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di Salvo Guglielmino
Il 29 giugno Roma celebra i suoi patroni, Pietro e Paolo. Una ricorrenza che appartiene alla storia stessa della città, tra la Basilica Vaticana, San Paolo fuori le Mura e la tradizione che colloca il martirio dell’Apostolo sulla via Ostiense. Ma a oltre ottocento chilometri dalla Capitale, a Palazzolo Acreide, cittadina barocca dalle origini greche della Sicilia sud-orientale, tutta la scena appartiene a un solo apostolo. Qui San Paolo non è soltanto una figura della storia cristiana. È il patrono della città. Una presenza viva, familiare, che ogni anno il 29 giugno esce dalla sua basilica per incontrare il suo popolo. Il momento culminante arriva alle tredici.


Quando le porte della basilica si spalancano e il simulacro si affaccia sulla scalinata, la piazza esplode in un fragore di applausi, mortaretti e “nzareddi”, le caratteristiche strisce di carta colorata sparate dall’alto sul fercolo. È la “Sciuta”, l’uscita del santo, l’istante più atteso dell’anno per migliaia di persone. L’originalità della festa risiede soprattutto nell’immagine che la comunità ha costruito del suo patrono. Nella tradizione iconografica più diffusa San Paolo appare con la spada abbassata, simbolo del martirio subito a Roma. La tradizione vuole che l’Apostolo sia stato decapitato nel luogo dove oggi sorge l’Abbazia delle Tre Fontane, così chiamata perché dal punto in cui la sua testa avrebbe toccato il suolo sarebbero miracolosamente sgorgate tre sorgenti, un luogo di rara suggestione ancora oggi poco conosciuto dal grande pubblico.


A Palazzolo Acreide, invece, la spada è sguainata e levata verso l’alto. Non è il gesto di un guerriero che combatte, ma di un santo che protegge. È il Paolo che veglia sulla città, che guida e custodisce la sua comunità. Non il martire, dunque, ma il patrono. Secondo una leggenda locale, come ha scritto Luigi Lombardo, ricercatore e studioso siciliano, l’apostolo Paolo si sarebbe fermato a riposare con i suoi amici proprio nei dintorni di Palazzolo Acreide ( la località si chiama “Cuozzu i Sam Paulu” ) nei tre giorni che trascorse a Siracusa nel 61 d.C. Da secoli il culto paolino si intreccia , soprattutto nel Mezzogiorno , con tradizioni popolari uniche. Le “cuddure”, pani votivi decorati con serpenti, richiamano la protezione attribuita al santo contro i veleni. Fino a tempi relativamente recenti, la festa vedeva la presenza dei “ciàrauli”, figure popolari che maneggiavano serpenti e si ritenevano protette dall’intercessione dell’Apostolo. Un patrimonio di riti e simboli che ha attirato l’attenzione di studiosi come Giuseppe Pitrè e Antonino Uccello che in questa città volle costruire la sua “casa Museo”. A rendere ancora più singolare la celebrazione è il rapporto diretto che si instaura tra il santo e la comunità. Un rito quasi simbiotico che a Palazzolo Acreide si rinnova anche il 10 agosto, con l’altrettanto partecipata e colorata festa di San Sebastiano. Durante la processione centinaia di famiglie sollevano i bambini verso il simulacro per affidarli alla sua protezione. È un gesto semplice ma di grande intensità simbolica, che si rinnova di generazione in generazione. Ma sarebbe un errore ridurre tutto al folklore. La forza della festa sta nella sua capacità di essere ancora oggi un’esperienza collettiva autentica. Lo si vede negli emigrati che tornano ogni anno per il 29 giugno e nella partecipazione di un’intera comunità che continua a riconoscersi nel proprio patrono. Così il 29 giugno racconta due storie complementari. A Roma si celebrano Pietro e Paolo, colonne della Chiesa universale. A Palazzolo Acreide si celebra soprattutto il rapporto speciale tra un santo e il suo popolo. Due tradizioni lontane, unite dalla stessa figura. E forse proprio in quella spada levata verso il cielo si coglie il significato più profondo della festa siciliana: non il ricordo di un santo lontano, ma la presenza di un patrono che la sua gente sente ancora vivo e vicino.



