Da anni Maria Grazia Calandrone tiene laboratori di scrittura nelle scuole, nelle carceri e nei centri diurni. Perché «fare poesia è un’azione politica». Il successo dei suoi libri, che hanno ottenuto numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero, nasce dalla capacità di immergersi nelle vite dei personaggi che racconta. Spesso sono veri, come in Dove non mi hai portata (Einaudi), finalista al Premio Strega 2023, dove ricostruisce la vita della madre naturale Lucia, la quale, costretta alla fuga a causa di una denuncia per adulterio, a otto mesi l’abbandona nel parco di Villa Borghese, morendo suicida nel Tevere col compagno.

Calandrone era all’udienza che il 24 giugno papa Leone ha tenuto con scrittori e scrittrici in occasione del 100 anni della fondazione della Lev, la Libreria editrice vaticana.

Nel suo discorso papa Leone ha detto che la scrittura è un atto di verità, un gesto di umanità, e poi ha concluso dicendo che il vostro lavoro ha a che fare con Dio. Cosa ha suscitato in lei?

«Mi ritrovo nell’idea che la letteratura e la poesia abbiano a che fare con la verità e l'umanità, perché quando si scrive bisogna identificarsi e diventare qualcun altro da sé, come diceva anche il Papa. E questo per forza di cose porta a comprendere. Le faccio un esempio: ho scritto un libro su un uomo che picchiava la moglie (Magnifico e tremendo stava l'amore ndr). E sono dovuta diventare quell'uomo, per capire quali fossero i meccanismi che lo muovevano. È un’operazione che per forza di cose ti costringe a non giudicare. E si scoprono delle parti di sé, buie, latenti, che solo alcuni sviluppano, altri no. Per quello che riguarda il rapporto con Dio, io personalmente non credo, non credo neanche nell'umanità. Confido nella nostra parte migliore, che considero quella che non ha a che fare col potere. In questo senso credo nelle persone semplici, le quali forse hanno un contatto più diretto le une con le altre».

C’è una funzione anche educativa della letteratura, della poesia?

«Sì, nel senso che quando si legge, sia poesia che prosa, si esce da sé, si fa lo stesso lavoro che ha fatto chi scrive. Si esce dalla propria vita, si immaginano e si vivono vite di altri e per forza di cose questo porta alla certezza di essere una collettività, che è quello che manca nella società contemporanea».

E oggi si legge sempre meno, soprattutto tra i giovani…

«È vero, ed è un problema, nel senso che non so che cosa sostituirà la letteratura. Da anni vado anche nelle scuole e lì, grazie agli insegnanti, c’è una risposta meravigliosa con domande e partecipazione. Ma nelle migliaia di presentazioni che ho fatto, fuori dalle scuole, i ragazzi sono pochissimi. Sì, dobbiamo lavorare a qualcosa che sostituisca la letteratura come volano per il corpo sociale. Per quelli della mia età sono stati anche i libri, la poesia, per questi ragazzi obiettivamente non è così. Sono nati in un'epoca nella quale sono abituati a vivere da soli. Si incontrano, per fortuna ci sono le scuole, le uscite il venerdì e il sabato, però non stanno più insieme quanto e come stavamo insieme noi. E questo lo pagano, anche a causa dell'esposizione costante su un palcoscenico virtuale sul quale sentono la pressione della competitività, del giudizio degli altri. È cresciuto il numero delle definizioni e delle diagnosi di disturbi della personalità in maniera esponenziale. Quello che ai tempi miei era un timido, adesso viene guardato con sospetto perché non è performante. Il giudizio sociale è diventato devastante».

Maria Grazia Calandrone (Ansa)

La letteratura è stata sostituita come consumo, non soltanto tra i giovani, dalle serie televisive. Cosa ne pensa?

«Sono completamente un'altra cosa, per un motivo molto semplice. Nella serie guardi, mentre quando leggi devi immaginare, devi rappresentarti Lucia Mondella, te la devi inventare. La quota di partecipazione di chi legge è molto più alta rispetto alla visione di una storia, anche di un magnifico film, perché comunque è quasi tutto spiegato e quasi tutto detto. A parte registi come Tarkovsky o altri autori che suggestionano più che spiegare. Le serie televisive ovviamente non sono così, anche quando sono intense, come “Il racconto dell'ancella”, contemporaneissimo, importante, meraviglioso… Comunque vedi la faccia, i luoghi. Ci sono serie che sono puro intrattenimento, altre comunque interessanti. Per esempio, Dexter me la sono guardata tutta perché rovesciava completamente il punto di vista sul male. E però non è come leggere Céline o Baudelaire. No, non è la stessa cosa».

Sia papa Francesco che Leone parlano dell'arte come bellezza che comunica speranza. Condivide?

«L'arte per il fatto stesso di esistere è un gesto di fiducia. Soprattutto la letteratura è un lavoro che si fa per passione, e il gesto stesso di farlo, di continuare, è un gesto di speranza e di fiducia. Per quello che riguarda i contenuti, dipende, nel senso ci sono autori completamente privi di speranza che comunicano un mondo tenebroso e cinico, autori invece di altro genere. Ma è proprio l'arte in sé, effettivamente, che è contenitore di un gesto inutile, e quindi essendo inutile è gratuito, regalato. È una passione alla quale si dice di sì per motivi oscuri, come una forma di obbedienza a qualche cosa che viene dall'interno e che è imprescindibile evidentemente».

In lei com'è nata questa passione per la scrittura?

«Ci ho lottato moltissimo, devo dire la verità, soprattutto perché sapevo che appassionarmi alla scrittura sarebbe stato cedere a un'ossessione. Che avrebbe divorato tutto, per un certo tempo. Ed è stato così. Per anni non ho fatto altro che scrivere, e accudire anche mia nonna, che era l'altra mia ossessione. Per poter possedere lo strumento della lingua, per quanto lo si possa fare, bisogna scrivere e buttare, scrivere e buttare, leggere, scrivere e buttare, leggere, scrivere e buttare. Chi te lo fa fare? Si potrebbe dire. Anche perché era tanto bello fare altro, andare alle feste, andare a ballare… E però appunto è una sorta di ossessione, anche rischiosa, una forma di follia controllata, perché ci sono delle fasi nelle quali veramente si rischia di andare fuori di testa. Entri dentro le storie di altri, con un modo ossessivo. Per fortuna poi crescendo, invecchiando soprattutto, si imparano tutti gli antiveleni».

Sull’intelligenza artificiale papa Leone ha messo in guardia anche il mondo della cultura. Lei come la giudica?

«Per adesso non ne vedo il pericolo per gli adulti. Per i giovani sì: faccio anche dei test nei laboratori di scrittura e i ragazzi non sanno distinguere uno scrittore dall'intelligenza artificiale. È chiaro che l'intelligenza artificiale per adesso non può scrivere come uno scrittore, ma per i ragazzi forse è meglio. Piuttosto che una scrittura faticosa come quella normalmente letteraria, vanno più direttamente verso una scrittura più schematizzata, che funziona per slogan. E quindi dobbiamo trovare un altro modo per creare questo senso di compassione collettiva che la letteratura riesce a smuovere. C’è la musica, ma è un'arte senza le parole, lo fa più di pancia. Ci dobbiamo pensare».

Il premio Strega è stato toccato dalla polemica delle parole di Mari su Michela Murgia. Le scrittrici in Italia sono tante. C'è un pensiero femminile che sostiene anche a un dibattito come quello che è venuto poi fuori in queste settimane?

«Sicuramente l'ingresso massiccio delle donne in letteratura ha modificato la figura della madre. Le madri raccontate dagli uomini, quindi dai figli, dai compagni, erano finte. Magari magnifiche, ma finte. Quando le donne hanno cominciato a parlare di se stesse in quanto madri o in quanto figlie, sono venute fuori delle persone umane, delle figure piene, con imperfezioni, fragilità, nevrosi, errori. Anche io idolatro entrambe le mie due madri, però lo faccio conoscendone tutti i difetti, i limiti. E più del limite di uccidersi… E poi c'è anche un pensiero femminile sul corpo...».

E su questo è nata la diatriba allo Strega..

«Nel privato diciamo qualunque sciocchezza. Ma è anche vero che il pulmino dello Strega, che io ho frequentato, essendo stata semifinalista e poi finalista, non è precisamente un luogo privato. Se Michele Mari, che ha smentito di aver offeso Michela Murgia, ha detto cose del genere ha peccato di ingenuità. Non si dice e non si dice di fronte a dei colleghi in gara. Tra l'altro, comunque, non è affatto sorprendente, perché Mari è politicamente scorretto, è crudele, ed è esattamente il motivo per cui mi piace. Comunque, se non conosciamo il pensiero vero, non possiamo censurare. Di che parliamo?»

Lei cosa legge?

«Trevisan, McCarthy, la chiusa di Stella Maris è un capolavoro. E anche Mari è un autore che ho amato molto, soprattutto i primi libri. Il mio autore del cuore in questo momento è Benjamin Labatut, uno scrittore che affronta la scienza in una maniera così chiara che mentre lo leggi ti sembra di capire la fisica, è straordinario».