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Il 2 febbraio si dovrebbe celebrare la Giornata per la Vita. «Prima i bambini», ci invita a riflettere il messaggio inviato dalla Conferenza episcopale italiana. Quelli schiavi, quelli vittime di violenza e di guerre, di abusi sessuali e psicologici, quelli «indottrinati da un’educazione ideologica», quelli «cui viene sottratto il diritto di nascere» e quelli «fabbricati in laboratorio per soddisfare le esigenze degli adulti».
Chiaro, chiarissimo, speriamo che almeno i cattolici lo leggano. Ma dovrebbe essere un’occasione per tutti, non solo per i cristiani, per ricordare la preziosità, l’irriducibilità, il dono immenso della vita, da esaltare e tutelare soprattutto nelle sue forme fragili, e quindi soprattutto i bambini.
Siamo tra i Paesi al mondo col minor tasso di fertilità. L’età del primo parto è oltre i 33 anni. E naturalmente ci sono tante condizioni sfavorevoli alla genitorialità, ma non sono il motivo fondamentale della riluttanza o del suo rifiuto. Manca il cuore, cioè la generosità, lo slancio della fiducia, il coraggio della speranza.
Domina la programmazione, il calcolo dell’interesse, del tempo “giusto”. Mentre non ci sono mai tempi giusti per dare alla luce un figlio. Anche perché quando i tempi paiono giusti, l’orologio biologico stenta a ticchettare e i figli non arrivano.
Si comincia così a pensare ad altre strade, come il social freezing, il congelamento degli ovuli femminili. Si chiama crioconservazione e solo immaginarla fa entrare in un film di fantascienza dove gli eterni epigoni di Faust cercano di controllare e definire la vita umana.
È realtà: una grande azienda della moda ha inserito nel welfare aziendale la preservazione della fertilità. Un figlio eventuale come benefit per promuovere la libertà di scelta sulla propria vita riproduttiva. Un figlio come i ticket restaurant, il corso di padel, la psicoterapia aziendale.
Questa è una modernità dis-umana, dove la natura è piegata all’opportunismo, all’egoismo, al profitto. Non considerarlo normale, e dirlo a voce alta, senza timori, è il solo modo per restare liberi, per non soggiogarci al «così fan tutti».




