Domenica pomeriggio ero in piazza della Scala, in centro a Milano, nel mezzo dei disordini. Non ho visto le vetrine andare in frantumi, ma ho visto i ragazzi che correvano e poi, dopo il loro passaggio, il frastuono delle transenne rovesciate, dei motorini buttati a terra, dei bidoni della spazzatura divelti. Sono arrivati compatti, in un gruppo che, per numero e forza, ha spaventato anziani e turisti. Ragazzi giovanissimi, lo sappiamo. Lo raccontano da giorni giornali e televisioni.

Poco dopo, scendo nella metropolitana di piazza San Babila. Due ragazzi, presumibilmente appena staccatisi da un gruppo, corrono giù per le scale insieme a me e salgono sul mio stesso treno, quello che dal centro porta verso Giambellino, nella periferia sud di Milano.

Ed ecco la trasformazione. Una volta saliti, si tolgono il cappuccio e mostrano il volto. A occhio, sono di origini straniere e potrebbero essere studenti delle medie. Forse ne dimostrano anche meno ma di certo non arrivano a quindici anni. Sono eccitati, sembrano ancora attraversati dall'adrenalina. Eppure, a guardarli, potrebbero essere due ragazzini qualsiasi, di ritorno da un pomeriggio in centro con gli amici, passati davanti alle vetrine a guardare quello che forse un giorno potranno permettersi. Ma quella domenica non è stata una domenica come le altre.

Si siedono vicino a me e tirano fuori il cellulare. All'inizio ognuno guarda il proprio. Lo sguardo è fisso sullo schermo, con quella concentrazione assoluta che hanno i ragazzi quando qualcosa accade dentro un telefono e tutto il resto, intorno, smette di esistere. Poi si avvicinano e cominciano a guardare insieme lo stesso schermo.

Cercano le immagini della giornata: scorrono i video, si fermano, tornano indietro, ne aprono altri. Li osservo con la curiosità e lo stupore di un'adulta che prova a capire una generazione che sembra parlare una lingua sempre più difficile da afferrare.

La prima cosa che penso è che abbiano paura di essere stati ripresi. Magari mentre correvano, magari mentre qualcuno prendeva a calci un motorino. Cercano il proprio volto, o quello di un amico, per capire se qualcuno possa riconoscerli, se quelle immagini possano metterli nei guai.

Poi, mentre continuo a osservarli e cerco di captare i loro sussurri, mi si insinua un altro pensiero. Un dubbio, forse ancora più inquietante della violenza a cui abbiamo assistito in questi giorni, delle vetrine infrante, delle aggressioni alle guardie giurate che proteggevano i negozi e degli scontri con le forze dell'ordine. Gesti da condannare senza esitazioni, che però non esauriscono le domande.

E se non stessero cercando quelle immagini per paura di esserci finiti dentro, ma nella speranza di comparirvi?

Se sperassero di ritrovarsi nel racconto della giornata che già circola sui social, verificare di esserci anche loro, di essere stati filmati, di avere un posto, fosse pure per pochi secondi, in quelle immagini?

Non so se sia davvero così. Ma quel pensiero mi accompagna: cercavano le immagini per essere sicuri di esistere in una società in cui sembra che la vita, prima di essere vissuta, debba essere vista nello smartphone. In quel prezioso oggetto che per tutto il viaggio hanno tenuto stretto tra le mani e da cui non hanno saputo staccare gli occhi.