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Si chiama antibiotico resistenza, ed è – come conferma la stessa Organizzazione mondiale della Sanità – una delle principali emergenze sanitarie globali. L’allarme – rilanciato da Matteo Bassetti, professore ordinario di Malattie infettive all’Università di Genova in occasione del convegno San.ita di Bologna – è reale. E i numeri fanno paura: 50 mila morti all’anno in Italia per infezioni da batteri resistenti, 5 milioni in tutto il mondo. Con una previsione di 40 milioni nel 2050.
Una questione culturale, non medica
Perché allora non siamo spaventati? Perché è una pandemia silenziosa, come l’ha chiamata il virologo. «La definizione è corretta», commenta Fabrizio Pregliasco, professore di Igiene all’Università degli Studi di Milano e direttore sanitario dell’ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano. «Ed è tale perché la responsabilità è di tutti, quindi purtroppo diventa “di nessuno”. Non si tratta di un problema medico, ma di una questione culturale».
L’antibiotico resistenza è un fatto naturale, un fenomeno fisiologico che implica la normale reazione di un batterio alla sostanza che cerca di annientarlo. Il calo dell’efficacia dei farmaci che abbiamo a disposizione, però, è un’altra questione, che coinvolge l’intera società a tutti i livelli.
Chiamati in causa governo e aziende
Partiamo dall’alto. Le istituzioni sono chiamate in causa: hanno il dovere di investire nei piani di prevenzione, promuovendo le campagne vaccinali e sostenendo la ricerca. Poi ci sono le aziende farmaceutiche, che dovrebbero svolgere maggiori studi in questa direzione, per mettere a punto molecole in grado di tener testa a quelli che ormai sono chiamati superbatteri. In realtà i microrganismi incriminati sono vecchie conoscenze della medicina: parliamo di Escherichia coli, Klebsiella, Streptococco, nulla di nuovo sotto il sole… e anche sotto il vetrino del microscopio.
Il rischio negli ospedali
E negli ospedali? «L’attenzione è altissima», risponde Pregliasco, «ma i rischi legati alle infezioni sono quotidiani. Per questo esiste il Cio, Comitato infezioni ospedaliere, un organismo multiprofessionale che ha il compito preciso di tenere sotto controllo l’uso degli antibiotici nelle strutture sanitarie». Poi ci sono gli animali degli allevamenti, spesso portatori inconsapevoli del problema. L’uso indiscriminato degli antibiotici a livello veterinario è molto diminuito nel nostro Paese, grazie a una rigida regolamentazione e un Piano nazionale di controllo, ma restiamo in allerta.
Il dovere dei medici di famiglia
Siamo giunti al livello dei medici: non parliamo tanto degli specialisti, quanto soprattutto dei pediatri e medici di famiglia. Sono i primi ad avere la responsabilità della prescrizione, evitando quella “facile” dell’antibiotico, per debellare un’infezione con la terapia urto, tranquillizzando le mamme apprensive. «Gli antibiotici vanno utilizzati con progressione», prosegue Fabrizio Pregliasco, «con appropriatezza, e soprattutto per ogni caso va prescritto il farmaco giusto, che non è necessariamente quello più potente. Non dimentichiamoci che un antibiotico è come una lama: ogni volta che colpisce affonda in profondità, ma perde il filo. Quindi, se usata in modo eccessivo, con il tempo ogni colpo sarà sempre meno efficace».
Che cosa possiamo fare noi
E dopo i medici… ci siamo noi, non meno responsabili degli altri di questa pandemia. Noi che, se abbiamo un antibiotico in casa, rimasto dopo una terapia precedente, siamo tentati di usarlo in autonomia, magari per un raffreddore o per l’influenza (invece di ricordarci che – essendo malattie virali – non servirà a nulla). «Per questo parlo di responsabilità condivisa», dice l’esperto, «Interrompere la cura antibiotica prima dei giorni indicati dal medico, oppure prendere il farmaco senza prescrizione, sono errori gravissimi che contribuiscono in modo significativo alla diffusione del problema. Le persone spesso non se ne rendono conto, perché l’importante è sentirsi meglio e guarire». Peccato che non sappiano che la volta successiva la stessa cura potrebbe non sortire il medesimo effetto.
Il monito di Fleming
Anche il rischio del ritorno al passato è reale: «Senza un uso più razionale degli antibiotici né investimenti nella ricerca di nuovi farmaci potremmo trovarci in una situazione in cui interventi chirurgici o infezioni banali torneranno a essere pericolosi», conclude Pregliasco. E pensare che ad avvisarci era stato già Alexander Fleming, scopritore della penicillina, che nel discorso tenuto in occasione del ritiro del premio Nobel nel 1945 affermò: «Potrebbe arrivare il momento in cui la penicillina potrà essere acquistata ovunque nei negozi. Poi c’è il pericolo che l’uomo ignorante possa facilmente assumerne una quantità più bassa e, esponendo i microbi a quantità non letali del farmaco, renderli resistenti». A ciascuno di noi dunque il compito di non essere quell’uomo ignorante.







