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C’è poco da ridere, stavolta. A firmare il film Samba è la stessa coppia di registi, Olivier Nakache ed Eric Toledano, che tre anni fa ha portato al successo Quasi amici: 51 milioni di spettatori in tutto il mondo, la pellicola francese più vista di sempre. Protagonista, poi, è ancora il loro attore feticcio, Omar Sy, gigante dall’aria scaltra, labbra enormi disegnate su un sorriso irresistibile, che si è visto piovere addosso la popolarità dopo aver interpretato il badante nero del tetraplegico milionario. Ma la storia di Samba (ispirata al libro di Delphine Coulin Samba pour la France, edito in Italia da Rizzoli) è più sociale, scomoda, amara. Non unisce gli spettatori nel classico “volemose bene” capace di alleggerire le coscienze. Le disavventure del clandestino Samba (da dieci anni a Parigi sempre alla ricerca di una regolarizzazione tramite il lavoro) s’incrociano con le insicurezze sentimentali di Alice, manager in crisi (tanto da spendere un anno sabbatico nel volontariato pur di ritrovare fiducia in sé stessa). E si sorride a denti stretti. Mai i due si sarebbero incontrati se non fosse per l’emergenza che li spoglia dei pregiudizi spingendoli alla condivisione. Magari, perfino all’amore. Ma il lieto fine non è scontato in una società in cui documenti ed etichette contano più di ciò che si è.
Nei panni stropicciati di un’Alice piena di slanci e ritrosie, Charlotte Gainsbourg offre una prova toccante. A reggere il peso della storia è però Omar Sy, in un ruolo più sofferto e sensibile di quello che gli ha dato fama mondiale. «È il ritmo della commedia all’italiana, il nostro grande modello», sottolineano i registi, al loro quinto film in coppia (ancora con le musiche illuminanti di Ludovico Einaudi). «È vero però che in Francia la gente si è divisa sul film. Non tutti capiscono come si possa mischiare il tragico con il comico».
Lo ha invece imparato bene Omar Sy, in bacheca il César vinto come miglior attore per Quasi amici, qui al suo quarto film con Nakache-Toledano.
«Con loro, ormai, lavoro a occhi chiusi», confessa dall’alto del suo metro e novanta questo ragazzone che non dimostra i suoi 37 anni, sposato da sempre con Helena e già papà di quattro figli. «Prima di girare, subisso i due registi di domande. Cerco di capire il personaggio, di chiarire i dubbi. Sul set, poi, vado d’istinto. Amo lasciarmi andare e metterci del mio».
- Chi è, allora, il suo Samba?
«Un uomo pieno di dignità e di coraggio, costretto ad andare avanti a ogni costo contro tutto e contro tutti. Se non lo fa, crollano con lui le persone della famiglia che ha lasciato in Senegal. Se paragono la sua vita alla mia, mi rendo conto dell’abisso che ci separa. C’è chi si gioca la vita nell’istante in cui varca una frontiera. Io, con il passaporto e la mia bella faccia, vado dove mi pare. La mia sola preoccupazione è di trovare un taxi quando arrivo all’aeroporto».
- Quarto di otto fratelli, lei è figlio di immigrati: sua madre, originaria della Mauritania, era cameriera, e suo padre un operaio senegalese. Nato a Trappes, è cresciuto in piena banlieu. Quanto pesa, ancora oggi, il razzismo in Europa?
«Assieme a Eric e Olivier, pensavamo da tempo a un film sulla vita di un sans-papiers. C’è voluto il libro della Coulin per sviluppare il personaggio giusto. I pregiudizi restano, chissà se con i film potremo cambiare qualcosa. Io la periferia me la porto dentro. Vivevamo in dieci, pigiati in un appartamentino. Ho imparato ad adattarmi, a non sentirmi speciale».
- Quando ha capito di voler fare l’attore?
«A dire la verità, neppure lo sognavo. I miei volevano che mi diplomassi e che trovassi un lavoro. Un giorno, poi, accompagno un amico alla radio per la puntata pilota di un programma. Mancano alcuni ospiti, allora m’invento un calciatore nigeriano. Divento popolare: dalla radio passo alla Tv con Canal Plus, poi conosco Olivier Nakache ed Eric Toledano su un set. Ed eccomi qui».
- Quanto è cambiata la sua vita con il successo?
«Non è cambiata proprio per nulla. Vivo sempre con la stessa donna, mia moglie, e la mattina porto i figli a scuola. Niente paparazzi davanti casa o quando esco per strada. Certo, la gente adesso mi riconosce e magari mi dice qualche parola gentile».



