W noi, e non poteva essere altrimenti. Una mostra intitolata a Gian Paolo Ormezzano, Gpo, non avrebbe potuto intitolarsi che così, a costo di rischiare di risultare poco immediata a chi non lo conoscesse di persona, perché «W noi» era la cifra del suo ottimismo, ancor prima che il saluto che usava per congedarsi al termine di ogni conversazione, mail, sms, non Whatsapp, però, quello no, perché Gpo per usare una parola di suo conio non «uozzappava».

Aveva un talento autentico per le parole, si trattasse di inventarle o di lasciarle scorrere.  Era gaddiano nell’anima forse senza saperlo, tanto che sembra di riconoscerlo in queste righe di Carlo Emilio Gadda: «I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni, sebbene il Re Cattolico non li abbia ancora monetati: e tutti i sinonimi, usati nelle loro variegate accezioni e sfumature, d’uso corrente, o d’uso raro rarissimo».

Anche per Gpo nella lingua non esistevano il troppo e il vano, ma le misure sì, rispettate alla battuta. Amava le parole, le padroneggiava, le domava, le addomesticava, poi le lasciava andare per il mondo, libere ma non selvagge, muovendo le dita sulla macchina per scrivere con maestria da incantatore di serpenti, all'occorrenza guardando altrove come seguendo la melodia dei martelletti, (dopo anche sul computer, ma Gpo e il pc si sono adattati a convivere per necessità, guardandosi reciprocamente un po’ in cagnesco). E infatti, guarda caso, qui in mostra nella sala di villa Claretta Assandri, sede del Museo del Toro, ci sono due macchine per scrivere, rigorosamente meccaniche, ma nessun un pc neanche obsoleto. 



Persino un fan Club
Non è scontato e neanche è facile rappresentare il lavoro di un giornalista, ancorché colorato e giramondo come Gpo, però c’è davvero lui qui dentro: c’è nella foto d’apertura scattata a Melfi, accanto al suo pezzo più rappresentativo, quello della prima pagina di Tuttosport che festeggiava lo scudetto del Torino, del 1976, con il titolo «Toro, lassù qualcuno ti ama»; c’è nelle pagine della Stampa, di Tuttosport, di Famiglia Cristiana con cui ha collaborato per oltre 60 anni, perché Gpo è tutto ancora vivo nelle sue parole. C’è nella selva degli accrediti variopinta che dice delle sue 28 Olimpiadi e del resto: performance da record del mondo, di scrittura agonistica. C’è sul gagliardetto del fan club di Melfi, perché, sì, Gpo scriveva come correva Coppi: da fuoriclasse velocissimo e resistente. Perciò sta benissimo in un posto come questo in cui si celebra lo sport vissuto, perché lo ha vissuto anche lui, da campione anche lui. Unico nel suo genere e negli altri: mai visto un giornalista con il fan club, neanche il più vanesio (e ce ne sono!) avrebbe osato immaginarlo per sé. Gpo, autoironico com’era, se l’è trovato, omaggio del suo grande cuore Toro che contagiava con il virus di una passione sconsiderata epigoni un po’ ovunque e che poi lo hanno ringraziato così. Lo raccontava ridendo fino alle lacrime per nascondere in due sciocchezze di essersi commosso. 

Un luogo non casuale

Deve avere fatto la stessa cosa domenica 12 ottobre, il giorno dell’inagurazione della mostra guardando giù e vedendo tutta la folla riunita, la gente fuori, i figli che davano interviste, come succede agli sportivi di palla e ruote ma non di penna, in genere.  Solo in una cosa Gpo differiva dai campioni dello sport: vinceva, ma non faceva a gara, era sempre maglia rosa, ma se avesse corso in bicletta, nelle retrovie, prima di andare in fuga a tagliare il traguardo per distacco, si sarebbe fermato un attimo a passare la borraccia alla maglia nera, e dopo avrebbe regalato gli omaggi dello sponsor al più giovane dei gregari.  E se ha guardato giù il giorno dell’inaugurazione avrà capito che quelli cui ha donato parole, rispetto, consigli professionali gliene sono ancora grati. 

Ma conta anche il luogo in cui la mostra è esposta, il Museo del Toro, nelle stanze adiacenti a quel che resta del Grande Torino: maglie, foto, scarpiere, pezzi delle tribune, di legno stupende, del vecchio Filadelfia, la valigia da trasferta di Valentino Mazzola e quella del massaggiatore estratta dal relitto di Superga con i vetri delle boccette ancora incredibilmente interi. Gpo, che ha tenuto nella sua macchina fino alla fine un mattone di quel vecchio stadio, non potrebbe sentirsi più a casa di così.

Ed è difficile davvero credere che, quando cala il buio e si chiude il portone che dà sulla via, là dentro nel segreto di quelle stanze, non succeda qualcosa. Per esempio che Gpo rimetta al suo posto il mattone del Filadelfia e che in quel momento quei vecchi ragazzi in casacca granata si calino dalle foto seppiate, e come i giocatori di baseball sbucati dal campo di grano nel film L’uomo dei sogni, uno alla volta, Bacigalupo, Ballarin, Maroso… corrano fuori sul prato del parco della villa per tornare a giocare, e Gpo a pestare sui tasti della sua sua Olivetti meccanica, fermando ciascuno il tempo nella propria ora migliore.


DOVE, QUANDO, COME, PERCHÉ

Dove: Nel Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata. La mostra “W NOI” è allestita a ingresso libero nella Sala della Memoria.  Il museo si trova a villa Claretta Assandri in via G.B. La Salle 87, a Grugliasco, alle porte di Torino.

Quando: Gli orari di apertura del museo sono il sabato dalle 14 alle 19 e la domenica dalle 10 alle 19, con ultimo ingresso alle 17.30.

Come: È possibile prenotare online visite guidate. L'ingresso al Museo costa 5 euro, gratuito al di sotto dei 10 anni. Per informazioni telefonare dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18 dal lunedì al venerdì al numero + 393393370426 oppure inviare una mail a: volontari@museodeltoro.it

Perché: Perché sì, avrebbe detto Gpo.