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Silvia Ravera e il figlio Gastone con uno stendardo dell'Associazione Rachele Franchelli- Uno sguardo senza confini. Credit: Associazione Rachele Franchelli- Uno sguardo senza confini
«Continuerò a essere per sempre la sua mamma, ma in modo diverso, infinito ed eterno». Comincia così il racconto di Silvia Ravera, mamma di Rachele Franchelli, morta due anni fa a soli 16 anni per un tumore raro. Per trasformare il dolore in amore, Silvia ha fondato l’Associazione Rachele Franchelli- Uno sguardo senza confini: «Il dolore è come uno tsunami che devasta tutte le cellule del corpo e dell’anima. Quando si perde un figlio è importante avere obiettivi che proseguano, che tengano in vita il ricordo».


Le amiche ricordano Rachele come una ragazza sempre positiva, anche durante i 18 mesi di malattia: «Tutti i ragazzi malati sono speciali, conoscono la patologia che hanno e subiscono le trasformazioni del corpo – riflette Silvia – Rachele in particolare ha però sempre avuto una visione positiva della vita, è stata lei a darci forza anche nei momenti più difficili».
Oggi l’associazione Rachele Franchelli- Uno sguardo senza confini sostiene tre realtà: Casa Frizzi a Milano, dove la famiglia trovò ospitalità durante le cure all’Istituto dei Tumori, l’ospedale Gaslini a Genova, altro importante punto di riferimento nella malattia, e un progetto con AVSI a favore delle ragazze del villaggio di Mulot in Kenya, già avviato con i compagni di scuola.
Rachele frequentava il liceo artistico ad Albenga, dove viveva nel Savonese, e la sua classe aveva aderito a un progetto di adozioni a distanza indirizzato a una giovane del Kenya. «Era entusiasta di poter sostenere questa ragazza nello studio e nell’educazione, preservandola da una vita che ti fa crescere troppo presto, così abbiamo pensato di proseguire nell’impegno. Oggi con l’associazione abbiamo adottato 15 bambine e sogniamo di dar vita a un “Villaggio della Ra” proprio lì in Kenya», dice ancora Silvia.
In ultimo, ecco l’impegno per dare un nome alla condizione di quanti hanno perso un figlio. «Mi sembra ingiusto che i genitori che hanno perso un figlio, e siamo tantissimi, non abbiano nemmeno un termine per definirsi – riprende la mamma – Dopo la tragedia di Crans-Montana ho pensato che dovessimo dare un nome a questo dolore, trasformando il lutto in dignità. Bisogna chiamare le cose con il loro nome. Dare un nome significa riconoscimento di una condizione e possibilità di cura condivisa».


Ecco quindi atèfano, un termine che «non cancella il dolore, ma lo riconosce e dà dignità a una realtà che esiste». A coniare il neologismo è stato il fratello di Rachele, Gastone: «Atèfano deriva dal greco. Nasce da: à- privativo, té- dal greco téknon "figlio", e -fano da orphanós "orfano". La proposta definisce il vocabolo come aggettivo e sostantivo: "che ha perduto un figlio o i figli" e "persona che ha perso un figlio o genitore in lutto per la morte di un figlio». Nell’intento di Silvia il nuovo vocabolo colma un vuoto linguistico e umano, raccontando un legame che continua anche dopo la morte: «Un genitore che perde un figlio non è più “solo” un genitore, si tratta di un’esperienza diversa: l’amore non cambia ma si trasforma e, ripeto, diventa infinito ed eterno».
Il cammino perché atèfano diventi un neologismo è ancora lungo. Per poter essere preso in considerazione dall’Accademia della Crusca o altra autorità deve prima diventare un termine di uso comune. Per questo l’associazione promuove la diffusione del vocabolo, contando anche sul passaparola e sulla sua adozione da parte di Comuni e Regioni. «Atèfano è stato già adottato da Piemonte e Liguria, e da una quindicina di Comuni. Un’altra decina di amministrazioni locali hanno già dichiarato l’intenzione di fare altrettanto – chiude Silvia –. Rachele è morta alla vita carnale ma è qui con noi, e vorrei fosse orgogliosa di quel che facciamo».







