Il prezzo della benzina torna a salire e in alcuni distributori ha già superato i due euro al litro, soprattutto sulle autostrade. Anche il diesel continua ad aumentare, con rincari che in questi giorni stanno facendo preoccupare automobilisti e imprese.

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Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la benzina self service si aggira attorno a 1,74 euro al litro, mentre il diesel è vicino a 1,86 euro. Nei distributori autostradali e nel servizio assistito i prezzi possono però superare i 2 euro al litro.

Ma cosa c’entra la guerra in Iran con il costo del carburante che paghiamo in Italia?

La risposta passa da uno dei punti più strategici del pianeta per il commercio di petrolio: lo Stretto di Hormuz, il tratto di mare che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. Da qui passa circa un quinto di tutto il petrolio trasportato via mare nel mondo.

Con l’escalation del conflitto nella regione, il passaggio nello stretto è di fatto bloccato: molte petroliere sono ferme ai due lati della rotta e il traffico marittimo è stato sospeso.

Quando una via così importante si interrompe, i mercati reagiscono immediatamente: il prezzo del petrolio sale e, nel giro di poco tempo, l’aumento si riflette anche sui carburanti.

Il petrolio che usa l’Italia non arriva solo dal Medio Oriente

Secondo i dati dell’Unione energie per la mobilità, la quota più grande del petrolio importato dal nostro Paese arriva dall’Africa, che fornisce oltre il 40% del greggio utilizzato in Italia. Il principale partner è la Libia, seguita da Nigeria, Niger e Algeria.

Una parte importante arriva anche dall’area del Mar Caspio, in particolare da Azerbaijan e Kazakistan, oltre che dagli Stati Uniti e dal Brasile.

Dal Medio Oriente proviene invece circa il 12% del petrolio importato dall’Italia, soprattutto da Iraq e Arabia Saudita.

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Perché la benzina aumenta comunque

Anche se l’Italia non dipende direttamente dal petrolio iraniano, il prezzo del greggio viene stabilito sui mercati internazionali.

Quando un conflitto mette a rischio il passaggio di grandi quantità di petrolio, come sta accadendo nello Stretto di Hormuz, il costo del barile aumenta per tutti i Paesi. Di conseguenza, l’aumento arriva anche ai distributori.

Secondo alcune associazioni dei consumatori, però, una parte dei rincari potrebbe essere legata anche a fenomeni speculativi, perché parte dei carburanti venduti oggi deriva da scorte acquistate mesi fa, quando il prezzo del petrolio era più basso.

Il governo segue con attenzione l’andamento dei prezzi dell’energia: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha dichiarato che l’obiettivo è evitare fenomeni speculativi lungo la filiera energetica e ha detto di essere pronta ad aumentare le tasse alle aziende che dovessero speculare. Nel frattempo è stata attivata una task force dell’Autorità per l’energia per monitorare l’andamento dei prezzi.

Il rischio per famiglie e imprese

L’aumento dei carburanti non riguarda soltanto chi fa il pieno. Quando il costo dell’energia cresce, aumentano anche le spese per il trasporto delle merci e per molte attività produttive. Questo può tradursi, nel giro di poco tempo, in prezzi più alti per diversi prodotti, dagli alimentari ai beni di uso quotidiano.

Molto dipenderà dalla durata della crisi. Se la guerra dovesse proseguire a lungo e il blocco nello Stretto di Hormuz dovesse continuare, il prezzo del petrolio potrebbe salire ancora.

Alcuni analisti internazionali temono che il barile possa tornare vicino ai 100 dollari, livelli già raggiunti in passato durante altre crisi energetiche. In uno scenario simile, gli effetti si farebbero sentire anche sull’economia italiana: non solo sui carburanti, ma anche sulle bollette energetiche e sul costo della vita.