PHOTO
Gabbro è una frazione di mille anime in provincia di Livorno, è lì che nasce nel 1953 e cresce Nada Malanima e non è difficile intuire che un cognome così in una comunità rurale degli anni Cinquanta potrebbe essere già un ingombro. La famiglia è modesta, contadina, ma ha orecchio per la musica, in casa si accorgono presto che quello scricciolo di bambina, cui hanno dato il nome insolito della gitana che al bordo di una strada a sua madre in attesa aveva pronosticato una figlia di successo, ha una voce non comune. Canta quando le si presenta l’occasione, dalle suore alle recite, con gli amici. La mamma la porta da un maestro di canto, in qualche modo la spinge. Ma Nada è una ragazzina solitaria, ama leggere, vorrebbe stare nella sua stanza. Le piace cantare tra amici, ma esibirsi non le interessa tanto.
Con la mamma il rapporto è ambivalente: la madre ha una salute complicata, preda di esaurimenti continui, finisce spesso ricoverata: Nada in quella stanza d’ospedale spesso canta, forse sogna che la sua voce aiuti mamma a ritrovare la serenità. Nada rivelerà che da bambina è cresciuta con la paura di perderla. Della famiglia dirà in un’intervista recente al Corriere: «In casa c’era tanto da fare, non c’erano né soldi né benessere. C’era amore, quello sì. Mi volevano bene, ma senza andare in fondo. I bisogni essenziali erano mangiare, vestirsi, però io ero più complessa di così. E l’esordio troppo precoce nella musica peggiorò la situazione».
Quando un talent scout si accorge di quel vocione portentoso nascosto nel corpo di una ragazzina che fa tenerezza la mette sotto contratto a 14 anni. E lì Nada Malanima diventa Nada, nel bene e nel male. Perché è bello, stordente, ma anche difficile sbocciare così, quando si è ancora troppo piccoli per un successo gigantesco come Ma che freddo fa a Sanremo nel 1969. Nada è esile, acqua e sapone, bella e giovanissima, con una tenera “r” arrotata nella pronuncia, esce sul palco con un abitino corto bianco e gli stivali al ginocchio in tinta, sembra una bambina e forse lo è. Arriva quinta e la canzone spopola. Lo spettacolo in quegli anni è delle aquile e delle tigri, donne fatte e dirompenti come Iva Zanicchi e Mina, Nada è un passerotto, ma buca lo schermo.
Due anni dopo il suo cuore zingaro è un trionfo al Festival, non ancora approdato all’Ariston. All’annuncio della vittoria, la ragazzina in abito lungo bianco come alla cresima si emoziona, canta la canzone vincitrice con le lacrime che vengono giù. Tutti la cercano, tutti la vogliono, il mondo intorno è pieno di lustrini, ma Nada fatica a riconoscervisi. Una popolarità troppo più grande della sua verde età la travolge. Di quegli anni ha raccontato tante volte con parole diverse la stessa sostanza: cantavo, uscivo dal palco, vomitavo, cantavo di nuovo. Non ero io, cantavo cose che non mi corrispondevamo, mi sentivo in trappola e stavo male. C’è voluto tempo per capire che quel talento era un’opportunità. Per fortuna c’era una famiglia che nella sua concretezza non l’ha mai abbandonata.
Nada prova a scappare, vuole rompere i contratti. La convincono a rimanere. Le presentano Piero Ciampi, un poeta un po’ bohémien un po’ incompreso che scrive canzoni. Si frequentano per un paio d’anni, senza mai diventare una coppia, nel suo vivere un po’ caotico Ciampi le fa conoscere dell’altra musica: i Beatles, Bob Dylan, il mondo. La porta in giro per i locali frequentati dagli artisti, è lì che Nada conosce Dario Fo con cui lavorerà in teatro baruffandoci spesso perché sono due caratteri forti. Lì conosce Paolo Conte, capisce che la canzone non è solo cuori zingari e fanti di cuori. Il disco che esce dalla collaborazione con Ciampi, diversissimo dallo stile che il pubblico si aspetta da Nada, nel frattempo diventata famosa fino al Giappone, è un fiasco clamoroso ma è anche il ritorno alla realtà, il recupero dell’equilibrio. Nada in quei due anni, che definirà un po’ folli, cresce, capisce che il talento non si può sotterrare, ma diventa più consapevole, impara a imporsi per cantare cose che le corrispondono di più, scrivendosele pure.
Un altro incontro, importante per la vita, le regala la stabilità: si chiama Gerardo Manzoli, in arte Gerry, il bassista dei Camaleonti, il “bello” del gruppo. La loro unione è di quelle destinate a resistere, ne nasce una figlia Carlotta e un matrimonio per la vita. Oggi vivono in un casolare nella campagna maremmana, un ritorno alle radici. Nada ha attraversato da allora tante volte il successo, con qualche alto e qualche basso, non ha mai smesso di cantare e di scrivere canzoni anche se la sua voce è cambiata da allora, arrochita dal vezzo di concedersi di tanto in tanto la trasgressione di un mezzo toscano. Nei suoi concerti tornano sempre Ma che freddo fa e Il cuore è uno zingaro perché al pubblico piacciono, ma purché non siano l’unico genere, perché si capisca che Nada non le ha rinnegate, ma che nemmeno si è fermata a quel tempo là. Re di denari invece non l’ha mai amata e non la canta più: le ricorda quel circo che non ha mai sentito suo. Nel frattempo ha scritto la propria storia e tre romanzi e ha trovato un regalo inatteso della citazione di una sua canzone, Senza un perché, in The young pope nel 2016, schizzata in testa alle classifiche quando forse Nada non ci stava più pensando.
(articolo originale pubblicato il 9/03/2021)



