Annunciato con enfasi dalla presidente del Consiglio, stoppato dal Presidente della Repubblica per alcuni passaggi che cozzavano con i principi della Costituzione, riveduto non senza stoccate polemiche e infine approvato dal Consiglio dei Ministri il 24 settembre: il decreto scuola Meloni-Valditara, al netto delle strumentalizzazioni politiche, ci ricorda che la scuola è sempre più multietnica, che è il primo laboratorio di cittadinanza e che la lingua italiana è lo strumento fondamentale per favorire l’inclusione e il diritto allo studio.

Ne è convinto anche Antonello Giannelli, il presidente dell’Anp, Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola.

Antonello Giannelli

«Nel porre il tetto del 30% in ogni classe agli studenti non italofoni il decreto affronta un problema che esiste, anche se, su un totale di oltre 362.115 classi, dovrebbe riguardarne solo un migliaio in quelle zone dove c’è una massiccia concentrazione di immigrati. È sacrosanto che la scuola si occupi delle competenze linguistiche di chi la frequenta e di come fare per migliorare gli apprendimenti. Lo dicono i dati Ocse-Pisa e autorevoli ricerche, ma lo suggerisce anche il buon senso: se in una classe ci sono molti ragazzi che non parlano l’italiano, sarà molto più lungo e difficile per loro impararlo».

Ma come faranno i presidi al momento della formazione delle classi a stabilire chi effettivamente rientra in questa categoria?

«C’è un discrimine già previsto dal decreto-71 del 2024, ovvero non avere un grado di conoscenza della lingua italiana pari alla certificazione A2. Lo stesso decreto prevede che se il 20% degli studenti di una classe non possiede questo requisito, vengano attivate misure di sostegno, ovvero la presenza di docenti di L2 (italiano come seconda lingua). E per eseguire il test, i dirigenti scolastici collaborano con i Cpia, centri specializzati nell’insegnamento delle lingue agli stranieri».

Va in questa direzione lo stanziamento previsto dal decreto per il potenziamento della lingua italiana..

«Se i fondi previsti saranno effettivamente sufficienti ai bisogni della popolazione scolastica lo si potrà dire solo a posteriori, però è un primo passo per riconoscere un problema e indicare una soluzione».

Si arresterà anche il fenomeno chiamato white flight (letteralmente “fuga dei bianchi”)?

«È innegabile che negli ultimi anni sempre più famiglie scelgono scuole pubbliche lontane da quelle del bacino di utenza, se la presenza di ragazzi di origine straniera è consistente, se non addirittura optano per le scuole paritarie, che, prevedendo una retta, sono di per sé stesse selettive».

Può essere letta anche in questa direzione l’altra innovazione del decreto, ciò estendere la definizione di licei anche agli istituti tecnici e professionali?

«Negli anni si è abbassato notevolmente la percentuale degli studenti e delle studentesse che si iscrivono agli istituti tecnici e professionali. La scelta della scuola superiore da parte delle famiglie avviene su base socioeconomico-culturale piuttosto che sulle effettive attitudini dei figli, è diventato una sorta di status symbol. Diversamente da quanto accade in altri Paesi: in Olanda, per esempio, più della metà degli iscritti frequentano istituti tecnici, in Italia più della metà si iscrivono a un liceo. Non posso escludere che per le famiglie italiane vedere la parola liceo associata a tecnico professionale possa fungere da stimolo».

Il liceo Statale Pietro Giannone di Benevento. (Getty Images)

L’altro punto del decreto è il divieto, pena una sanzione da 200 a 1.000 euro, di presentarsi a scuola con il volto coperto.

«Condivido senza se e senza ma il fatto che a scuola si debba stare a volto scoperto, perché devo riconoscere chi è la persona che ho davanti. Un principio che secondo me non ha fare necessariamente con la religione, io ne faccio una questione di civiltà e di scuola laica. E vale quindi anche per chi il divieto pretenderebbe di indossare un passamontagna o un casco».

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Se dovesse stabilire quali sono le priorità della scuola italiana?

«Dobbiamo lavorare sui livelli di apprendimento generali e sui divari che esistono tra le varie aree geografiche della Penisola. Secondo me è un'emergenza nazionale perché significa che non riusciamo a garantire ovunque il servizio allo stesso livello. E rafforzare l’ambito tecnico-scientifico anche per frenare le derive oscurantiste».

Che cosa propone per migliorare la situazione?

«Secondo me bisogna potenziare l'attività di formazione e aggiornamento dei docenti. Attualmente il contratto collettivo di lavoro prevede un monte di 80 all’anno da dedicare agli organi collegiali (collegio dei docenti, consigli di classe...) all’interno delle quali far rientrare anche la formazione e sono assolutamente insufficienti perché servono davvero praticamente tutte per le cosiddette “riunioni”. Ma in una società in continua evoluzione non basta più la conoscenza di una materia a fare un buon insegnante, occorrono le cosiddette soft skills, cioè sapere come relazionarsi con i ragazzi, come motivarli. E credo che anche questo non debba essere solo una dote naturale, ma che si possa apprendere».

Un messaggio che come presidente dei dirigenti scolastici vuole lasciare alle famiglie italiane?

«Le famiglie possono confidare sul fatto che tutti i presidi sono interessati al benessere dei loro figli, alla promozione sociale, all'integrazione socioculturale nell'ambito delle risorse che di cui dispongono. Mai verranno attuate forme di segregazione, emarginazione di qualunque genere. E mi sento di affermare con convinzione che tutto il personale docente e non docente ha ha cuore il benessere degli studenti: Possono esserci singoli casi di allontanamento da questo principio etico e deontologico, che vanno denunciati senza esitazione, ma il cuore della scuola italiana è solido e forte».