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Sono passati 20 anni dalla sua adozione e di quella della sorellina Anna, che allora aveva 2 anni mentre lei ne aveva compiuti 8. Nata con il nome di Milvyde nel villaggio di Skaciai in Lituania e trapiantata ad Agropoli, in provincia di Salerno, Fatima Sarnicola ha deciso di ripercorrere il prima e il dopo nel volume “La bambina che nessuno vedeva”, fresco di stampa per le edizioni ON (pp. 240, € 16,90), nuovo marchio editoriale di varia creato da Alpha Test. «Adottare non significa salvare, ma accogliere un bambino con un passato», sottolinea la giovane biologa che compirà 28 anni il prossimo 1° novembre, diventata un’influencer e una divulgatrice su questi temi: conta 121 mila follower su Instagram e oltre 165 mila su Tik Tok. Inoltre nel 2023 ha fondato il mensile digitale Adopt Life.


Per lei non è stato facile ripercorrere la sua dolorosa e drammatica storia, segnata da 6 anni di orfanotrofio, anche se aveva una madre che però non riusciva a occuparsi di lei e dei suoi 13 fratelli: «Ringrazio la mia famiglia biologica, per l’inizio. Ringrazio la mia famiglia adottiva, per aver accolto non solo me, ma anche il mio passato», scrive Fatima (nome scelto da lei stessa al suo arrivo in Italia), che ha sempre parole d’amore nei confronti della mamma biologica. «Non conosceremo mai le ragioni che hanno spinto mia madre a mettermi al mondo per poi abbandonarmi. Non potremo mai capire davvero cos’ha vissuto, cos’ha provato. Io so di essere l’ultimo pezzettino di una lunga storia violenta e tragica, come tanti altri bambini nati nella Lituania tornata indipendente, ma rimasta disperatamente povera», racconta con lucidità e consapevolezza.
Quando aveva due anni, una vicina di casa segnalò la situazione di degrado alle assistenti sociali, che dalla sua casa la portarono in orfanotrofio: maltrattamenti e violenze hanno segnato la bambina che era, ripetendosi anche durante un periodo di affidamento a una zia. Il copione cambia decisamente quando viene adottata, ma Fatima rifiuta la retorica dell’adozione come «salvataggio», piuttosto la considera un investimento sul futuro.


Nelle prime pagine la ragazza sintetizza la sua esperienza: «L’adozione non è solo una nuova famiglia. È una seconda nascita che avviene mentre sei ancora viva. È imparare a pronunciare parole nuove quando la lingua vecchia ti brucia ancora in gola. È essere grata e ferita nello stesso respiro». È una testimonianza sofferta e cristallina al tempo stesso: «Sono diventata figlia due volte. La prima, nel ventre di una donna stanca che mi ha amata come ha potuto. La seconda, nelle braccia di chi mi ha scelta quando io non potevo scegliere nulla. Tra queste due nascite c’è un vuoto. Un corridoio lungo, freddo, pieno di letti allineati. C’è l’odore dell’orfanotrofio. C’è la paura di non appartenere più a nessuno».
Particolarmente intenso il messaggio che Fatima Sarnicola – oggi a Torino per completare la specializzazione post laurea in Nutrizione –rivolge a chi sta aspettando di adottare: «Non guardate quei moduli come burocrazia fredda. Ogni firma, ogni colloquio, ogni mese di attesa è un passo che state facendo verso un bambino che sta già sognando il vostro volto, anche se non sa ancora che esistete. L’attesa non è tempo perso; è il tempo in cui state costruendo lo spazio nel vostro cuore per accogliere una tempesta. Non scoraggiatevi per i silenzi dei tribunali o per la lentezza delle istituzioni. Quel bambino ha aspettato tutta la vita per essere visto; voi potete aspettare ancora un po’ per essere la sua luce. Non state adottando un “bisogno”, state adottando una storia che cerca un nuovo autore».


A chi ha già adottato, invece, scrive: «Quando vostro figlio urla, quando scappa, quando vi dice che non siete i suoi veri genitori, non ascoltate la sua rabbia, ma la sua paura. Vi sta mettendo alla prova per vedere se, come tutti gli altri prima di voi, ve ne andrete quando il buio diventa troppo fitto. Restate quando i piatti si rompono, quando i debiti scolastici aumentano, quando il trucco copre il viso. Il vostro successo non si misura dai voti sul registro o dalla perfezione dei loro sorrisi, ma dalla vostra capacità di rimanere seduti accanto a loro tra i cocci. L’adozione non è il salvataggio di un povero orfano; è l’incontro tra due coraggi: il vostro, di amare chi non vi somiglia, e il loro, di fidarsi di chi non li ha creati».


E ancora: «Non siete genitori “di serie b”, siete pionieri di un amore che va oltre la carne. Un giorno, quel bambino che oggi vi sembra un mistero irrisolvibile salirà sul suo podio, vincerà la sua maratona o semplicemente vi guarderà e dirà “grazie”, in quel momento, capirete che ogni lacrima e ogni grido sono stati i mattoni della casa più solida del mondo». Infine, l’invito a essere «custodi delle sue memorie, non carcerieri della sua identità. Solo quando un ragazzo adottato sente di poter onorare il proprio passato senza tradire il proprio presente può dirsi veramente a casa».




