Per una di quelle combinazioni del destino che tanto gli sarebbero piaciuto, nel giorno del suo centenario ci ha lasciato Sonny Rollins, l’ultimo eroe di quella stagione irripetibile del jazz che ha avuto in Miles Davis il principe indiscusso. Chi non ha mai sentito nulla di Miles Davis provi ad ascoltare l’inizio di Générique, dalla colonna sonora del film Ascensore per il patibolo,

o di Blue in green, dal suo capolavoro Kind of Blue.

E, se proprio si è allergici al jazz, si può virare sul suo assolo in Dune mosse di Zucchero. In tutti i casi, poche, pochissime note uscite dalla sua tromba si trasformano in un’onda maestosa che fa vibrare d’emozione anche l’anima più intorpidita.

Uno dei musicisti più influenti del Novecento, capace come nessuno di spezzare gli steccati tra i generi musicali, dalla classica al jazz, dal pop al rock, per traghettare ciascuno verso territori inusitati, avrebbe compiuto cent’anni il prossimo 26 maggio.

Una ricorrenza celebrata in tutta Italia con mostre e rassegne, come il Vicenza Jazz Festival che il 25 maggio ha ospitato un concerto di Enrico Rava. A ottantasei anni è uno dei musicisti italiani più celebrati al mondo ed è un devoto di Miles «fin da quando, da ragazzino, ho sentito un suo album, Blue Haze. Il suono unico di quella tromba mi ha stravolto. Così come la sua capacità di inventare delle melodie per sottrazione, lavorando sui silenzi tra le note, in modo da fare di ogni assolo il racconto di una storia nuova».

Al di là dei suoi meriti musicali, perché Miles Davis è diventato così famoso oltre al mondo del jazz?

«Perché era un “personaggione”. Ricordo quando, nel 1956, venne a fare un concerto a Torino, dove sono cresciuto. Mi fece lo stesso effetto di Marlon Brando quando apparve in Fronte del porto. Poteva succedere qualunque cosa ma, anche se restava fermo in un angolo, gli occhi erano sempre e solo per lui. Miles aveva quello stesso carisma. E quella sera, anche se non c’erano di certo i sistemi di amplificazione di oggi, il suo suono incredibile riusciva a invadere ogni spazio del teatro».

Poi lo ha anche incontrato.

«Siamo nel 1969, all’Ungano’s di New York, un locale dove suonano jazzisti ma anche rockettari come Jimi Hendrix. Io sto fumando la mia centesima sigaretta prima di suonare con la mia band. A un certo punto vedo questo uomo nero, bellissimo ed elegantissimo con la sua giacca di pelle sfrangiata, il cinturone da cowboy e i capelli afro. Si avvicina e mi chiede: “Suonerai stasera? Ti verrò a controllare…”. Poi è tornato indietro e la folla si è divisa come le acque al passaggio di Mosè».

E poi com’è andata?

«Mi sono imbottito di tranquillanti e ho suonato bene. Dopo è tornato e abbiamo chiacchierato un po’. Mi ha detto che adorava le auto e la cucina italiane e che lui era bravissimo a preparare il sugo. Solo che ogni volta arrivava il suo bassista Paul Chambers e ci rovesciava sopra due litri di ketchup».

Miles era distantissimo dalla tipica immagine del musicista jazz nero cresciuto nei bassifondi che si arrabatta per sopravvivere.

«Proveniva da una famiglia molto benestante. I suoi avevano un ranch e lui andava regolarmente a cavallo. Quando si è trasferito a New York è stato uno shock, perché era l’unico ricco in mezzo ad altri musicisti poverissimi. Molti lo sfruttavano per questo. Charlie Parker, per esempio, continuava a chiedergli soldi e a un certo punto praticamente si è piazzato a casa sua. Anche per questo credo abbia sviluppato il suo noto brutto carattere: poteva essere carinissimo come era stato con me oppure trasformarsi in un uomo orribile».

È vero che suonava spesso dando le spalle al pubblico?

«Lo faceva ogni tanto, ma solo perché era il leader della band e voleva guardare i suoi musicisti negli occhi. Nessun direttore d’orchestra viene ritenuto un villano perché dà le spalle al pubblico».

È stato una figura importante anche nel movimento per i diritti civili della comunità afroamericana?

«Sì, ha continuato sul solco di Louis Armstrong che, con il suo successo di quarant’anni prima, aveva fatto sì che il jazz non fosse più una musica suonata e ascoltata solo da neri. Miles è diventato una superstar per tutto il pubblico. Però non è mai stato un politico: era ben consapevole delle discriminazioni esistenti, ma si è sempre considerato solo un musicista».

Enrico Rava
Enrico Rava

Enrico Rava 

(Roberto Cifarelli)

Ma qual è il pezzo che ogni volta le strazia il cuore?

«Più che straziarmi il cuore, mi dà un piacere enorme ascoltare la sua versione live di Stella by Starlight del 1964, un grande esempio della capacità di Miles di tirare fuori il meglio dai suoi musicisti. Sul palco, oltre a essere un grandissimo solista, come nessun altro sapeva far dialogare gli altri. E dall’ascolto reciproco nascevano momenti sublimi di musica collettiva».

Intanto a Pordenone prosegue fino al 12 luglio a Villa Cattaneo Miles Davis 100 - Listen to this!, una mostra concepita come un’esperienza immersiva, da ascoltare prima ancora che osservare grazie a un archivio interattivo con oltre 2 mila registrazioni ufficiali consultabili attraverso postazioni audio ad alta fedeltà. Tra i pezzi esposti:

la tromba originale di Davis, fotografie di Anthony Barboza, documenti rari, vinili, riviste e materiali inediti.

Il programma includerà inoltre incontri, guide all’ascolto e ospiti internazionali, valorizzando anche il forte legame tra Davis e l’Italia.