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Il neologismo “atefano” nasce in maniera insolita, promosso da autorità regionali del Piemonte e della Liguria che di solito non si occupano di lingua, ma semmai di dialetti o della promozione delle parlate locali. L’iniziativa è partita dalla Regione Liguria, che ha accolto la proposta dell'associazione “Rachele Franchelli”. “Dopo la Liguria, anche l’Assemblea piemontese voterà nelle prossime sedute un atto di indirizzo per diffondere questo neologismo” - ha spiegato il vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte, secondo il quale “dare un nome alle persone che hanno vissuto questo evento traumatico significa renderle visibili, con l’obiettivo finale di garantire loro delle tutele”. Alcuni di coloro che si sono impegnati nella promozione di questa parola hanno manifestato il desiderio che l’Accademia della Crusca valuti l'inserimento ufficiale del termine nel vocabolario della lingua italiana. Ma né la Crusca, né qualunque altra autorità, può promuovere un neologismo mettendolo in un elenco di qualche tipo o in un vocabolario. Oltre al resto, la Crusca non compila affatto il vocabolario ufficiale dell’italiano, che proprio non esiste. La lingua la fanno i parlanti e gli scriventi. Solo i parlanti e gli scriventi. Chiunque ha diritto di inventare una parola e di proporla, ma la riuscita è altra cosa, e non è mai prevedibile.
Effettivamente, tra le parole del lutto, tra quelle che esprimono la perdita d’un parente stretto, il genitore orbato del figlio non trova un nome preciso. Se perdi il marito, hai una qualifica: sei vedovo o vedova; se perdi il padre o la madre, hai un nome: orfano e orfana. Il genitore orbato del figlio non ha un nome speciale. In un libro pubblicato dalla Crusca nel 2022, Giusto, sbagliato, dipende, che in questi giorni è stato saccheggiato (senza mai citarlo) da giornali e siti on line, viene suggerita una spiegazione di questo silenzio, di questo “buco” nella lingua. La ragione è di natura legale, giuridica. La perdita di un figlio, diversamente da quella di un genitore o del coniuge, non comporta conseguenze complesse sul piano legale. Il figlio perduto non lascia eredità materiale, non lascia testamenti. Solo dolore.
Inoltre, si può supporre che l’evento tragico abbia determinato in passato una sorta di tabù, perché la parola manca in molte lingue. In alcune si trova qualche cosa. In spagnolo, il Diccionario della Real Academia Española registra l’aggettivo “deshijado”, detto di persona che è stata privata dei figli. In francese c’è “désenfanté”, coniazione recente tuttora oggetto di dibattito; da “désenfanté” è stato tratto “désenfantement”, usato in un libro della scrittrice marocchina Rita el-Khayat. Nella traduzione italiana il termine è stato reso con “defigliazione”. Potremmo avere “defigliato”, “disfigliato” e “sfigliato”. La tradizione letteraria offre “orbo” e “orbato”, come in Ariosto: “Di vedovelle i gridi e le querele, / E d’orfani fanciulli e di vecchi orbi” (Orlando furioso, XXVII, 34, vv. 1-2). E Tasso: “Padre vecchio, orbo padre, ahi non più padre!” (Aminta, III, 2). La nuova proposta si ispira a un termine greco dal sapore molto colto e vagamente burocratico, certamente asettico e valido sul piano tecnico. Vedremo se i Consigli regionali ce la faranno a far circolare davvero questa nuova parola.
*Claudio Marazzini, Presidente onorario dell'Accademia della Crusca







