Il suo nome è Alessandro Perugini, vive ad Arezzo, ma tutti lo conoscono come Pera Toons. Il fumettista sui social ha sette milioni di follower, ha pubblicato quattordici libri (con tre milioni di copie vendute). La sua cifra è la capacità di rivolgersi ai più piccoli con leggerezza, attraverso qualche freddura e tanta simpatia. Adesso arriva in televisione con la serie animata Prova a non ridere, dal 18 maggio su Rai Gulp e RaiPlay. «È un sogno che si realizza. In questi ultimi anni tutto mi sembra molto veloce, ma ci abbiamo lavorato tanto, con il sostegno anche del mio editore Tunuè, che mi segue da sempre. L’obiettivo era appunto lo schermo. Abbiamo creato 46 puntate da sei minuti. All’interno ci sono molte battute: una selezione delle mie migliori e tante inedite», spiega Perugini.

Come nasce Pera Toons?

«Prima mi sono inventato un altro personaggio: Kenny. Ci pensavo proprio questa mattina, mentre portavo mia figlia a scuola. Ormai i genitori sanno quello che faccio e mi fanno molte domande. Kenny è pelato, lo si trova sul mio logo. È nato nel 2017. Mi ero concentrato sugli enigmi da risolvere, in cui la vittima era sempre lui. Dopo ho capito che serviva un contraltare, un detective. E così siamo arrivati a Pera, che sono io. Capelli castani, ciuffetto, stesso modo di vestire: jeans blu scuro e scarpe bianche. Ora sono protagonisti in ogni mia avventura».

Quali differenze esistono tra Alessandro Perugini e Pera Toons?

«Bella domanda. Forse si stanno unendo. Mi viene da firmare “Pera Toons” quando ho dei documenti davanti a me. Non siamo tanto diversi. Da un punto di vista personale, cerco di non portare i miei problemi, le mie sensazioni negative in Pera Toons. Sono convinto che ridere sia davvero la soluzione a tutto, è una medicina. Pera Toons è la mia cura al grigiore di ogni giorno. La base di ogni terapia è il sorriso, come quando faccio i firma-copie: sette ore senza neanche andare in bagno, con le braccia che fanno male e una paresi facciale. Ma alla fine sei contento».

È vero che le sue grandi passioni sono la famiglia, il nuoto e le vacanze?

«I miei pilastri sono stati i genitori, i nonni. Mi hanno reso una persona felice. Nel tempo ho cercato di riproporre le stesse cose belle, anche quando mi sono sposato. Amo viaggiare con i miei affetti. In più credo nella forza dello sport, che mi ha sostenuto quando ero piccolo. E mi fa molto bene da quando l’ho ripreso».

Il suo primo fan è stato suo padre?

«Mi è sempre stato vicino nella mia volontà di essere un fumettista. Ma non solo: mi aiutava a guidare la macchina quando avevo il foglio rosa. Mi ha insegnato a credere in me stesso, ispirava fiducia, come se nulla fosse impossibile. Non ha mai dubitato di me, come anche la mia mamma. Adesso c’è mia moglie che è fondamentale: mi fa stare con i piedi per terra e mi aiuta sempre, specialmente quando sono sotto pressione. Cerchiamo di essere l’uno la spalla dell’altro. Le piace il mio modo di far ridere, che ho adottato da quando ero alle medie. Non nascondo mai la mia ironia: faccio battute fin da subito, è un prendere o lasciare. All’ambasciatore italiano in Germania ho detto: “Ambasciator non porta penna”, perché non aveva di che scrivere. Ho capito solo dopo quale carica ricoprisse».

Sua figlia si diverte sempre con le sue battute?

«Mi critica, sa consigliarmi. Si chiama Arianna, ha nove anni. È molto brava a disegnare, e mi vede farlo tutto il giorno. È come se fosse una collega: esprime il suo parere sui colori, sulle forme. Tutto quello che faccio è anche per lei, per vederla sorridere. È importante. A prescindere dal contenuto, per rivolgersi ai bambini bisogna trattarli da pari. Hanno il superpotere di andare oltre le cose brutte. Sono come spugne, sanno rielaborarle, proteggersi. Li si conquista con l’umorismo, con la leggerezza, anche quando si affrontano argomenti seri. È così che si conquista la loro attenzione. Poi bisogna instaurare un dialogo, ancora una volta creare una fiducia reciproca. Spesso il mio humour è complesso, non immediato anche per gli adulti. Ma voglio alimentare la capacità di riflessione, e soprattutto desidero immergermi nel loro mondo. Si rinasce con occhi nuovi. La sfida è dar vita a un linguaggio che non conosce confini, in cui la chiave di lettura è il buonumore».