C’è qualcosa di profondamente stonato nel successo annunciato di Al mio paese, il nuovo singolo di Serena Brancale, Levante e Delia, tutte e tre artiste originarie del Sud. Non stonato sul piano musicale – anzi, il brano è persino orecchiabile e perfettamente calibrato per diventare un tormentone estivo – ma sul piano culturale e simbolico. Perché sotto il ritmo trascinante e le suggestioni della tradizione meridionale si nasconde un’operazione ben più problematica: la riduzione del Sud Italia a immagine, a cliché, a prodotto da vendere, a «presepe di bugie» come ha scritto, giustamente, qualcuno.

C’è una violenza sottile – di cui questo brano è l’esempio perfetto, ma non certo l’unico  che non passa per la negazione di una cultura, ma per la sua imbalsamazione. È la violenza del “cool”, dell’etnico a uso e consumo dei palati metropolitani, dei nordisti e dei turisti “mordi e fuggi”.

Al mio paese è l’ennesimo capitolo di un’antologia del cliché che sta saturando l’industria culturale italiana: un brano che, sotto la veste dell’omaggio, consegna il Mezzogiorno e le isole a una narrazione turistica, immobile e, diciamolo, profondamente alienante per chi in questi luoghi ha deciso di restare, magari combattendo ogni giorno, con caparbietà, forza di volontà e spirito di sacrificio, con quello che non va, dai trasporti alla burocrazia, e valorizzando quello che il Sud sa ancora offrire.

Il meccanismo è semplice e antico. Si prende un immaginario condiviso – le sedie fuori dalle case, le nonne che chiacchierano, i bambini che giocano per strada, le feste patronali, i panni stesi al sole – e lo si amplifica fino a renderlo rassicurante, riconoscibile, vendibile. Non importa se quel mondo oggi esiste solo in parte, o solo in certi momenti dell’anno.

Non importa se accanto a quelle immagini convivono spopolamento, precarietà, isolamento infrastrutturale (ne sono testimonianza le frane innescate dalle alluvioni di Pasqua che hanno interrotto la linea ferroviaria adriatica con ripercussioni in tutta Italia), emigrazione non solo giovanile (secondo l’ultimo Rapporto Svimez il Sud è caratterizzato da una doppia fuga: giovani qualificati e anziani. Tra il 2002 e il 2024, quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno, mentre il numero di anziani trasferitisi al Centro-Nord ("nonni con la valigia"), spinti da carenze sanitarie locali e necessità di ricongiungimento familiare, è quasi raddoppiato, superando i 184mila).

Tutto ciò che è attrito, problema, questione da affrontare (e magari anche denunciare) viene rimosso. Resta la superficie.

Il risultato è una narrazione che non offende apertamente, ma semplifica. E semplificare, quando si parla di territori complessi, è sempre un’operazione rischiosa. Il Sud raccontato in Al mio paese non è un luogo vivo, attraversato da contraddizioni e trasformazioni, da gente che innova, investe, lavora, ma uno spazio sospeso, immobile, quasi fuori dal tempo. Un “paese”, appunto, termine che appiattisce città, differenze, identità, buono solo per essere visitato, consumato e poi lasciato alle spalle come un qualsiasi “paradiso turistico”.

Il Sud non è un set fotografico. Non è solo processioni, sedie di paglia e religiosità da filtri Instagram. Ridurre, come fanno anche (e soprattutto) molti meridionali che vivono al Nord o all’estero, il legame con la propria terra a un intervallo tra le ferie («cominciano le ferie quando torno al mio paese») significa svuotare quei territori di ogni dinamica lavorativa, civile e professionale. È una “turistificazione sonora”: trasformare l’identità in una spezia esotica per playlist metropolitane, negando dignità a chi qui cerca di costruire il futuro e non un museo del passato.

Si potrebbe obiettare che si tratta solo di una canzone pop, e che pretendere profondità da un tormentone estivo sia fuori luogo. È un’osservazione legittima, ma parziale. Perché la cultura popolare, proprio nella sua leggerezza, contribuisce a costruire immaginari duraturi. E quando quegli immaginari coincidono con stereotipi già radicati, il rischio è quello di rafforzarli, non di superarli.

Il punto non è negare che certe immagini esistano davvero. Le piazze piene, le processioni, le famiglie allargate sono parte autentica di molte comunità meridionali. Ma raccontarle come totalità significa cancellare tutto il resto: il lavoro quotidiano, le difficoltà, le ambizioni, le trasformazioni silenziose, gli investimenti, l’innovazione, i giovani che coraggiosamente hanno deciso di restare. Significa, in fondo, restituire un Sud che serve più a chi lo guarda da fuori, o a chi ci torna per pochi giorni l’anno, che a chi lo abita ogni giorno.

C’è poi un elemento ancora più sottile, e forse più inquietante. Questa estetizzazione del Sud risponde perfettamente alle logiche del mercato contemporaneo, che ha bisogno di luoghi riconoscibili, narrativamente semplici, facilmente esportabili. Il Mezzogiorno diventa così un brand: luce, ritmo, nostalgia, sole, mare, vento. Un prodotto da consumare, più che una realtà da comprendere.

Non è un caso – anzi, è il problema nel problema – che proprio chi viene da quei territori e che dovrebbe conoscerli meglio di chiunque altro finisca, talvolta, per aderire a questa rappresentazione, a propagare questi stereotipi, a trasformare la storia del Sud, le sue fatiche, i sacrifici delle generazioni precedenti, i problemi irrisolti e le potenzialità che sa esprimere, in caricatura, macchietta, stereotipo.

No, non spetta a una canzone risolvere i problemi del Sud. Ma è lecito chiedere che almeno non contribuisca a nasconderli dietro una patina di folklore.

Al mio paese funziona, e funzionerà. Ma proprio per questo merita di essere interrogato. Perché dietro la leggerezza di un ritornello si gioca qualcosa di più serio: il modo in cui continuiamo a raccontare, e a fraintendere, una parte fondamentale del nostro Paese. Che questo modo di raccontare lo facciano tre (brave) artiste del Sud è un’aggravante, non un’attenuante.