Il “terzo tempo” è una metafora presa in prestito dal rugby per definire la più comunemente nota “vecchiaia”. Nel rugby, il terzo tempo è un momento conviviale, in cui le due squadre avversarie si riuniscono per festeggiare e socializzare dopo la fine della partita, mettendo da parte rivalità e scontri del gioco. Un'immagine che suggerisce un'occasione per riprendere contatto con gli altri e ridere insieme delle proprie fragilità. Ed è proprio questo spirito di condivisione, condito da una buona dose di ironia e tenerezza, a guidare Terzo Tempo, lo spettacolo tratto dal romanzo di Lidia Ravera che ha debuttato in prima nazionale al Teatro Franco Parenti il 20 maggio e sarà in scena fino al 7 giugno. Sul palco della Sala Grande troviamo due fuoriclasse della comicità italiana, Paolo Hendel e Lucia Vasini, che abbandonano la commedia pura per misurarsi con un registro inedito e profondo. Abbiamo fatto qualche domanda a Paolo Hendel (che nello spettacolo interpreta Domenico) per farci raccontare questa nuova, umanissima avventura teatrale.

"Terzo Tempo": cos'è e come lo si racconta?

«È una commedia scritta da Lidia Ravera e Emanuela Giordano, che ne ha curato anche la regia, liberamente ispirata al romanzo “Il terzo tempo”. Aiuto regista, preziosa, Claudia Grassi. È il terzo tempo della vita di Costanza, interpretata da Lucia Vasini, che decide di condividere la vita con un bel gruppo di persone tenuto insieme da una forte sintonia. Ritrovarmi sul palcoscenico accanto a Lucia Vasini è ogni volta un grande piacere. Spesso rischio di mettermi a ridere in scena per le sue belle invenzioni e le sue improvvisazioni. Completano il gioco due giovani e bravi attori: Viola Lucio nei panni di Dolores, amica di Costanza, e Marco Mavaracchio nei panni di Matteo, figlio di Costanza e di Dom, che è il mio personaggio».

Quale "urgenza" vi ha spinto a portarlo in scena oggi?

«Il piacere di mettere in scena un bel gioco che diverte, ci diverte, fa ridere e fa riflettere. Non mi pare poco, in questo brutto mondo “devastato da una manciata di tiranni”, come ha detto Papa Leone. Ognuno è libero di riferire queste parole così forti a chi di dovere. Sicuramente a chi seguita ad alimentare guerre su guerre in ogni parte del mondo».

Ridere della vecchiaia (e della paura del futuro) è un modo per esorcizzarla o per accettarla?

«In questa commedia si ride di noi stessi, delle nostre paure, delle nostre debolezze. Del bisogno che abbiamo di affrontare la vecchiaia accucciandosi nel presente, come dice la protagonista, tenendosi vicini gli uni agli altri e riscoprendo la voglia di condividere il tempo che resta e di ridere insieme delle troppe cose brutte della vita per esorcizzarle».

Che spettatori vorrebbe idealmente in platea e cosa si augura che si portino a casa?

«Per mia esperienza più spettatrici ci sono in teatro e meglio è. Noi maschi si ride meno, forse anche perché è proprio di noi maschi, delle nostre debolezze e dei nostri difetti, che si ride più facilmente, in teatro e non solo…».