In occasione della Festa della Mamma, è fondamentale andare oltre la retorica della "genitorialità perfetta" per guardare con onestà alla realtà di chi ogni giorno cura, lavora e sostiene l'equilibrio familiare. La maternità è un evento trasformativo che porta con sé una gioia immensa, ma anche un carico fisico ed emotivo che troppo spesso viene vissuto in solitudine. Per approfondire queste dinamiche e capire come prevenire il disagio psicologico, abbiamo incontrato la Dottoressa Rossana Riolo, psichiatra e referente per la Regione Veneto del progetto Mamme libere dalla depressione. In questa intervista, la Dottoressa esplora le sfide quotidiane delle madri moderne, dai ritmi lavorativi pressanti fino alle forme più profonde di sofferenza psichica, offrendo strumenti concreti per non restare sole.

La Dott.ssa Rossana Riolo, Psichiatra perinatale, psicoterapeuta, lavora da oltre 30 anni nel Servizio Pubblico dirigendo Servizi dedicati ai disturbi psichici in gravidanza e post partum delle donne e uomini.

Quanto pesa sulle madri, il dover incastrare lavoro, cura dei figli e vita privata in sole 24 ore? Questa pressione organizzativa può essere il detonatore per un crollo psicologico?

«Spesso dover conciliare il nuovo ruolo di madre con quello di moglie e di lavoratrice con rientro magari a 3 o 4 mesi post partum può essere il detonatore finale in una situazione di sofferenza. Quante neo mamme ho conosciuto che hanno dovuto scegliere tra maternità o lavoro? Moltissime, con svezzamenti e inserimenti al nido precoci e conseguenti sensi di colpa. Anche in questo campo altri paesi europei sostengono praticamente le madri a casa con figure di supporto, baby sitting gratuiti e possibilità di smart working prolungati» .

Si può prevenire la depressione post-partum già durante la gravidanza? Esistono dei fattori di rischio (sociali, economici o psicologici) che rendono una donna più vulnerabile a questo spettro?

«La prevenzione inizia proprio in gravidanza. È fondamentale fare screening della salute mentale anche in quel periodo, individuando fattori di rischio. Alcuni fattori sono socio-economici (come isolamento, precarietà), altri psicologici (come precedenti disturbi dell’umore, traumi). Conoscere questi elementi permette di attivare supporti precoci: percorsi di accompagnamento psicologico, reti di supporto, dialogo aperto. Sapere che la vulnerabilità non è una colpa, ma un segnale, aiuta a intervenire prima che il disagio diventasse profondo. Nella mia esperienza ho incontrato molte donne e uomini e spesso il disagio economico era fonte importante di ansia soprattutto durante la gravidanza. Voglio dirlo con chiarezza: in Italia mancano reali sostegni alla genitorialità, vedi i pochi giorni per i congedi per paternità, siamo il fanalino di coda in Europa» .

Al di là della patologia clinica, il carico mentale è una realtà per tutte. Potrebbe regalarci tre consigli pratici, delle piccole 'ancore di salvezza' quotidiane, che ogni mamma può adottare per preservare la propria salute mentale e ritagliarsi uno spazio di ossigeno?

«Primo: stabilire piccoli rituali quotidiani, anche brevi, solo per sé, come bere un tè in silenzio o fare una breve passeggiata; mantenere i contatti sociali, anche solo con una telefonata o una chiacchierata, per ricordarsi che non si è sole. Secondo: chiedere aiuto e delegare: non bisogna fare tutto da sole, coinvolgere partner o familiari nelle piccole routine. Terzo: non avere timore o vergogna e ai primi segnali di malessere parlarne con le persone vicine, con il medico di famiglia, con il pediatra. A questi interlocutori dico: ascoltate e poi accompagnate psicologicamente e fisicamente queste donne a rivolgersi con fiducia agli operatori della salute mentale (consultori familiari, servizi dedicati nei centri di salute mentale). Come psichiatra e psicoterapeuta con esperienza nei servizi pubblici dedicati al disagio affettivo di mamme e papà, sottolineo che il post partum è una fase delicata per entrambi i genitori. I partner possono essere un sostegno prezioso, ma anche loro vivono cambiamenti emotivi. È essenziale che i padri non si sentano esclusi, né trascurati. È qui che la comunità entra in gioco: avere reti di supporto, servizi per entrambi i genitori e un approccio collettivo aiuta a sostenere la famiglia intera. Non è solo un percorso individuale, ma un cammino che riguarda tutti» .

Ci aiuta a definire cos’è tecnicamente la depressione post-partum, quali sono i sintomi 'sentinella' e perché è fondamentale non sottovalutare quel senso di inadeguatezza che molte neo-mamme provano?

«La depressione post partum è una condizione clinica che va oltre il “baby blues” e comporta un’alterazione persistente del tono dell’umore. I sintomi sentinella includono tristezza profonda, perdita di interesse o piacere, difficoltà nella relazione con il neonato, stanchezza eccessiva, disturbi del sonno o dell’appetito, e pensieri di inadeguatezza o colpa. È cruciale non minimizzare quel senso di non essere all’altezza, perché può essere il primo campanello d’allarme di una sofferenza sottostante. Intervenire precocemente con supporto psicoterapeutico o psichiatrico, se necessario, aiuta a proteggere sia la mamma che il bambino» .

È possibile che la sofferenza sia così forte da annullare l’istinto di protezione?

«In casi di sofferenza prolungata, spesso si innesca una disperazione profonda. La mente può essere sopraffatta da un misto di depressione grave con sintomi dissociativi (di solito dopo i primi 40 giorni, ma è possibile fino all'anno del bambino), una psicosi post partum (che può comportare allucinazioni o deliri e che compare solitamente nella prima settimana post partum), o una totale assenza di speranza. In quei momenti, la percezione della realtà è distorta, e il dolore psicologico può spingere a gesti drastici. È importante riconoscere che queste donne non agiscono lucidamente, ed è per questo che rilevare i segnali e intervenire prima è cruciale. La prevenzione, il sostegno e l’accesso a cure specialistiche sono fondamentali. Non si tratta di una “cancellazione” dell’istinto di protezione: in situazioni così drammatiche, le condizioni psicopatologiche alterano completamente la percezione della realtà. È una sofferenza psichica che travolge. E poi, sfatiamo un mito: l’istinto materno, come spesso raccontato, non è qualcosa di automatico o innato nelle donne. La relazione madre-figlio si costruisce, si sviluppa con il tempo, e non provare immediatamente un legame profondo non è un segno di colpa o di mancanza. È proprio per questo che serve comprensione, non giudizio, e un supporto professionale quando emergono difficoltà» .

Quando una mamma è in difficoltà, come si interviene concretamente per 'recuperarla'? Qual è il ruolo del partner e dei familiari fino ai servizi, sportelli nel riconoscere il grido d'aiuto spesso silenzioso?

«Intervenire significa, prima di tutto, ascoltare e non minimizzare i segnali. Il partner e i familiari hanno un ruolo chiave nel cogliere cambiamenti nell’umore o nel comportamento, incoraggiando la mamma a parlare apertamente. Ci sono servizi territoriali, consultori, sportelli di ascolto e percorsi di sostegno psicologico o psichiatrico. Il recupero passa attraverso un intervento professionale, che può includere terapia, gruppi di supporto e, se necessario, farmaci. L’importante è non lasciare sola la madre: il supporto costante, empatico e pratico, è fondamentale per aiutarla a uscire dal silenzio e ritrovare fiducia» .

Esiste ancora un forte stigma legato alla salute mentale materna: l'idea che la maternità debba essere solo gioia impedisce a molte di chiedere aiuto. Come possiamo scardinare l'idea che ammettere di stare male non significhi essere una 'cattiva madre'?

«Dobbiamo dire in modo chiaro e senza equivoci il fatto che la maternità è un evento complesso e può includere momenti di fatica e sofferenza. Parlare apertamente di salute mentale nelle mamme aiuta a rompere il tabù: non è un fallimento ammettere di stare male, è un atto di coraggio e cura. Bisogna diffondere la consapevolezza che chiedere aiuto è un segno di responsabilità verso sé stesse e i propri figli. Educare tutti, dai media ai professionisti, a validare le esperienze autentiche, mostrando modelli di madri che affrontano difficoltà e ne escono rafforzate, è la chiave. Non esiste una maternità “perfetta”. Non esiste il genitore perfetto. Vorrei concludere con una riflessione sulla fragilità umana. Come ha scritto un Maestro della psichiatria, Eugenio Borgna: "Non esistono emozioni sbagliate: tristezza, rabbia, malinconia... Tutto è parte del nostro paesaggio umano". Ed è proprio in questa fragilità che dobbiamo riscoprire il valore dell'accoglienza, ricordando le parole di Francesco: "Non abbiate paura della malattia. Non abbiate vergogna della vostra debolezza. Lasciatevi tenere. Lasciatevi aiutare”».