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Nabucco a Caserta in una immagine di repertorio.
Nei giorni scorsi il ministro dell'istruzione e del merito Giuseppe Valditara ha annunciato, durante un incontro con studenti alla Scala di Milano, che dal 2027 il melodramma diventerà parte del programma di italiano delle scuole secondarie. Se ne occuperanno a quanto detto in quell’incontro, finora un annuncio, gli insegnanti di italiano senza una formazione specifica, dunque senza costi aggiuntivi: «Non ci saranno», ha anticipato il Ministro, «docenti ad hoc, non dobbiamo immaginare che un docente di lettere non conosca il Nabucco o il melodramma».
Al netto della preoccupazione per il moltiplicarsi di aggiunte che, più o meno urgenti, gravano sulla scuola: si pensi alla Lettera ai presidenti delle Camere del presidente della Repubblica, riguardo all’eccessivo affollamento di giornate nazionali che chiederebbero per legge agli istituti scolastici impegni dedicati per 51 giornate l’anno su 200 giorni di calendario scolastico, non c’è dubbio che il melodramma e, con esso la musica che ha fatto cantare il mondo in italiano, abbiano titoli di meritare un posto nella scuola. Le premesse però lasciano qualche riserva sul dove e sul come. Ai docenti di lettere che si sono formati come italianisti e classicisti nelle università italiane e che si abilitano in Italia (al netto dei crediti successivi, relativi alla didattica) per accedere ai concorsi per insegnare italiano, storia, geografia ed eventualmente latino, nella scuola secondaria sono richieste come prerequisito lauree coerenti che abbiano al loro interno esami di: Letteratura italiana, lingua e letteratura latina, linguistica, geografia e storia.
Lì dentro il melodramma si incrocia, sì e no a titolo di accenno, in occasioni che si contano sulle dita di una sola mano: qualche verso della Didone abbandonata di Pietro Metastasio, nel Settecento; la citazione di Arrigo Boito come librettista d’opera, tangenzialmente allo studio corrente letteraria della Scapigliatura, leggendo però non i libretti ma, bene che vada, se si va oltre l’antologia, L’altrieri e la Vita di Alberto Pisani di Carlo Dossi, testi che difficilmente entrano in circolo alla scuola secondaria; Pochi versi dell’Amica di Nonna Speranza di Guido Gozzano, nei quale si cita l’Ernani, opera oggi di rarissima rappresentazione, mimando il gossip di un salotto borghese, sulla cantante ingrassata in vista della Prima della dell’opera verdiana fresca di composizione.
Poi certo magari qualche insegnante appassionata (ce ne sono e già si impegnano molto a divulgare l’opera lirica, portando classi a teatro) potrà scherzare con uno studente turbolento invitandolo a calmare i «bollenti spiriti», sapendo di citare La traviata e il libretto di Francesco Maria Piave, ma potrebbe farlo pure senza avvedersene, se non fosse particolarmente appassionata d’opera.
Poi, certo, ogni insegnante di storia sarà in grado di spiegare che scrivere «viva Verdi» sui muri a Milano in tempi di Cinque giornate era un modo di inneggiare all’unità d’Italia senza incorrere nella censura austriaca sottintendendo Viva Vittorio Emanuele re d’Italia. E saprà pure accennare al ruolo «risorgimentale» del Nabucco e dei Lombardi alla prima crociata, testi allusivi, ma sempre ambientati prudentemente a debita distanza nel tempo e nello spazio, dalla Lombardia austriaca per evitarne l’ira funesta.
E nessun docente, invece, probabilmente oserebbe proporre a studenti secondari come lettura contemporanea per entrare nell’atmosfera, quel monumentale affresco dell’epoca, che è Troppo umana speranza (2011) di Alessandro Mari, se non altro perché 800 pagine di romanzo fluviale ambientato nel Risorgimento sono ostiche come lettura estiva e perché già il canone dell’Otto e Novecento per la letteratura della scuola secondaria è stato giudicato così affollato da suggerire di non levare, come pure si era pensato, I promessi sposi dal biennio.
Se ci si attiene al curriculum degli insegnati di lettere, insomma, non si va più in là di pochi cenni, anche senza voler aprire parentesi sulla gerarchia prendendo per buona la frase del ministro secondo cui gli italiani del popolo cantavano il Va’ pensiero ma non declamavano Leopardi, resta il problema che un conto è cantare il Nabucco (e ce ne vuole) o magari (più facile) ascoltarlo (a proposito buona chiave sarebbe proporre a un cineforum scolastico Caterina va in città), altro è leggere il solo libretto di Temistocle Solera che difficilmente da solo scalzerebbe L’infinito di Giacomo Leopardi, perché Solera senza Verdi probabilmente neanche esisterebbe.
Gli insegnanti di lettere, come quelli di matematica, come i medici, come gli architetti possono amare il melodramma e saperne tantissimo e avere pure un diploma di conservatorio per soprammercato, ma possono anche detestarlo e prediligere il jazz o il rock o non amare per niente la musica e preferire nel tempo libero darsi all’arrampicata, frequentare stadi di calcio o correre con nelle orecchie, anziché la musica, un podcast sulla guerra Israelo-palestinese, o ancora darsi al giardinaggio e saper tutto di piante carnivore e di bonsai.
Perché stiamo parlando di passioni, di curiosità intellettuali, e ogni insegnante certo ne ha, ma non è tenuto a che collimino esattamente con le novità ministeriali. Sarebbe, allora, il caso a decidere chi sa trasmettere il melodramma e chi no. Il problema è che il melodramma o è anche musica o non è, e tra gli insegnanti di lettere come di educazione fisica, di fisica e di estimo ce ne possono essere del tutto legittimamente pochi o tanti che, come direbbe Angelo Branduardi con una battuta memorabile, non distinguono un do maggiore da una sedia, e che non hanno mai sentito nominare Victor de Sabata. Oppure altri che hanno sentito nominare de Sabata, ascoltato struggendosi i duetti di Maria Callas e Mario Del Monaco, senza sapere ugualmente distinguere il do maggiore dalla sedia.
Niente di male se si porta a scuola il melodramma, anzi ben venga, ma allora lo si affidi a chi ha la competenza per trasmetterlo intero, compresa la sua componente predominante che è nella musica, nel canto e nella scena, senza i quali, di soli testi, al di là del valore letterario autonomo notoriamente non eccelso, anche l’identità italiana rischia di farci una fine meschinella.
E di limitarsi a quell’adagio, attribuito non si sa con quale attendibilità al drammaturgo Bernard Shaw, secondo cui la sintesi del melodramma portato alle estreme conseguenze si ridurrebbe a un tenore e un soprano che cercano di consumare in un’alcova e in un baritono che cerca di impedirlo, il più delle volte a suon di delitti d’onore che farebbero impallidire il patriarcato mediterraneo, di cui s’è detto nostalgico quel tal generale. Un po’ riduttivo.







