Da Vienna.

Certo, una vittoria di Sal Da Vinci per l’Italia eviterebbe ad Eurovision ogni imbarazzo: Per sempre sì, la canzone vincitrice di Sanremo 2026, parla di matrimonio e amore eterno, tutti messaggi positivi, e l’Italia continua a generare grande simpatia fra il pubblico dei fan dell’Eurofestival, come si è visto durante l’esibizione di martedì scorso, quando – lungo la millimetrica coreografia studiata da Marcello Sacchetta, cresciuto ad Amici di Maria De Filippi – l’abito da sposa della ballerina sul palco ha svelato un gigantesco tricolore.

«Non succede, ma se succede», ripete Gabriele Corsi nelle sue telecronache. Difficile per Sal arrivare al primo posto nella finale di sabato, anche se le sue quotazioni salgono ogni ora di più: entro le prime sette posizioni ogni risultato è certamente buono; il podio sarebbe un grandissimo successo. Nel frattempo, però, attorno allo Stadthalle di Vienna i temi più discussi sono politici, o meglio, geopolitici. E non è affatto una novità. Perché, come scrisse nel 1979 Jean Coucrandun, un giornalista belga: «Se Eurovision non si occupa di politica, è la politica a occuparsi di Eurovision».

Durante la prima semifinale, e ancora alle prove generali, l’oggetto della contesa è sempre lo stesso da qualche anno, ovvero dal 7 ottobre 2023 e la guerra che è seguita: la partecipazione di Israele, che si è qualificato per la finale con Noam Bettam e la sua Michelle, una canzone con rime in ebraico e in francese. Ad ogni esibizione partono le contestazioni, che ricordano i morti a Gaza e le politiche di Netanyahu.

L'israeliano Noam Bettan durante la prova generale della finale di Eurovision.
L'israeliano Noam Bettan durante la prova generale della finale di Eurovision.

L'israeliano Noam Bettan durante la prova generale della finale di Eurovision.

(REUTERS)

EBU (European Broadcasting Union), che organizza la manifestazione, si è limitata un po’ pilatescamente a dire che «non coprirà i fischi»: sia mai che si possa passare da censori. E’ come se si invitasse qualcuno a cena senza però dargli da mangiare. La ragione è che la faccenda è diventata davvero complessa da gestire, visto che ben cinque Paesi – Spagna, Islanda, Paesi Bassi, Irlanda e Slovenia – hanno effettivamente boicottato questa edizione proprio per la presenza di Israele, e a Vienna non si sono presentati.

Le semplificazioni e l’estrema polarizzazione la fanno oggi da padrone, ma le cose sono effettivamente complesse: proviamo a spiegare perché. Eurovision è l’emanazione più visibile di EBU, il consorzio delle reti “di servizio pubblico” nato nel 1950, ben prima della Comunità Economica Europea (1957) o dell’Unione Europea. Spesso si fa qualche confusione: lo spiega bene Dean Vuletic, autore di Eurovision Song Contest. Una storia europea (minimum fax).

Ed ecco il nodo della questione: a rappresentare Israele è l’emittente di servizio pubblico KAN, che col Governo di Benjamin Netanyahu ha una prolungata e dichiarata storia di ostilità e conflitto. Il Governo israeliano ha provato più volte a smembrare e indebolire il servizio pubblico, che non controlla. E’ una storia ricorrente: Governi illiberali o autoritari provano a esercitare un controllo diretto dei media di servizio pubblico (come accaduto nel recente passato in Ungheria e in Polonia) oppure mirano a ridurne drasticamente l’influenza (per esempio tagliandone i fondi pubblici).

Ecco perché il boicottaggio è un autentico paradosso: sembra allineare i critici di Netanyahu proprio alle posizioni del suo Governo ostili al servizio pubblico. Ed ecco perché il confronto con la Russia, esclusa da Eurovision dopo l’invasione dell’Ucraina, non regge: qui la televisione e i media in generale sono interamente strumenti di propaganda. E’ la sottile ma chiara linea che distingue “servizio pubblico” e “tv di Stato”. Per i paradossi più divertenti della storia c’è il fatto che, fra i Paesi che boicottano c’è la Spagna, che – in pieno regime franchista – cercò di “usare” Eurovision come strumento di soft power e accreditamento internazionale. Insomma, nulla di nuovo su questi schermi.

Sul soft power si è molto discusso, in questi giorni, anche a seguito a una inchiesta del New York Times che ha rivelato che lo stesso Governo israeliano avrebbe finanziato una campagna pubblicitaria ben remunerata di sostegno ai propri cantanti che partecipano ad Eurovision. Non è emerso però nulla di davvero concreto, se non il fatto che il meccanismo di televoto sia facilmente influenzabile da una campagna ben orchestrata di voto massiccio e organizzato. Ma probabilmente quest’effetto si attiva proprio quando si mobilita – o si riesce a mobilitare – una diaspora che tele-vota in blocco il proprio rappresentante (il regolamento di Eurovision non consente a chi vive in un Paese di votare per il proprio rappresentante). Da EBU servirebbe probabilmente maggiore trasparenza sui voti espressi, in chiusura di manifestazione.

Per tornare a Sal Da Vinci, quest’ultima osservazione può risultare però favorevole all’Italia: anche senza alcuna necessità di orchestrazione, la grande “diaspora” di italiani nel mondo potrebbe effettivamente mobilitarsi: non succede, ma se succede…