«Queste trasformazioni le ho portate avanti per circa dieci anni e ne sono trascorsi ventisei dall’inizio di questa “follia”», quando si è spacciato per Nicolas Cage, prima a San Siro e poi a Madrid, per vedere la Roma, o Marilyn Manson. Il dialogo con Paolo Calabresi parte subito da un nodo centrale del proprio percorso di vita, oltre che professionale. Dopo averne scritto un romanzo autobiografico, Tutti gli uomini che non sono (ed. Salani), l’attore si racconta nell’omonimo spettacolo (prodotto da Nuovo Teatro), che dirige e interpreta, ancora in scena il 2 e 3 maggio al Teatro ABC di Catania e dal 6 al 17 maggio all’Ambra Jovinelli di Roma.

Paolo, ci racconti meglio...

«Il libro racconta tutti i trasformismi. Sono arrivato ad andare a prendere mio figlio Arturo dal triathlon vestito da capo africano».

C’è stato un campanello d’allarme?

«Ho cominciato a provare la nausea di queste follie trasformiste, sempre più difficili da compiere essendo diventato popolare. Dopo molto tempo e con grande fatica mi sono autoliberato».

Questo continuo fingersi altri può mandare in crisi l’identità?

«Sì, anche se gli attori sanno sempre cosa stanno facendo, anche quelli che ti fanno credere di “essere entrati dentro il personaggio”, frase che non ha senso. Ad esempio, poter rendere credibile la presenza del cardinale Maradiaga al concerto di Gigi D’Alessio comportava che io tenessi il controllo sulla situazione, per cui se squillava un dato telefono doveva rispondere una data persona. C’era uno sdoppiamento, un triplicamento della personalità (ride), però sempre nella dimensione del mio mestiere come mi era stato insegnato».

In particolare da Giorgio Strehler...

«Sì (si è formato al Piccolo sotto la sua guida e ha proseguito fino alla sua scomparsa nel ’97, ndr). Lui aveva l’idea che il nostro lavoro è un gioco molto serio, come sono seri i bambini quando giocano, che hanno delle regole precise, e se tu deroghi a quelle regole, loro non giocano più con te. Non ho mai perso la mia personalità; il contatto con la realtà sì».

Fino a quando ha capito di dover prendere in mano la situazione...

«La prima volta è stata casuale: io volevo solo andare a vedere la partita della Roma, ho chiesto i biglietti a nome di Cage, ma senza volermi fingere lui. Le condizioni che la squadra ospitante, il Milan, aveva creato, annunciando la sua presenza, mi hanno portato a creare tutta una messa in scena. Sono stato trasportato dentro questa cosa, per questo la definisco un regalo che ho ricevuto da chi non c’era più (ha perso a breve distanza la madre, il padre e Strehler, per lui un maestro, ndr) di poter fare per un giorno il mio mestiere in maniera completa. Recitavo la parte di Cage, ma intorno a me non avevo altri interpreti che fingevano di essere lo staff del Milan. Io invece non ero quell’uomo, quindi ero obbligato a esercitare la mia professione senza sbagliare, come richiedono i bambini quando giochi con loro».

Come ha reagito sua moglie Fiamma (nello spettacolo interpretata da Carolina Di Domenico)?

«Non solo è stata al gioco, ma anche quando tutti, dagli amici ai suoi genitori, le dicevano: “Cosa fa Paolo? Avete quattro figli, dovete stare attenti”, lei rispondeva: “Lo so, ma se Paolo pensa di dover fare questa cosa, bisogna lasciarlo fare”».

Una vera dichiarazione d’amore.

«Lo spettacolo è una storia d’amore. Dopo aver riso più di un’ora di tutto quel gioco che ho fatto, ciò che resta siamo io e Fiamma. La forza della famiglia, volendosi bene sul serio, anche quando si fa “i matti”».

A proposito di amore, è nel film di Giampaolo Morelli L’amore sta bene su tutto (in sala dal 6 maggio).

«Interpreto Manlio, che cerca di far quadrare i conti di due persone che si sono lasciate tanti anni prima, ma in realtà si scopre molto coinvolto. È un film delicato».

Paolo che uomo è oggi?

«Mi viene da rispondere come la cagna maledetta (dalla serie Boris che lo ha reso popolare, ndr): ho gli anni che ho. Vivo di cose semplici, mi piacerebbe fare delle regie. Sono un papà attento, in eredità lasceremo questo senso di comunione anche sulle poche cose che abbiamo. A breve divento nonno, mi fa impressione perché non mi sento adeguato e mi sembra incredibile di avere 61 anni».