Cara Prof., i miei studenti non fanno altro che parlare della serie televisiva Mare fuori. Onestamente non ne ero attirata nonostante avessi visto più volte i promo. Poi mi sono detta che forse mi sarebbe servito vederla per riuscire a capire cosa ci trovano i miei alunni. Ho però la grande paura di scoprirla poco educativa e di ritrovarmi a criticarla, rischiando poi di essere vista come una boomer pedante.

OrETTA

Cara Oretta, anche io come te, nata nella prima metà degli anni Sessanta, condivido l’etichetta di boomer e so che per i nostri ragazzi della generazione digitale siamo a volte dei dinosauri. Fatta questa premessa, dopo aver visto la fiction Mare fuori, più per dovere che per curiosità, penso che forse quello che si ama di questa storia è l’incontro tra giovani provenienti da contesti malavitosi che, tra le mura del carcere minorile di Nisida, pur anelando a quel “mare fuori”, lo temono perché, come scritto da Roberto Saviano, è spesso solo il luogo di pesca per “la paranza di bambini”.

I ragazzi che seguono la serie partecipano fortemente alle vite dei giovani interpreti vivendo con loro le emozioni di amore, amicizia e rivalità. Sentimenti che sentono veri e sinceri, gli stessi che a volte provano proprio nell’ambiente altrettanto protetto e chiuso della scuola.  E forse vorrebbero da noi insegnanti quell’accudimento di cui si fanno carico gli educatori, la direttrice del carcere, i poliziotti, gli agenti penitenziari. Adulti che cercano di restituire uno sguardo positivo sulla vita e sul futuro nonostante l’esperienza del carcere, anzi, attraverso questa esperienza tentano di dare un’alternativa a chi fuori un’alternativa non l’ha mai avuta.

È stato per me un aggancio importante poter condividere la mia lettura delle vicende narrate dalla storia con quella dei miei studenti. Siamo partiti da punti diametralmente opposti, dal mio approccio razionale al loro, prevalentemente emotivo e di pancia. Abbiamo discusso sul concetto di legalità e responsabilità, che troppo spesso viene confuso con un “non l’ho fatto apposta”, per i più giovani privo di conseguenze, ma che invece può cambiare il corso della loro vita.

Quello che si percepisce è che intorno e fuori all’Ipm, così i giovani detenuti chiamano l’Istituto minorile penitenziario, vi è un ambiente non adatto a crescere nei confini della legalità e del rispetto. Se nasci in contesti di malavita raramente riesci a uscirne, sei risucchiato da una spirale di odio, vendette e ricatti che difficilmente ti lasciano intoccato.

Allora, prima che si aprano le porte del carcere, bisognerebbe far sì che questi legami vengano in qualche modo recisi. Purtroppo, però, in tali contesti lo Stato e la scuola hanno perso la loro centralità e forse proprio su questo dovremmo puntare con il nostro lavoro