La sindaca di Genova Silvia Salis racconta nel suo libro È già domani (Feltrinelli) la scelta, condivisa con il marito Fausto Brizzi, di dare il proprio cognome al figlio Eugenio, avuto nel 2023 con la fecondazione assistita. Una decisione che Salis definisce «il nostro piccolo segnale per contribuire a una rivoluzione sociale».

Il bambino porta così il nome del nonno materno, scomparso nel 2025, che aveva fatto in tempo a conoscerlo e a goderselo per quasi un anno e mezzo. Una storia familiare attraversata dall’affetto e dal lutto, dunque, che merita rispetto. Ma proprio perché le storie personali di personaggi pubblici, qual è la Salis, hanno un valore che va oltre la loro dimensione privata, è legittimo e doveroso interrogarsi sul significato pubblico attribuito a quella scelta.

Una rivoluzione sociale? Davvero dobbiamo ancora immaginare i rapporti tra uomini e donne come una partita nella quale, per far avanzare una, occorre arretrare l’altro? Dare il cognome materno ai figli non è una conquista da poco, soprattutto in un Paese che per secoli ha considerato scontata la trasmissione del solo cognome paterno. Ma oggi, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2022, i figli possono assumere il cognome di entrambi i genitori, nell’ordine concordato dagli stessi genitori (prima quello della madre e poi quello del padre, o viceversa), salvo che decidano diversamente. Non siamo più obbligati a scegliere tra il padre e la madre: possiamo riconoscere entrambi.

La sindaca di Genova Silvia Salis
La sindaca di Genova Silvia Salis

La sindaca di Genova Silvia Salis

(ANSA)

Eppure, quando una possibilità diventa una bandiera, il rischio è che il simbolo finisca per divorare il significato. Dare al figlio soltanto il cognome materno non è di per sé un gesto contro il padre, così come trasmettergli quello paterno non è una dichiarazione di superiorità maschile. Ma presentare l’esclusione simbolica di un genitore come un esempio di emancipazione o, addirittura, qualcosa di rivoluzionario rischia di alimentare proprio quella logica competitiva che dovremmo superare.

Un figlio non è il manifesto politico dei genitori. E il suo cognome non dovrebbe diventare il terreno sul quale affermare chi conta di più. La stima reciproca tra madre e padre è uno dei doni più preziosi che si possano fare a un bambino: gli permette di sapere che la sua storia non nasce da una rivendicazione individuale ma da una relazione che lo precede e si assume la responsabilità di lui. Anche quando quella relazione finisce, anche quando i genitori non sono più insieme, il figlio non dovrebbe essere costretto a portare addosso il segno di una contesa.

La copertina del libro
La copertina del libro

La copertina del libro

Lo psicanalista Massimo Recalcati ha scritto che la funzione paterna non coincide necessariamente con il padre biologico, con la stirpe o con il sangue: è la testimonianza di una legge capace di dare forma al desiderio, di accompagnare un figlio a diventare sé stesso. È un’intuizione importante, che libera la paternità dalla caricatura del “padre padrone”, di cui nessuno ha nostalgia, senza dissolverla in una presenza facoltativa. Perché il padre non è un ruolo di potere da difendere ma neppure un accessorio genealogico di cui liberarsi per proclamare una conquista.

La vera rivoluzione non è fare del cognome una bandiera ma costruire una società in cui nessuna madre debba rivendicare il proprio valore ridimensionando simbolicamente quello del padre, la cui «evaporazione» è una cifra drammatica del nostro tempo e sulla quale s’interrogano molti specialisti. La dignità dell’uno non sottrae nulla a quella dell’altra.

E quando una scelta privata viene presentata come un esempio pubblico, soprattutto da chi ricopre un ruolo politico, vale la pena chiedersi non soltanto quale cambiamento voglia rappresentare ma anche quale idea di famiglia e di relazioni contribuisca a trasmettere.