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Entrare nel mondo di Andrea Laszlo De Simone è un’esperienza trascendente. Ci si lascia cullare dalle sue melodie e dalla dolcezza della sua voce e si viene trasportati in un emozionante altrove. E quando poi si torna qui, ci si sente cambiati. Questo hanno provato gli spettatori, quasi tutti con meno di trent’anni, che hanno affollato il cinema Beltrade di Milano per ascoltare, con l’accompagnamento di video con immagini fisse, Una lunghissima ombra. Così si intitola l’ultimo album di questo 39enne cantautore torinese, famoso in Francia per aver vinto il César, l’equivalente dell’Oscar, per la colonna sonora del film Le règne animal, e praticamente sconosciuto qui da noi. Anche perché, dal 2021, ha deciso di non fare più concerti per non togliere tempo alla sua famiglia.
Eppure la sua musica è ovunque: nelle pubblicità, nelle colonne sonore di film italiani come Palazzina Laf, nascosta fra le rime infuocate del rapper Fabri Fibra e perfino sul social più amato dai giovani, TikTok, dove una sua canzone del 2017, Fiore mio, è stata il tormentone dell’estate 2025. E così, mentre queste stranissime presentazioni dell’ultimo disco si moltiplicano nei cinema di tutta Italia, abbiamo cercato di indagare l’enigma Laszlo (è il suo secondo nome, di origine slava) parlando direttamente con lui al tavolino di un bar in un freddo pomeriggio.
Chi è Andrea Laszlo De Simone?
«Una persona e un padre di famiglia con la passione di suonare e soprattutto di registrare la propria musica».
Fai tutto a casa tua, principalmente di notte. Perché?
«Perché i bambini dormono. Io sono tranquillo e non tolgo tempo a loro. E poi la notte tutto risuona di più».
In una canzone dell’ultimo disco, Per te, all’inizio si sente una bambina che la canta. È tua figlia?
«Sì, a volte se lavoro di giorno i miei figli mi sentono e canticchiano. Quella volta stavo proprio registrando una canzone scritta per lei. Così ho acceso il microfono».
Cos’è per te la musica?
«È un hobby. Io ho sempre fatto anche altro. Più che un artista, mi sento un artigiano: mi piace imparare a fare le cose. La musica, il legno, la cucina: non trovo grandi differenze. Domani mattina potrei andare a lavorare in un supermercato e mi andrebbe bene lo stesso. Non ho ambizioni precise legate alla musica».
Quindi non ti vedremo mai a Sanremo?
«La sola idea mi terrorizza. C’è chi è bravo a diventare un personaggio televisivo. Io non sarei proprio capace».
Nella tua musica, accanto a moderne sonorità elettroniche, si avvertono echi di cantautori come Gino Paoli e Lucio Battisti e più in generale un’atmosfera che rimanda agli anni ’60. È così?
«Me l’ha detto anche mio padre, quindi deve essere così. Però non credo sia un’ispirazione diretta, perché io ascolto pochissima musica. Preferisco farla. Come con i Lego. Ci gioco da quando ero bambino e continuo a farlo, anche con la scusa di essere un padre. Ripeto, mi piace l’aspetto pratico delle cose, non l’evocazione: sono un artigiano che fa le cose per sé».
Molte tue canzoni però arrivano agli altri.
«E io sono grato dell’attenzione e dell’affetto che ricevo: è un dono bellissimo. Ma non faccio musica per questo: quello che scrivo mi aiuta a crescere come persona. Spesso la mia musica nemmeno mi piace, ma mi serve».
Il tuo album si intitola Una lunghissima ombra. Perché questo superlativo?
«Perché l’ombra è lunghissima soltanto alle prime luci dell’alba e al tramonto e questo è un disco sui pensieri intrusivi, su quei dubbi che ti assalgono all’improvviso e che spesso riguardano, appunto, l’inizio e la fine della vita: l’infanzia e la morte».
In Non è reale canti: “Cosa sappiamo di noi? Cosa ci illumina? Cosa ci spinge? Cosa ci domina?”. Hai delle risposte?
«Le risposte sono la fine di qualcosa. Quindi mi auguro di non trovarle mai. Perché finché una cosa resta come domanda è una spinta, è un desiderio».
Anche molti tuoi brani sono lunghi. Ma le melodie che le compongono no: sono molecole di note che si ripetono, arricchite dagli strumenti che si aggiungono via via. Perché hai questo modo di comporre?
«Perché sono una persona semplice, credo, e non sono un virtuoso della musica. Non c’è nessuna sfida, solo mi fa stare bene farlo. Per questo anche i testi sono semplici: è la musica che mi suggerisce le parole da usare. Quando poi mi sento pronto a livello emotivo canto e se anche non viene benissimo non importa: ciò che conta è la sincerità».
Tornerai a scrivere colonne sonore?
«Credo proprio di sì. Il cinema è un linguaggio fantastico, è un esempio perfetto per raccontare che all’interno di alcuni confini può esserci l’infinito. E poi, scrivendo le musiche per un film costruisci un “tuo” film e quindi si crea un dialogo tra i vari autori, primo fra tutti ovviamente il regista, molto stimolante».
Ma davvero non ti manca l’idea di proporre dal vivo le tue nuove canzoni?
«Ho fatto concerti per tanti anni, ma nella vita si cambia. In questo momento l’idea di lasciare i bambini a casa e di trascurare altri progetti che mi premono per andare in giro per chissà quanto tempo proprio non mi va. In più, aumenterebbe la mia notorietà e per me sarebbe un peso. Sono felice così».
Ecco le date aggiornate del tour di Una lunghissima ombra nei cinema: si parte il 15 dicembre da Venezia al Cinema Giorgione per Laguna Film Festival, per proseguire il 19, 20 e 22 dicembre a Torino al Cinema Massimo (sold out), il 20 dicembre ad Arezzo al Cinema Eden per Mengo Winter e, sempre il 20 dicembre, a Matera presso l’Auditorium del Conservatorio R. Gervasio per Open Sound Festival, e ancora il 4 gennaio 2026 a Taranto a Spazioporto, l’11 gennaio a Palermo al Cinema De Seta, il 12 gennaio a Barcellona allo Zumzeig e l’1 febbraio a Foligno (PG) allo Spazio Astra.
Le prevendite sono disponibili su http://dnaconcerti.com




