I dischi d’oro, gli stadi sold out, i milioni di follower. Così la televisione ci ha sempre descritto il successo: dai giovanissimi cantanti – freschi di talent show – fino alle star che hanno fatto la storia della musica, si è vincenti solo se si è immediatamente riconosciuti come tali, a suon di certificazioni o biglietti staccati. E guai a scendere da quella vetta: la perfezione deve essere immutabile e perenne, pena l’oblio.

Eppure, il mondo – quello normale, quotidiano, fatto di sveglie all’alba e sogni ancora da costruire – ha tutto un altro andamento: si ricevono parecchi «no, grazie», il lavoro non sempre coincide con le proprie passioni e la felicità si alterna a momenti di sconforto. I vincenti sono pochi e spesso hanno le ore contate.

Il seguito riscosso dai Jalisse nasce forse proprio da questa percezione distorta della realtà: Alessandra Drusian (57 anni) e Fabio Ricci (61 anni), il duo del celebre brano Fiumi di parole, sono gli unici ex vincenti che hanno perso il proprio trono, ma sono restati nel mondo (di eterni arrivati) della tv. I due si sono sposati il 18 ottobre 1999 a San Giovanni Rotondo e hanno due figlie: Angelica e Aurora.

FESTIVAL DI SANREMO 1997 - NELLA FOTO SYRIA 3^ JALISSE 1^ E ANNA OXA 2^
FESTIVAL DI SANREMO 1997 - NELLA FOTO SYRIA 3^ JALISSE 1^ E ANNA OXA 2^
In questa foto, da sinistra: Syria, che a Sanremo del 1997 arrivò terza; Alessandra e Fabio; Anna Oxa, seconda. Ai Jalisse due premi: il Leone d’oro come vincitori del Festival e il Leone d’argento come autori. (lapresse)

Com’è noto, dopo aver conquistato il primo posto a Sanremo nel 1997 con Fiumi di parole, i Jalisse hanno incassato un’esclusione dopo l’altra, tanto da trasformare il loro ventennale esilio dall’Ariston in una caratteristica distintiva. Eppure, la gente li segue comunque: sui social i loro fan si dividono addirittura in Tribù, Milly Carlucci li ha voluti nel cast di Canzonissima e da un paio d’anni persino i brand pubblicitari hanno deciso di investire su di loro. I Jalisse ricordano i biblici ultimi che diventeranno primi: un modello (loro sì) nel quale la maggioranza del pubblico può riconoscersi, perché più aderente alla realtà. «Tutti nella vita siamo un po’ dei Jalisse: nessuno al mondo è sempre un vincente, i “no” sono quotidiani», concorda il duo. «Noi vogliamo dare voce proprio a chi non ce l’ha».

Gli insuccessi possono rivelarsi preziosi quanto le vittorie?

Alessandra: «Mio padre mi raccomandava sempre di “tenere i piedi dentro le scarpe”. Vuol dire: guarda i tuoi limiti, non sfuggire a loro. A torto o a ragione, oggi è invalsa l’idea che bisogna subito superare ciò che ci frena. Il limite non è però necessariamente un’obiezione: ti dà la misura di quanto puoi osare, detta il ritmo del tuo percorso di crescita. Poi, sicuramente, una volta arrivati alla meta, quando si è cresciuti, quella reticenza sfuma: appunto, la si supera. Ma nel corso del cammino bisogna procedere a braccetto con lei, dialogarci insieme».

Fabio: «I “no, grazie” possono essere molto dolorosi. Ricordo ancora i nostri inizi: erano gli anni Novanta, ancora non cantavamo insieme. Io rappresentavo Alessandra, come autore. Ogni volta che sosteneva un provino, Ale si sentiva dire che la sua voce non era poi così interessante o che le donne non funzionano molto nel mondo della musica. È stato lì che abbiamo deciso di diventare un duo e creare una nostra etichetta discografica: la sfida è trasformare i “no” in bellezza. Imparare ad aprire nuove strade».

Cosa vuol dire allora avere successo?

Fabio: «Il nostro core business non è… il business. Non vogliamo fare cassa allineandoci alle mode commerciali. Il nostro core business è fare una musica con la certezza che avremo poca visibilità, ma la gioia di essere coerenti con quello che siamo e quello in cui crediamo. Ci piace unire anche il sociale, mettendoci a disposizione delle cause che ci stanno più a cuore. In questo ci fanno da guida le parole di monsignor Luigi Accogli. Lo conoscemmo al nostro matrimonio e diventammo subito grandi amici. Quando si ammalò andammo a trovarlo, per dargli il nostro estremo saluto e lui, dal letto di morte, ci ripeté: “Non abbiate mai paura di raccontare chi siete e cosa avete nel cuore”. Lo stesso “Non abbiate paura” che poi risuonò, potente, per tutto il pontificato di Giovanni Paolo II. Non a caso una delle canzoni a cui siamo più legati è Non aver paura di chiamarlo amore».

Alessandra: «I dischi d’oro e gli stadi sold out vanno benissimo, anche se per noi, che siamo un’etichetta musicale, restano fuori portata. Però è importante rimettere al centro la relazione umana. Non c’è niente di più bello di quando, finito il concerto, si scende dal palco a chiacchierare con le persone. Quando ci esibiamo nei teatri o in giro per i paesini, spesso la signora della piazza ci offre un caffè a casa sua o ci fa degustare i prodotti locali».

Quando vi siete avvicinati alla fede?

Alessandra: «Siamo sempre stati credenti, ma sicuramente c’è stato un cambio di passo quando abbiamo accettato l’invito della sorella di Fabio ad andare a Pietrelcina, da Padre Pio, insieme ad altri pellegrini. Lì abbiamo conosciuto padre Luciano Liotti, il chierichetto di Padre Pio, che ci ha sposati nel 1999 e ha anche battezzato le nostre figlie Aurora e Angelica. Siamo diventati anche amici dei frati cappuccini: quando andiamo, ceniamo spesso insieme. Affezionarsi a dei volti e a dei luoghi rende la fede più tangibile».

Fabio: «Il 1996 è stato un anno complesso. Avevamo portato a Sanremo Giovani il brano Liberami, dedicato agli angeli custodi, e dopo qualche mese è morto mio nipote. Aveva appena 17 anni. Mia sorella, che aveva ancora un altro figlio, si è dedicata totalmente alla Chiesa e ha iniziato a parlarci di Padre Pio. Ci ha anche regalato il suo epistolario, che abbiamo letto».

Di questi luoghi, e di questi incontri, cosa vi è rimasto più nel cuore?

Alessandra: «Durante il battesimo di Aurora, la nostra secondogenita, padre Liotti disse: “Dio sa già cosa succederà nella nostra strada. Noi invece vediamo solo i fili. Affidiamoci quindi a Lui lungo il cammino”. È una raccomandazione che mi riscalda il cuore perché vuol dire che c’è Qualcuno che ci può guidare in mezzo alle mille difficoltà. Quanto a Padre Pio, lui insisteva molto sull’importanza della confessione. Non è il più facile dei sacramenti: se hai un rapporto di conoscenza profonda con il sacerdote, ti imbarazzi a spifferare i peccati; se non lo conosci, fa strano rivelare a uno sconosciuto la parte più delicata e profonda di te stessa. Almeno, così la vivo io, tanto che quando sono nel confessionale parlo a macchinetta per il terrore che l’imbarazzo mi blocchi. Ogni volta però, quando esco, percepisco una bellissima sensazione: ti senti, appunto, confessata, più leggera ed è questo che fa la differenza e mi spinge a frequentare questo sacramento».