PHOTO
Dal 12 ottobre a Cerignola, quasi sessantamila abitanti nella piana di Foggia, tir e trattori bloccano le uscite della A14 e della A16. I negozi hanno abbassato le serrande per scelta, i ristoranti cucinano per chi presidia i caselli, i frantoi sono fermi e le olive da tavola, le «Belle di Cerignola», rischiano di annerire sugli alberi. Nei supermercati, dice una signora davanti a un Lidl, «sono finite persino le piadine».
Ai distributori non c'è più benzina: il più vicino ancora rifornito, a decine di chilometri, vende il diesel a più di 2,7 euro. Nessuno ha rotto una vetrina. Chi blocca dice di ispirarsi a Giuseppe Di Vittorio, nato qui da una famiglia di braccianti e diventato il fondatore della CGIL.
Un agricoltore che è anche camionista, Vincenzo Pianelli, spiega che hanno deciso di non lavorare più, di fermare l'intera città finché il governo non risponderà. Chiedono gasolio a tariffe agevolate come per gli agricoltori, e denunciano costi di fertilizzanti e manutenzioni che salgono mentre il prezzo dell'olio scende.


Sabato e domenica, all'altro capo del Paese, c'era Milano. Centinaia di ragazzi incappucciati si sono staccati dal corteo «Italia in piazza», contro il carovita e gli stipendi bassi, convocato soprattutto su TikTok. Hanno spaccato vetrine, incendiato cestini, saccheggiato un negozio di scarpe, un supermercato, un negozio di articoli sportivi.
Sabato 72 fermati e 12 arrestati; domenica più di duecento fermati, 160 in questura, per la polizia l'ottanta per cento minorenni. Venivano dalle periferie e dall'hinterland, tutti italiani, alcuni di seconda o terza generazione, figli di immigrati, senza capi né sigle. La polizia li ha inseguiti per ore tra le vie del centro, con decine di feriti tra ragazzi e agenti, mentre il sindaco Sala e il ministro Piantedosi si scontravano sul numero degli agenti in strada.


Sembrano mondi lontani. Hanno la stessa radice, che è la pancia. Per i camionisti è il gasolio, tornato attorno ai 2,30 euro al litro da quando lo sconto sulle accise è finito, il 6 ottobre.
Per gli studenti scesi in piazza già venerdì, in gran parte pacificamente, sono le scuole inadeguate, i costi di libri e trasporti, il tetto del trenta per cento a certi studenti stranieri nelle classi. Il loro futuro.


A Milano, alla fine del corteo, hanno occupato un ex obitorio vuoto: per chi ha diciott'anni, in questa città, un muro vuoto è già un manifesto. Per chi ha compiuto i saccheggi non ci sono striscioni, ma dirette sui social, soprattutto TikTok. Sappiamo infatti che cosa hanno portato via: cibo, alcolici, scarpe, vestiti, biciclette. Non è un programma. È un desiderio e una rabbia che non hanno trovato parole, e si sono presi ciò che stava dietro il vetro.


Pancia, qui, non è un insulto. È il luogo da cui parte ogni protesta prima di diventare slogan: il sapere di non farcela, il pieno che costa più di ieri, la stanza che non ci si può permettere. A Cerignola, e in tutto il Sud Italia, la gente ha fatto scorta di cibo per paura di restare senza, come non accadeva dai tempi del Covid; a Milano alcuni ragazzi hanno assaltato un supermercato portando da mangiare. Sono due gesti diversi per un'unica insicurezza: l'uno trattiene, l'altro strappa.
Nessuna attenuante, e molte paure
Va detto prima di tutto il resto: la pietra che ha colpito un dirigente di polizia, i dehors rovesciati, l'incasso portato via da una sartoria non hanno giustificazioni, e chi lavora dietro quelle vetrine non ha colpa del carovita. I responsabili ne risponderanno; per i minorenni la giustizia dovrà essere anche educazione. Ma capire non è assolvere. Chi ha diciott'anni oggi sa che probabilmente non potrà permettersi una casa: sai che i millennials, i trentenni di oggi hanno esaurito la ricchezza dei genitori per vivere a Milano, Torino, Bologna. Alla GenZ cosa resta?
Resta il rischio concreto di essere soppiantati dall'intelligenza artificiale prima ancora di entrare nel lavoro, la sofferenza fisica di vivere in territori non attrezzati ai cambiamenti climatici, di vedere ulteriori nuove guerre iniziare senza finire. Sono paure, non capricci, e non gli stiamo dando risposte. Il linguaggio che la politica sa usare con loro è quello dell'ordine pubblico: a Roma, dopo i petardi contro il ministero dell'Istruzione, il ministro Valditara ha parlato di aggressione alle istituzioni; a Torino i fermati sono stati dodici, dieci minorenni; a Bologna le bici del bike sharing sono diventate barricate. Guardiamo il dito, non la “Luna” che ci indicano, questo perché non li stiamo nemmeno ascoltando. Ma, come sempre, giudicando.


Le generazioni non si parlano anche perché non abitano gli stessi luoghi: i discorsi che facciamo noi adulti sui nostri social non sono quelli che girano sui social dei ragazzi, dove un appuntamento nasce da un video e diventa piazza in una notte. Il sindaco Sala ha definito quei movimenti «non decifrabili». Non decifrabili, forse, perché nessuno ha imparato la lingua.
Chi ha dovuto spegnere una città
Cerignola ha parlato la lingua opposta: composta, e per questo quasi muta. Non è sola. In Calabria i camionisti hanno promosso diciassette iniziative, da Gioia Tauro a Falerna; a Palermo un presidio fisso davanti al molo Santa Lucia; a Brindisi, scrive la Gazzetta del Mezzogiorno, un corteo di circa cinquecento tir. A Taranto gli operai dell'ex Ilva, contro la chiusura dello stabilimento, hanno bloccato per giorni le autocisterne della raffineria, poi hanno liberato le strade. È il dramma di un Sud che protesta con molte voci insieme, senza lanciare un sasso.


Il 16 ottobre le proteste del Sud erano rimaste poco visibili, coperte soprattutto da giornali e televisioni locali, benché sui social i video girassero da giorni. Il ministero dei Trasporti aveva fissato un incontro per il 27. Poi i blocchi sono arrivati in Campania, in Basilicata, in Sicilia; secondo Eni, 150 stazioni su 300 in Puglia sono rimaste senza carburante; gli scaffali si sono svuotati. A quel punto il governo ha cambiato passo: la premier Meloni ha promesso risposte,il ministro Salvini ha anticipato a domani, martedì 20, il tavolo con le associazioni e ha promesso di ricevere anche le delegazioni del Sud.


Non c'è una regia, e sarebbe comodo cercarla. C'è un meccanismo più antico: l'attenzione è una sola e va dove fa rumore. Il rischio è che, in un fine settimana in cui Cerignola finiva il pane e Milano rompeva le vetrine, lo sguardo vada soltanto dove il frastuono è maggiore, e che il racconto dell'ordine pubblico copra due ragioni insieme: quelle di chi ha fermato una regione senza far male a nessuno, e quelle dei giovani, ridotte a una questione di polizia.
Domani, nella Prefettura di Milano, nel pomeriggio, si siederanno i delegati dei camionisti di Calabria, Puglia e Sicilia, in una città dove il vetro è forse già stato spazzato. Due Italie si incroceranno senza guardarsi: quella che ha scelto il silenzio ordinato e quella che ha scelto il frastuono. E una terza, la più numerosa, che aspetta a casa o a scuola di capire se qualcuno la sta ascoltando. Ascoltare è meno spettacolare che schierare i reparti, ma è l'unica cosa che svuota le piazze e, alla fine, riempie gli scaffali.









