Dal Regno Unito arriva una lezione che riguarda anche l’Italia. La Camera dei Comuni britannica ha respinto, con 286 voti contro 270, il Terminally Ill Adults (End of Life) Bill, il disegno di legge che avrebbe introdotto il suicidio medicalmente assistito per gli adulti con una prognosi inferiore a sei mesi. Una bocciatura di misura, dopo due anni di dibattito, che non va letta come una vittoria di una parte sull’altra, ma come l’occasione per tornare alla domanda essenziale: che cosa deve fare una società davanti a una persona che soffre e sta morendo?

Il voto britannico è significativo anche perché la decisione è stata trasversale agli schieramenti politici. A prevalere, più che l’appartenenza partitica, sono state le convinzioni personali maturate attraverso l’ascolto di medici, infermieri, associazioni dei pazienti, familiari ed elettori. È un elemento importante in una materia nella quale semplificazioni e slogan rischiano di oscurare la complessità delle esperienze individuali.

Chi sostiene il suicidio assistito parte spesso da una richiesta comprensibile: non essere costretti a vivere una fase terminale segnata da dolore, perdita di autonomia e paura. È una sofferenza che non può essere liquidata né con formule astratte né con risposte ideologiche. Proprio per questo, però, occorre chiedersi quanto sia realmente libera una scelta quando una persona si sente un peso per la famiglia, teme di perdere la propria dignità o non trova un’assistenza adeguata.

È questo uno degli argomenti più forti emersi nel dibattito britannico. L’arcivescovo cattolico di Westminster, Richard Moth, ha messo in guardia dal rischio che le persone più vulnerabili possano sentirsi sotto pressione e ha indicato una priorità molto concreta: rafforzare le cure palliative e garantire risorse adeguate agli hospice. Sullo stesso terreno si è mossa l’arcivescova anglicana di Canterbury, Sarah Mullally, richiamando la necessità di proteggere le persone vulnerabili e ricordando che l’impegno della società nella prevenzione del suicidio non dovrebbe venir meno quando una persona è malata terminale.

Non sono soltanto argomenti religiosi. Sono questioni di politica sanitaria, di etica pubblica e di tutela delle persone fragili. Ed è qui che la vicenda britannica interroga direttamente l’Italia. Prima di discutere del diritto a morire, dovremmo essere certi di garantire davvero il diritto a essere curati e accompagnati fino alla fine.

Le cure palliative non significano soltanto terapia del dolore. Significano presa in carico della persona, sostegno psicologico, accompagnamento della famiglia, assistenza domiciliare e ospedaliera, attenzione alla dimensione relazionale e, per chi lo desidera, anche a quella spirituale. Significano soprattutto dire a chi sta morendo: non sei solo, non sei un peso, la tua vita continua ad avere valore anche quando non possiamo più guarirti. Questo dovrebbe essere uno dei punti centrali anche del confronto italiano.

La giurisprudenza della Corte costituzionale ha individuato precise condizioni nelle quali l’aiuto al suicidio non è punibile. Ma altra cosa è trasformare questa possibilità in una prestazione sanitaria garantita dal Servizio sanitario nazionale. Sono piani che non dovrebbero essere sovrapposti.

Il Servizio sanitario nazionale è nato per prevenire, diagnosticare e curare le malattie e per garantire assistenza e riabilitazione. Le cure palliative fanno parte di questa responsabilità: accompagnare una persona quando non è più possibile guarirla non significa arrendersi, ma continuare a curarla in un modo diverso.

La vera domanda, allora, non è soltanto se una persona debba poter scegliere di morire. È anche quali alternative concrete la società le mette davanti quando pronuncia quella richiesta. Se un malato terminale non trova un hospice, se l’assistenza domiciliare è insufficiente, se la famiglia è lasciata sola, se il dolore non viene adeguatamente controllato, se la solitudine diventa insopportabile, quanto è libera una scelta di morte?

Non significa negare l’autodeterminazione. Significa prendere sul serio le condizioni nelle quali quella libertà viene esercitata.

Manifestanti contrari al suicidio assistito si riuniscono dopo che i parlamentari hanno votato contro i piani per legalizzare il suicidio medicalmente assistito per le persone malate terminali, a Londra, Regno Unito l'11 settembre
Manifestanti contrari al suicidio assistito si riuniscono dopo che i parlamentari hanno votato contro i piani per legalizzare il suicidio medicalmente assistito per le persone malate terminali, a Londra, Regno Unito l'11 settembre

Manifestanti contrari al suicidio assistito si riuniscono dopo che i parlamentari hanno votato contro i piani per legalizzare il suicidio medicalmente assistito per le persone malate terminali, a Londra, Regno Unito l'11 settembre 

(REUTERS)

Il «no» della Camera dei Comuni non chiude il dibattito britannico e certamente non risolve quello italiano. Ma può indicare una direzione: non trasformare la morte nella risposta alle carenze della cura.

Una società davvero attenta alla libertà dovrebbe fare in modo che nessuno chieda di morire perché si sente abbandonato, perché teme di essere un peso o perché non trova le cure di cui avrebbe diritto. Per questo la lezione che arriva da Londra non è semplicemente un «no» al suicidio assistito. È un invito a prendere sul serio un «sì» molto più impegnativo: sì alla cura, sì alle cure palliative, sì all’accompagnamento, sì al sostegno delle famiglie, sì alla dignità di ogni persona fino all’ultimo istante.

Perché davanti a chi sta morendo la prima responsabilità della medicina e della società non dovrebbe essere quella di abbreviare la vita, ma di fare tutto il possibile perché quella vita non venga vissuta nella solitudine e nella sofferenza.