«Ogni talento non sviluppato non solo è una sconfitta personale, ma è uno spreco collettivo. Desideriamo un’Italia in cui nessun ragazzo smetta mai di sognare perché non può permetterselo». Mettere le ali ai sogni dei giovani: ecco come i genitori di Chiara Costanzo cercano di dare un senso al lutto indicibile per l’amatissima figlia sedicenne, vittima della tragedia di Crans-Montana a Capodanno.
Mentre le cronache rincorrono le curve del processo e della diplomazia, Andrea Costanzo e Giovanna Lanella provano a trasformare il dolore in motore di speranza, dando vita a una Fondazione intitolata alla figlia: «Chiara voleva esplorare, studiare, comprendere, viaggiare: era questa la sua direzione verso il futuro. Con la Fondazione Chiara Costanzo desideriamo creare una rete senza fine, dove l’eccellenza di una persona sola diventa il trampolino di lancio per molti altri. I sogni di Chiara non si sono interrotti, si moltiplicheranno in altri ragazzi con la sua stessa determinazione nel perseguire i propri obiettivi e nel costruire il proprio futuro, a favore anche della collettività».


In un incontro promosso dall’Opera don Orione di Milano, all'interno della manifestazione O'rione in Festa, nel ricordo della canonizzazione del santo fondatore, papà e mamma Costanzo raccontano della figlia come una ragazza curiosa e solare, che eccelleva in tutto. Chiara voleva essere la miglior versione possibile di sé. Studentessa modello al Liceo scientifico Moreschi di Milano (dove le è stata intitolata l’aula magna), agonista di ginnastica acrobatica, parlava inglese come una madrelingua e sciava impeccabilmente. Top in tutto, direbbero i suoi coetanei. Ma per le amiche, le qualità che la rendevano unica erano altre: leale, trasparente, vedeva sempre il lato positivo delle persone. L’umanità oltre il talento, insomma. Il prossimo agosto sarebbe partita per l’anno all’estero in Canada. «Non era perfetta ma aveva una cosa speciale: viveva tutto con un’intensità rara. Non rimandava la felicità al momento “giusto” perché il momento giusto era “adesso”», ricorda mamma Giovanna, 54 anni. «Non dimentico la volta in cui uscì dalla doccia cantando e ballando senza alcun motivo speciale, se non la sua capacità di vivere ogni momento come irripetibile».
C’è un dettaglio che colpisce guardando le foto di Chiara. Sulla neve, al mare, nel deserto, in metropolitana o mentre si asciuga i capelli, sorride sempre. «Come tutti i ragazzi, Chiara aveva anche le sue insicurezze, momenti sì e momenti no» – ricordano i genitori – «eppure riusciva ad affrontare i suoi conflitti in modo consapevole e autoironico. Nelle relazioni era generosa, premurosa e aveva un alto senso della giustizia, non sopportava i soprusi». Riflette ancora la mamma: «Sapeva che la vita non è fatta solo di momenti perfetti ma di istanti, attimi piccoli, normali, a volte complicati. Ma sono proprio quegli attimi che, messi insieme, costruiscono qualcosa di straordinario».

In chi l’ha amata, la morte di Chiara ha lasciato un senso di vuoto tremendo. Giovanna e Andrea si sostengono l’un l’altra. Chiara era molto legata anche ai fratelli, Camilla di 30 anni, Elena di 14 e Luca, 11. «È difficile trovare consolazione ma non smetterò di dire che sono una mamma fortunata. I nostri figli oggi sono la motivazione per andare avanti. Non possiamo arrenderci, chiuderci, dobbiamo esserci: è successa una cosa crudele anche a loro, ma vogliamo che possano diventare persone serene e godere a pieno e con gioia la vita». In questi mesi di indicibile sofferenza, Andrea e Giovanna hanno incontrato il Papa e il presidente della Repubblica. E proprio da Mattarella si sono sentiti incoraggiati a concretizzare il progetto della fondazione. «Faccio fatica a parlare di Chiara al passato, voglio parlare di lei al futuro», confida papà Andrea, 61 anni, che con Chiara ha sempre avuto un rapporto speciale fatto di passioni condivise – da ultima, la cucina – e di complicità innata. «Quando il vuoto si stava impossessando di noi, abbiamo capito di dover trasformare il dolore in qualcosa che ci consentisse di conviverci, convogliandolo in energia positiva».
Misteriosamente, l’amore si sta facendo strada fra le pieghe della pena più buia e sorda. «La vita non si misura per quanto è lunga ma per quanto è piena, ecco l’insegnamento di nostra figlia», riprende il padre con commozione. «Ogni momento conta, anche quelli che a prima vista appaiono insignificanti. Ai ragazzi dico: non aspettiamo domani per dire ti voglio bene, per ridere senza un motivo perfetto. Abbracciate le persone che avete accanto, abbiate il coraggio di essere veri anche quando è difficile».
Il messaggio è semplice e potente: la vita può essere bellissima, se vissuta in trasparenza, con intensità e dedizione, come faceva Chiara. Ecco quindi la Fondazione Chiara Costanzo e l’idea delle “borse di sogno” che, diversamente dalle borse di studio, guardano a quel che una persona può diventare e non ai risultati già raggiunti. Ai giovani che usufruiranno del sostegno sarà chiesto di restituire il bene ricevuto prendendo per mano – come mentori – altri giovani, in una catena dalle potenzialità illimitate. Chiara non ha potuto diventare la donna che sarebbe stata, ma grazie alla Fondazione oggi lascia un’eredità concreta ai suoi coetanei. «Aiutateci a sostenere chi vuole guardare lontano», è l’appello del papà. Avanti, dove la vita non finisce.