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Non dev’essere stato facile per Marco Buticchi scrivere questo Casa di mare (Longanesi) e il fatto che lo abbia fatto all’età di 59 anni fa immaginare le comprensibili titubanze ed emozioni che lo hanno investito. Il libro è la biografia più difficile che un uomo possa scrivere: quella del proprio padre. Se il proprio padre, poi, è Albino Buticchi, il quadro si complica ancora di più.
Albino Buticchi è stato un uomo che, dal nulla, ha costruito un impero economico, dissolvendolo alla ne a causa di un’incontenibile passione per il gioco. Fra le umili origini e il triste epilogo, che comprende anche un tentativo di suicidio che lo rese cieco no alla morte, avvenuta nel 2003, Albino Buticchi visse un’esistenza incredibile, per quante imprese e avventure attraversò. Prese parte alla Resistenza, sfuggì per un sofo alla deportazione in un lager, si arruolò nella Legione straniera, mise in piedi un’azienda petrolifera diventando uno degli uomini più ricchi e in vista dell’Italia del dopoguerra, fu campione di automobilismo e presidente del Milan, solo per citare alcune delle sue avventure...
Il titolo evoca le origini, il luogo e il mondo da cui Albino proviene. Il sottotitolo, Una storia italiana, spiega che la vicenda di quest’uomo si staglia sullo sfondo della Storia nazionale, dalla Seconda guerra mondiale all’inizio del terzo millennio, assurgendo a storia esemplare. L’autore-figlio si accosta a questa materia incandescente affidandosi ai canoni della biografia, quasi per conquistare la necessaria distanza affinché il “romanzo” possa formarsi. Qualche pagina, soprattutto quelle iniziali che descrivono il momento più difficile dell’esistenza del padre, tradiscono un coinvolgimento profondo. Ma è proprio questo fragile equilibrio fra sentimento e biografia a costituire la forza del libro.
Albino Buticchi è stato un uomo che, dal nulla, ha costruito un impero economico, dissolvendolo alla ne a causa di un’incontenibile passione per il gioco. Fra le umili origini e il triste epilogo, che comprende anche un tentativo di suicidio che lo rese cieco no alla morte, avvenuta nel 2003, Albino Buticchi visse un’esistenza incredibile, per quante imprese e avventure attraversò. Prese parte alla Resistenza, sfuggì per un sofo alla deportazione in un lager, si arruolò nella Legione straniera, mise in piedi un’azienda petrolifera diventando uno degli uomini più ricchi e in vista dell’Italia del dopoguerra, fu campione di automobilismo e presidente del Milan, solo per citare alcune delle sue avventure...
Il titolo evoca le origini, il luogo e il mondo da cui Albino proviene. Il sottotitolo, Una storia italiana, spiega che la vicenda di quest’uomo si staglia sullo sfondo della Storia nazionale, dalla Seconda guerra mondiale all’inizio del terzo millennio, assurgendo a storia esemplare. L’autore-figlio si accosta a questa materia incandescente affidandosi ai canoni della biografia, quasi per conquistare la necessaria distanza affinché il “romanzo” possa formarsi. Qualche pagina, soprattutto quelle iniziali che descrivono il momento più difficile dell’esistenza del padre, tradiscono un coinvolgimento profondo. Ma è proprio questo fragile equilibrio fra sentimento e biografia a costituire la forza del libro.




