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Gli scontri in piazza del Duomo a Milano
«La cosa più scorretta sarebbe arrivare subito alla conclusione che i ragazzi sono cattivi e si lasciano trascinare in gesti di violenza. Sarebbe una lettura istintiva e superficiale, mentre abbiamo la responsabilità di capire quel che sta succedendo». Don Stefano Guidi è il responsabile della Fom, la Fondazione oratori milanesi. Lo interpelliamo dopo le violenze di sabato e domenica a Milano, quando – accanto al corteo contro il carovita – centinaia di ragazzi hanno spaccato vetrine e saccheggiato negozi. «Innanzitutto distinguiamo fra la manifestazione legittima e gli atti violenti, non giustificabili. Da parte dei giovanissimi c’è stata un’espressione di disagio, di sofferenza, di fatica, a fronte di condizioni esistenziali e sociali percepite come insopportabili».


Cosa esprimono questi ragazzi?
«La generazione giovanile di oggi è in una situazione di sofferenza, non più legata alla povertà o alla marginalità quanto a un disagio più profondo, dovuto anche a una forte pressione sociale. I giovanissimi sentono su di sè aspettative sproporzionate, anche riguardo al futuro: la cultura della performance richiede di acquisire standard sempre più elevati. Chi ha una storia di migrazione alle spalle fatica a trovare uno spazio di riconoscimento pieno nella società, ma il disagio è generalizzato, non riguarda solo loro: i più giovani contestano una situazione che reputano insopportabile».
Come ci siamo arrivati?
«La pandemia ha radicato e accelerato un disagio già presente da tempo. L’emergenza educativa chiede a noi adulti di leggere in profondità quanto accade senza fermarci a facili risposte».
Come devono reagire e agire gli adulti?
«Gli adulti devono mantenere l’atteggiamento educativo di chi si lascia interrogare da quel che accade. Le azioni di contenimento, punizione e repressione non servono, si deve abitare la domanda educativa: gli adolescenti chiedono di essere riconosciuti. Quel che serve non è quindi un atteggiamento che giustifica ma, al contrario, che cerca di conoscere».
Fra i ragazzi c’è stato anche chi ha detto no alla violenza, rendendosi protagonista di gesti controcorrente come rimettere “a posto” cestini e motorini buttati a terra...
«Non c’è da sorprendersi, i buoni esempi non mancano. La domanda che, come adulti, non possiamo eludere è che relazione abbiamo con giovani e adolescenti: se li guardiamo, se li vediamo, se c’è in corso una dinamica educativa nei loro confronti. Come società dobbiamo riprendere seriamente in mano la questione educativa, valorizzando tutti gli adolescenti: quelli ai margini come quelli che si percepiscono marginalizzati e sono tentati dal ritiro sociale».











