Il 13 settembre, quando Alexander Zverev ha sollevato la coppa degli US Open, mi sono commossa. Sono la madre di una ragazza con diabete di tipo 1 e, guardando quella fotografia, ho pensato a lei. Ho sentito che quella vittoria, in qualche modo, riguardava anche noi.

Sullo schermo non vedevo soltanto un campione che, dopo il Roland Garros, conquistava il suo secondo Grande Slam in pochi mesi. Vedevo un uomo di 29 anni che convive, da quando ne aveva poco meno di quattro, con una malattia autoimmune tremenda, che impedisce al pancreas di produrre insulina, l’ormone indispensabile perché il glucosio possa entrare nelle cellule e trasformarsi in energia.

Mi sono commossa perché quando un atleta con diabete di tipo 1 sale su un podio o solleva una coppa, non vedo mai soltanto il risultato. Vedo anche ciò che rimane fuori dall’inquadratura: la fatica necessaria per arrivare fin lì e per fare ciò che, agli occhi degli altri, può sembrare semplicemente sport.

Per questo, prima di tutto, voglio dirti grazie, Zverev. Vederti da anni tra i migliori al mondo e vederti conquistare due titoli del Grande Slam mi ha mostrato, più di tante spiegazioni, che il diabete toglie molto, ma non toglie tutto. Che arrivare fin lì è possibile.

Ti ringrazio perché quella fotografia allarga i sogni e dà loro una forma concreta. Apre un orizzonte nel quale bambini e ragazzi con diabete di tipo 1 possono riconoscersi e immaginarsi. Dice loro che lo sport ad alto livello non è necessariamente un territorio dal quale sono esclusi. A volte, per cominciare a desiderare qualcosa, bisogna prima aver visto qualcuno riuscire a farla.

La stessa emozione mi prende quando la pallavolista Alice Degradi scende in campo con la maglia della Nazionale o gioca in un campionato di vertice, mostrando sul braccio il cerotto blu che protegge il sensore glicemico; oppure quando la mezzofondista Anna Arnaudo conquista una medaglia.

Una strada aperta anche per gli altri.

Aggiungo un secondo ringraziamento. Zverev, ti ringrazio perché hai fatto da apripista, costringendo la burocrazia sportiva a confrontarsi con regole che non ti permettevano di gestire il diabete in campo in modo adeguato e sicuro. Al Roland Garros 2023 ti fu chiesto di iniettarti l’insulina fuori dal terreno di gioco. Oggi puoi invece tenere con te il telefono collegato al sensore e controllare la glicemia durante le partite. Una conquista che va oltre la tua storia personale e rende il campo più accessibile a chi verrà dopo di te.

Hai reso pubblica la diagnosi soltanto nel 2022, quando avevi 25 anni. Mi vengono i brividi se provo a immaginare il peso di quel silenzio durato più di vent’anni: prima per un bambino, poi per un atleta professionista. È difficile non chiedersi se abbia pesato anche il timore che la malattia potesse essere considerata un segno di debolezza o diventare un ostacolo alla carriera.

Un timore tutt’altro che astratto. In Italia, per esempio, la normativa continua a precludere agli atleti con diabete l’accesso ai gruppi sportivi delle Forze armate e dei Corpi dello Stato, fondamentali per dare stabilità e continuità a molte carriere agonistiche. È un impianto che risale a un Regio Decreto del 1932. Da tempo CONI, associazioni, società scientifiche e Parlamento lavorano perché gli atleti siano valutati in base alla loro effettiva idoneità, anziché esclusi a causa di una diagnosi.

Eppure, aprire una strada non basta: intorno al diabete di tipo 1 resistono ancora ignoranza, sottovalutazioni e pregiudizi. Durante la finale di Wimbledon del 12 luglio 2026 contro Jannik Sinner, nella telecronaca italiana di Sky Sport si arrivò a paragonare il tempo necessario per gestire la glicemia a quello richiesto dalla cura di una vescica al piede. Ma controllare la glicemia, assumere zuccheri o somministrarsi insulina sono azioni necessarie alla sopravvivenza. Curare una vescica no. Quel paragone mi fece arrabbiare molto, perché riduceva a un contrattempo ciò che, per chi convive con il diabete, è una necessità vitale.

Possibile non significa per tutti.

Ora, però, permettimi di aggiungere qualcosa. Non è del tutto vero che il diabete di tipo 1 «non ti limita». È una frase pronunciata con le migliori intenzioni: vuole incoraggiare e ricordare che si può continuare a fare sport, viaggiare, studiare, innamorarsi e inseguire i propri desideri. Ma rischia di non aiutare chi con questa malattia vive ogni giorno e ne conosce i limiti, il peso e la fatica. Il diabete chiede un prezzo quotidiano: a volte limita, interrompe, spaventa, stanca. Costringe a uno sforzo enorme proprio per riuscire a fare ciò che agli altri viene spontaneo.

Durante l’attività fisica la glicemia può scendere, anche diverse ore dopo l’allenamento, rendendo necessario assumere zuccheri a rapido assorbimento. Al contrario, gli esercizi molto intensi o la tensione agonistica possono farla salire temporaneamente. Bisogna prevedere, controllare, correggere. E poi controllare ancora. Lo dimostra anche la storia del nuotatore statunitense Gary Hall Jr., vincitore di dieci medaglie olimpiche, che dopo la staffetta 4×100 di Sydney fu trovato quasi privo di coscienza, con una glicemia di 28 mg/dl, e non conserva alcun ricordo della premiazione. I sensori per il monitoraggio continuo della glicemia – quei piccoli dischetti bianchi che si vedono sempre più spesso sulle braccia – e i microinfusori sono aiuti preziosi. Ma nemmeno i dispositivi sono infallibili.

Lo sai bene. Nella semifinale persa contro Taylor Fritz al torneo di Halle hai dovuto assumere, nei primi 45 minuti, 350 grammi di zucchero: l’equivalente di circa settanta bustine da bar o di oltre tre litri di Coca-Cola. Il sensore aveva indicato erroneamente una glicemia alta e questo ti aveva portato a somministrarti troppa insulina. Per contrastare l’ipoglicemia sei stato costretto ad assumere un gel al glucosio dopo l’altro.

Dietro un bambino c’è quasi sempre un adulto.

La tecnologia aiuta moltissimo, ma non sostituisce le decisioni quotidiane dell’atleta. E, nel caso dei bambini, non elimina la necessità della supervisione degli adulti. Lo sai anche tu. Per questo, durante la premiazione degli US Open, hai dedicato la vittoria a tua madre Irina:

«Quando a tuo figlio di quattro anni viene diagnosticato il diabete e i medici ti dicono che la vita e lo sport saranno molto, molto limitati, ci vuole una madre molto forte per uscire da quell’ambulatorio e dire: “Mio figlio sarà chiunque voglia essere. Se vorrà diventare un tennista, diventerà un tennista”».

A quel punto mi sono commossa di nuovo. E il mio grazie si è rivolto a lei. Grazie, Irina, per non esserti lasciata scoraggiare. Grazie per aver creduto che tuo figlio potesse diventare ciò che desiderava. Irina Zvereva, però, partiva da una condizione particolare: era stata una tennista di alto livello nell’Unione Sovietica, mentre tuo padre, anche lui ex tennista, sarebbe diventato il tuo allenatore. Avevano conoscenze, competenze e possibilità diverse da quelle di molte famiglie. Riconoscerlo non diminuisce la forza di tua madre. Ci ricorda, però, che le storie individuali non possono diventare ricette valide per tutti: ciò che una famiglia riesce a costruire dipende anche dalle competenze, dal tempo, dalle risorse e dalla rete di sostegno di cui dispone. Celebrare un percorso eccezionale non deve farci dimenticare chi parte da condizioni diverse, né trasformare un esempio di possibilità in un obbligo a riuscire.

Nel nostro piccolo, per i primi tre anni dopo l’esordio del diabete di nostra figlia, mio marito e io siamo stati presenti a ogni allenamento e a ogni partita di basket. Sempre. Lei faceva sport, certo, ma dalla panchina lo sguardo vigile di un adulto non la perdeva mai di vista.

In alcune società può essere l’allenatore ad assumersi anche questa responsabilità, ammesso che riesca a farlo mentre si occupa di altri venti o trenta bambini. Con il tempo entrano maggiormente in gioco gli staff tecnici e, soprattutto, sono gli stessi atleti a imparare a controllarsi e a decidere in autonomia. Ma si tratta di decisioni delicate, dalle quali può dipendere la loro sicurezza.

Perciò, quando diciamo che un bambino con diabete può praticare sport, dovremmo ricordare anche ciò che spesso non si vede: dietro quella possibilità c’è quasi sempre un adulto che osserva e rimane pronto a intervenire.

La figlia di Sabina in azione

Quello che non si vede.

Ora, però, voglio parlarti di mia figlia. Domenica ha segnato dodici punti in un torneo di basket. Io ero lì a guardarla e, a ogni canestro, ero felice con lei. Può giocare a basket, dunque. Sì, è vero.

Ma quando ripenso a quei dodici punti, vedo anche ciò che la fotografia non mostra. Vedo il sensore che le si era staccato appena tre minuti prima. Vedo la notte quasi in bianco perché quello precedente aveva sanguinato, intercettando un minuscolo capillare. E rivedo tutte le volte in cui si è dovuta sedere in panchina mentre le altre continuavano a giocare: perché l’iperglicemia le provocava un fortissimo mal di testa o perché, durante un’ipoglicemia, sentiva che avrebbe potuto svenire.

Sono momenti in cui vorrei alleggerirle almeno un po’ quel peso, ma non posso farlo fino in fondo. Posso soltanto restarle accanto, controllare i numeri, aspettare che passi e guardarla mentre trova la forza di tornare in campo. Per questo, quando la vedo segnare, non vedo mai soltanto un canestro. Vedo anche tutta la strada, invisibile agli altri, che ha dovuto percorrere per arrivarci.

La gioia non cancella la fatica. E la fatica non cancella la gioia. Raccontare entrambe è importante, perché fermarsi soltanto sulla fatica significa ridurre una persona alla sua malattia; mostrare soltanto la vittoria, invece, rischia di cancellare il prezzo necessario per raggiungerla. La complessità sta nel tenere insieme queste due verità: il diabete ha un impatto reale, a volte pesante, ma non esaurisce ciò che una persona è e ciò che può desiderare. È questo il cuore di ciò che vorrei imparassimo a vedere e a raccontare.

Nessuno deve diventare un campione.

Infine, un’ultima considerazione. Anche le biografie eccezionali hanno due facce. Possono aprire possibilità e accendere desideri, ma possono diventare un metro severissimo con cui bambini e ragazzi si sentono obbligati a misurarsi. Il confine tra essere ispirati da un modello e sentirsi schiacciati dalla sua altezza è sottile. Un conto è dire a una bambina: puoi giocare a tennis e, se avrai talento, tenacia, sostegno e opportunità, potrai anche diventare una campionessa. Un altro è lasciarle intendere che, per dimostrare di non essere stata limitata dal diabete, debba diventare la numero uno al mondo. Ma che cosa accade a chi pratica uno sport senza vincere?

Il valore di una vita non può dipendere dalla capacità di trasformare ogni difficoltà in un’impresa eccezionale.

Quindi sì: ode ad Alexander Zverev, a sua madre Irina e a tutti i genitori di bambini con diabete di tipo 1. Ma soprattutto il mio pensiero va a ogni bambino e a ogni bambina: a chi vince un Grande Slam, a chi segna dodici punti e anche a chi, qualche volta, ha bisogno di fermarsi e di piangere perché il diabete ha guastato una giornata, un momento, un match che avrebbe voluto vivere diversamente.