque importante, è durata una decina d'anni , e ricordo la vita nei prefabbricati che per me è stata meravigliosa».

Ci sarà in futuro anche un suo romanzo su questa epoca storica del terremoto?

«Sì, però credo che sia molto difficile rielaborare un'esperienza personale rendendola universale, perché è facile scrivere il memoir, però diciamo che nella narrativa, nella letteratura, penso abbia più valore un racconto un po' laterale, che non si basi solo sull’io ma che abbia un respiro più universale, in modo che tante persone si possano riconoscere».

La vicenda dei Cosacchi in Carnia è davvero sconosciuta ai più, anche a chi è appassionato di storia. Come mai?

«Io penso che ci si sia concentrati su aspetti talmente giganteschi dell'espressione del male di cui l'essere umano è capace quando abbiamo dovuto fare i conti, a guerra terminata con ciò che era stato fatto, che queste vicissitudini più locali, forse meno eclatanti, sono passate forse un po' sottotraccia. Avevamo e abbiamo ancora così tanto da processare e da elaborare».

Ed è un periodo in cui si la letteratura si occupa molto di queste micro-storie della grande storia …

«Sono importanti perché alla fine sono quelle che ci fanno capire questo “attraversamento” dal buio alla luce, riprendendo il titolo del romanzo, dalla notte all’alba. Nella “notte” più tragica che l'essere umano abbia attraversato, ognuno ha dovuto giorno dopo giorno, sopravvivere e decidere che tipo di persona voleva essere. Così come anche oggi davanti alle difficoltà devi decidere anche quanto dei tuoi valori vuoi mantenere intatti, a quali sei disposto a rinunciare pur di salvarti».

Come si è imbattuta nella storia dei cosacchi insediati da Hitler in Carnia?

«La sentivo raccontare dagli anziani. Per esempio, da mio zio Mino Biason che adesso ha 87 anni. Lui, a Osoppo, dove c'è stato il terribile spezzonamento inglese. Per colpire un comando cosacco particolarmente importante, hanno spazzato via letteralmente anche parte della popolazione locale. è stato veramente un evento tragico. Mio zio è appassionato di storia, ha anche scritto diversi libri, e credo sia stato proprio lui, quando ero una bambina, per primo i dei cosacchi».

Cosacchi in Carnia

Ed è proprio in quei luoghi che narra nel libro che si insediarono?

«Sì, la valle di Verzegnis. E poi proprio a Verzegnis c'era il comando con il grande Atamano, che era una guida militare, ma anche sociale. La loro popolazione era divisa in tribù, ognuna aveva a capo un atamano, e poi c’era. A capo di tutti, il grande».

Ma i cosacchi erano in contrasto con Stalin?

«In origine erano ostili all’impero russo. Erano popolazioni che vivevano libere, con proprie leggi e lo zar dal 1600 aveva cercato di combatterli. Erano un popolo ribelle, a cavallo, di guerrieri, ma molto integro nella loro scala sociale di valori diversi chiaramente dai nostri. Poi lo zar aveva capito che invece di combatterli poteva in qualche modo utilizzarli ed erano diventati la guardia bianca dello zar. Pattugliavano queste regioni di confine quando poi è arrivato il bolscevismo, la rivoluzione. E il nuovo regime ha tentato di spazzarli via perché volevano collettivizzare le terre e quindi appropriarsi anche delle loro, togliendogli. Sono stati attaccati barbaramente e hanno dovuto lasciare le loro terre».

I cosacchi erano vittime della storia, ma per i friulani erano i cattivi…

«Arrivano da cattivi, da invasori, arrivano da popolo violento perché erano abituati a fare la guerra. Poi però è successo che dopo le prime avanguardie di cavalieri dall'aspetto anche molto inquietante? sono arrivate le carovane, con le famiglie, persone normali, pacifiche, molto religiose. E friulani li hanno visti non più solo come popolo invasore ma come popolo bisognoso, che era in cammino da anni perché avevano dovuto lasciare la propria terra, lasciare tutti gli averi, dei profughi. Esatto. In questa immagine i friulani, che erano abituati alla miseria, alla privazione soprattutto della guerra, ha visto altri come loro, sfiniti da questo lungo peregrinare».

Molto forte la storia del Santuario della Madonna di Trava, raccontata anche da un bellissimo film italiano, Piccolo corpo

«Per quelle donne che invocando la Madonna riportavano in vita i bambini nati morti giusto il tempo per essere battezzati, ho scelto il nome di evocatrici di respiri- Le ultime testimonianze su questa tradizione sulla base degli ex voto arrivano più o meno al 1860, ma sicuramente si è trascinata fino ai primi di 900 come credenza. Poi chiaramente è arrivata di nuovo la Prima guerra mondiale, il mondo, la cultura, la società è cambiata. Però mi piaceva pensare che qualcosa, e penso sia anche è verosimile all'interno di queste comunità sia rimasto, no, almeno agli inizi del 900, come credenza, come speranza, perché alla fine ciò che conta è la speranza».

Il Santuario della Madonna di Trava

Lei c’è stata nel santuario della madonna di Trava?

«Sì, oltre al santuario c’è una piccola chiesetta con gli ex voto. Un luogo bellissimo ed è stata la prima visita che ho fatto a dare forma all'incipit del romanzo. Mentre percorrevo il sentiero in salita alcune persone del luogo mi hanno messo in guardia: “Non uscire dal sentiero perché a Trava sono tornati i lupi” e lì la testa mi ha fatto clic e ho detto, questo deve essere l'inizio del romanzo».

Gli ex voto nel Santuario della Madonna di Trava

Nel romanzo c’è una grande religiosità, con un misto di magia, tradizioni ancestrali e cattolicesimo. E lei?

«Sono una persona molto spirituale. Io sento, c'è questo grande mistero attorno a noi, questo mistero anche ci abita. So di non avere risposte, sono sempre in cerca e quindi dialogo continuamente con questo mistero».

E c'è un'altra cosa che è molto forte: la descrizione del parto, la violenza del venire alla vita, questo rompere di ossa, questa cosa molto fisica. Nasce dalla tua esperienza?

«In verità ho avuto la fortuna di avere un parto molto veloce perché sono entrata in sala parto alle 7 del mattino, alle 07:03 è nata mia figlia. Velocissimo ma molto violento e da amante delle parole ma anche dell'essere umano, ho pensato molto a questa esperienza e quindi l'ho rielaborata anche nel mio immaginario. E ho sentito questa forza della natura, questa potenza. E poi anche il rapporto con mia figlia è stato da subito molto, molto naturale, quasi antico due anime che si sono ritrovate dopo un lungo viaggio. E tutta questa forza, questo mistero ho voluto infonderla nelle pagine proprio parlando della maternità, che tra l'altro è uno del dei grandi temi che affronto in quasi tutti i libri, anche se in alcuni casi si tratta magari di maternità mancata».

Serafina il bambino suo l'ha perso e che comunque prova una grande senso di protezione e di per i bambini degli altri. Eppure Serafina lotta da sempre con la sua natura di guaritrice che ha ereditato dalla nonna Silva ed è interessata invece alla meccanica…

«Noi siamo figli della nostra stirpe, dei nostri genitori, dei nostri avi, e quindi ci portiamo parte delle loro radici nelle nostre. Però c'è sempre qualcosa dentro di che è esclusivamente nuovo è esclusivamente nostro, questa duplicità la sperimentiamo ancora meglio quando abbiamo un figlio, meglio ancora quando ne abbiamo più di uno: stessi genitori, stessa educazione, stesso ambiente, eppure così profondamente diversi e dici, “e questo da dove è arrivato?”!». C'è qualcosa di veramente unico dentro ognuno di noi. E Serafina è così, in parte figlia del suo tempo e della sua stirpe. Però è anche profondamente fuori tempo, cioè è arrivata prima e si guarda attorno e c'è qualcosa che non le torna. Vorrebbe andare via, essere altro. Però arriva l'invasione, sconvolge il suo già precario equilibrio e rimette tutto di nuovo in discussione».

E Teresa battaglia tornerà?

«Intanto la terza stagione della serie tv su Teresa Battaglia andrà in onda in autunno. Sono molto contenta e in tanti mi chiedono se poi continuerà. Io devo dire che mi sta venendo dopo 2 3 anni di distacco da lei, comincia, mi manca un po' sì, però sono consapevole che ormai per come la conosciamo è quasi impossibile tornare a metterla in campo, devo rispettare la sua malattia che ormai è troppo avanzata».

Ci sarà un'altra serie gialla? Perché il giallo è il suo primo amore, no?

«In realtà io ho sperimentato un po' tutto prima di trovare un editore, Poi i romanzi veri sono arrivati con il giallo. Ed ho un altro personaggio in cantiere, questa volta maschile, quindi sarebbe mi sarà molto. Però arriva sempre un'altra storia a chiedermi. Tra l'altro avrei anche una fonte molto attendibile per la costruzione di questo personaggio che è molto legato alla natura dei miei luoghi, però arriva sempre qualcosa e in questo caso di questo romanzo sui cosacchi è un cerchio proprio che dovevo chiudere un po' con la mia terra e un po' anche con l'indagine storica che avevo iniziato sulle guerre sulle due grandi guerre penso che adesso la narrazione mia da questo punto di vista al momento».

Molti autori e autrici per adulti si stanno cimentando anche con libri per bambini. Lei pensa di farlo?

«E penso che sia molto difficile catturare l’attenzione dei bambini, hanno questo immaginario potentissimo, non funziona come la mente di un adulto, quindi bisogna veramente conoscerli bene. Forse è una materia che tanti affrontano, forse in modo leggero, superficiale. Ho in mente di raccontare una Teresa Battaglia da bambina, al momento della sua prima indagine, ma non sarebbe un libro per bambini. La immagino una bambina molto vispa, dall'intelligenza molto acuta. È forse l’unico modo per non lasciare andare Teresa Battaglia».