Nuovo e durissimo colpo giudiziario per il colosso Meta. Un tribunale del New Mexico, negli Stati Uniti, ha condannato la società che gestisce Facebook, Instagram e WhatsApp, al pagamento di una sanzione record da 567 milioni di dollari (circa 500 milioni di euro). Al centro della sentenza c’è l'inadeguatezza delle informative rivolte agli utenti sui rischi che i più giovani corrono all'interno delle sue piattaforme con particolare riferimento alla minaccia dei predatori sessuali online e all'esposizione a contenuti sessualmente espliciti.
​​​​Si tratta della stangata più pesante mai inflitta all'azienda di Mark Zuckerberg per questioni legate alla sicurezza dei minori. La decisione va a sommarsi a un altro provvedimento risalente allo scorso marzo, che aveva già imposto a Meta una sanzione di 375 milioni di dollari (325 milioni di euro). Con quest'ultimo verdetto, il conto totale delle condanne alla società a 942 milioni di dollari, pari a oltre 800 milioni di euro.

In Italia a promuovere una class action, la prima europea nel settore digitale, è invece il Movimento Italiano Genitori (MOIGE). Affiancata da un nucleo di famiglie ricorrenti e dallo Studio Legale Associato Ambrosio Commodo di Torino, nel luglio 2025 l’associazione ha depositato ricorso presso il Tribunale delle Imprese di Milano, con l’obiettivo di ottenere – in questa prima fase – non un risarcimento, ma un ordine inibitorio, cioè la cessazione immediata di comportamenti ritenuti illegali e dannosi a carico di Meta e TikTok.

Antonio Affinita, direttore generale Moige (da collaboratore)

L'inibitoria, spiega il direttore generale Antonio Affinita, si articola in tre pilastri fondamentali. Il primo, la verifica reale dell'età: a oggi la normativa italiana prevede una età minima di 14 anni per l’iscrizione ai social, mentre Moige stima che circa 3,5 milioni di bambini italiani tra i 7 e i 14 anni siano presenti illegalmente sulle piattaforme, con iscrizioni tramite dati falsi o non verificati.
Secondo, l’eliminazione dei meccanismi di dipendenza come «scroll infinito, notifiche in orario notturno, autoplay, rinforzo variabile, profilazione comportamentale occulta - tecniche riunite nel concetto di captologia o "tecnologia persuasiva", che sfruttano il circuito dopaminergico del cervello adolescenziale ancora in sviluppo», specifica Affinita.

Terzo e ultimo pilastro, l’obbligo di informazione trasparente. Spiega ancora il direttore generale: «Come il "bugiardino" di un farmaco, le piattaforme dovrebbero informare esplicitamente dei rischi del loro uso, che Meta e TikTok nasconderebbero sistematicamente agli utenti e alle famiglie».

Il ricorso non è una battaglia legale astratta. «Tra i ricorrenti figurano famiglie reali con figli iscritti ai social all'insaputa dei genitori, talvolta da quando avevano 10-11 anni – riprende il direttore generale di Moige – Il caso più drammatico è quello di Rossella Ugues, bambina di 12 anni di Asti che si è tolta la vita il 6 febbraio 2024 dopo essersi impiccata quattro giorni prima: le indagini dei Carabinieri hanno ricondotto il gesto a un malessere alimentato anche da contenuti depressivi e suicidari su Instagram e TikTok».
Nella prima udienza del 14 maggio 2026, gli avvocati di Meta e TikTok hanno sollevato eccezioni preliminari, contestando la competenza e la giurisdizione dei giudici italiani a decidere sulle loro condotte globali. «Le difese dei colossi hanno altresì cercato di ridimensionare la portata scientifica delle prove depositate da MOIGE, che documentano come le società fossero già a conoscenza degli effetti dannosi dei loro algoritmi sui minori – aggiunge Affinita – i nostri legali, coordinati dall'avvocato Stefano Commodo – hanno ribattuto che la giurisdizione italiana è pienamente fondata e hanno sollecitato il Collegio a gestire il processo con la massima celerità».

Affinita presenta la class action inibitoria di Moige

La prossima udienza è fissata per il mese di novembre. «Intanto lo scorso 27 aprile l'Assemblea generale di EPA (European Parents Association) riunita a Parigi ha segnato una svolta: numerose associazioni di genitori europee hanno dichiarato la ferma intenzione di replicare la nostra class action nei loro ordinamenti nazionali, definendo l'iniziativa MOIGE un "modello pioneristico"».
Per Moige la class action inibitoria è solo il primo passo: «Con lo Studio Ambrosio Commodo stiamo già predisponendo una separata azione risarcitoria di classe, aperta a tutte le famiglie i cui figli abbiano subito danni documentabili dalla frequentazione dei social – chiude Affinita – le segnalazioni vengono raccolte tramite il portale www.classactionsocial.it».
In attesa di ulteriori sviluppi, aumentano anche le ricerche scientifiche attestano come i minori siano biologicamente vulnerabili all’esposizione ai dispositivi digitali, con rischio di danni neurologici permanenti paragonabili a quelli da sostanze stupefacenti. Al tema, e al disegno di legge per l’introduzione del limite dei 15 anni per l’accesso dei minori ai social, Famiglia Cristiana dedica un’ampia inchiesta nel numero in edicola dal 13 agosto.