Nel giro di sei giorni i melomani romani ( e ovviamente chi vorrà passare da Roma) avrà il privilegio di ascoltare due volte, in due diverse versioni, uno dei capolavori della musica sacra, la Petite messe solennelle di Gioachino Rossini. Il primo appuntamento è sabato 17 ottobre al Teatro Costanzi, dove Michele Mariotti, Direttore musicale dell’Opera di Roma, dirigerà l’Orchestra e il Coro della Fondazione capitolina nella seconda versione della Petite messe, per soli, coro e orchestra. Giovedì 22 ottobre alle ore 20.00, nella Basilica di San Vitale, in via Nazionale, Mariotti dirige invece la prima versione, per soli, coro, due pianoforti e armonium. In entrambe le serate si esibisce un quartetto di solisti d’eccellenza: Emőke Baráth, Carlo Vistoli, Dmitry Korchak e Michele Pertusi, con Ciro Visco alla guida del Coro del lirico capitolino. Nel concerto del 22 ottobre, al primo pianoforte Marco Forgione, al secondo pianoforte Michele Reali e all’armonium Alessia Capoccia.

La Petite messe solennelle appartiene all’ultima stagione creativa di Gioachino Rossini ed è legata ai Péchés de vieillesse, le composizioni scritte dal musicista negli anni parigini dopo il suo ritiro dal teatro d’opera. La prima versione, per soli, coro, due pianoforti e armonium, fu eseguita il 14 marzo 1864 nella casa parigina del conte Alexis Pillet-Will e della moglie Louise, alla quale l’opera era dedicata. Rossini tornò successivamente sulla partitura realizzandone una seconda versione per soli, coro e orchestra, eseguita per la prima volta a Parigi il 28 febbraio 1869, dopo la morte del compositore.

Nella partitura Rossini inserì commenti e didascalie. Questo fu il suo congedo: “Buon Dio, ecco terminata questa povera piccola messa. È musica sacra quella che ho appena fatto, o che razza di musica? Ero nato per l’opera buffa, Tu lo sai bene! Un po’ di sapere, un po’ di cuore, e il giuoco è fatto. Sia benedetto, dunque, e concedimi il Paradiso”.

Per Michele Mariotti, uno dei massimi interpreti del repertorio rossiniano, “la Petite messe solennelle rappresenta l’espressione più alta, profonda e sublimata del rapporto tra l’uomo e Dio, con tutte le sue implicazioni: dal conforto dell’affidarsi a Lui all’esperienza del dolore, fino alla paura e al turbamento. Mai Rossini si era spinto così avanti nel raccontare l’umanità, servendosi di una straordinaria varietà di linguaggi, che spazia da momenti di severità liturgica a slanci lirici mai così intensamente romantici. È proprio questa ambiguità tra sacro e profano a rendere l’opera un capolavoro assoluto e, al tempo stesso, enigmatico e misterioso”.