Tra i jingle, i refrain, i tormentoni sanremesi che ci porteremo appresso fino all’estate, tra le tante canzoni che spariranno, giustamente dimenticate, resterà perfino qualche bella voce, qualche competenza musicale e pure qualche contenuto.
Dal triste e dolente omaggio di Ermal Meta a una bambina palestinese volata via troppo presto; al grido sincero di Sayf, tra le tante provocazioni un po’ scontate (“quando si spegne la luce, tu, con chi rimani?”); e poi l’appello commosso di Serena Brancale alla mamma appena scomparsa; la rabbia, la voglia di giustizia e di perdono davanti ai suoi figli di Fedez.
Al Festival c’è stata voglia di famiglia.
Di radici, legami, relazioni autentiche.
Tommaso Paradiso che dedica a sua moglie “romanticamente”, come Raf, «ora e per sempre resterai, sei nell’anima». E in tutte le canzoni d’amore, che naturalmente abbondano, c’è la speranza del “per sempre” o lo struggimento per la perdita di questa promessa.
Poi, a sorpresa, il testo controcorrente di Sal da Vinci, applauditissimo, anche se snobbato dalle giurie dei critici. Stupisce ogni anno lo scollamento tra il pubblico del Festival e chi vorrebbe indirizzarne i gusti. Possono aver ragione sulla qualità delle canzoni, ma l’idea di educare il popolo bue è pervicace e sommamente ingiusta.
Un neomelodico (e già l’attributo sottintende un sospiro sprezzante), come lo sono Gigi D’Alessio e Nino D’Angelo. Possono non piacere, ma hanno milioni di fan e vorrà dire qualcosa.
Sal da Vinci parla del giorno più importante della sua vita, del sì più bello, dell’eternità condivisa. Ed è il giorno, il sì del matrimonio. Incredibile.
Un canto un po’ zuccheroso e un po’ troppo sentimentale, che pure questa verità la declama col sorriso. Non importa se è finzione (e dubito che lo sia), perché parlare di matrimonio non porta voti né follower.
Ripeto: proclama una verità.
Una sposa come una regina vestita di bianco.
Un sì davanti a Dio.
Il desiderio di avere dei figli.
Le difficoltà, ma un legame per tutta la vita.
Ci vuol fegato dal palco dell’Ariston, anche se per Sal da Vinci è così semplice: lui è padre e nonno e pare ne sia felice.
Viviamo in un tempo in cui crollano i matrimoni, in chiesa e non. Cioè crolla la fiducia nel domani, e nella nostra capacità di essere fedeli. Peggio: si ipoteca la fedeltà della persona che si ama.
Quel “chissà se durerà”, “meglio non rischiare” è segno di fragilità, non di prudenza. Di vecchiezza, di cinismo. Nessun sogno, nessuno slancio.
Il tempo della giovinezza è l’opposto.
Allora, il Festival sarà stato anche un po’ soporifero, un po’ scarse le proposte musicali, ma definirlo democristiano come fosse un’accusa è sbagliato. È un giudizio che nasce dal sospetto, dal pregiudizio verso la leggerezza delle cose semplici e buone, date certamente per false.
Forse non è così.
Forse ha ragione chi cerca un amore per sempre, chi ha il coraggio di puntare sull’avventura della costruzione di una famiglia; chi i fallimenti li mette in conto, ma pure il pentimento, il perdono e la ripartenza.
Democristiano non è un’offesa.



