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«La nostra è sempre stata una scuola aperta, di grande inclusione, un modello per il mondo. Negli anni, però, la classe degli insegnanti è stata progressivamente delegittimata». Massimiliano Fiorucci, pedagogista, rettore dell’Università degli Studi Roma Tre, legge anche così gli ultimi avvenimenti nella capitale.


Professore Roma è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa in una scuola media. Perché cresce questa violenza?
«Difficile rispondere, bisognerebbe conoscere meglio e più da vicino la vicenda, i contesti sociali e familiari, le situazioni. Però, a livello generale, secondo me, è sicuramente responsabile il prolungato messaggio di delegittimazione del valore della scuola e dell’educazione. C’è stata una fase storica nella quale gli insegnanti erano considerati figure di riferimento e autorevoli e la scuola era un’istituzione di valore da tutelare, un luogo rispettato da tutte le famiglie non un luogo in cui, come in qualche caso avviene oggi, i genitori vanno a difendere come sindacalisti i propri figli. Dopo anni di deleterio e irresponsabile elogio dell’incompetenza, per cui non c’è bisogno di studiare, di sapere, di conoscere per esprimere una opinione o per svolgere una determinata professione o per affermarsi nel mondo del lavoro, si è delegittimato il valore anche sociale degli insegnanti. Oltre, ovviamente, al peso dello scarso riconoscimento economico di queste figure professionali. E poi è venuta affermandosi la cultura della performance, è stato considerato più importante il risultato, che non il processo e il percorso di apprendimento».
A proposito di risultato, le nuove guide per la scuola mettono al centro il talento e il merito. Questo sarà un aiuto per gli studenti o un peso maggiore?
«Talenti e meriti vanno riconosciuti e valorizzati, ma per come sono formulate le nuove linee guida si rischia di fare in modo che questo ricada sui soggetti, sulla responsabilità individuale piuttosto che sociale. Il punto è che dobbiamo tenere in considerazione i contesti nei quali le persone crescono, le condizioni familiari, sociali, il background culturale, le opportunità, le relazioni, i territori dove capita di nascere. Non c’è nessun merito in questo. C’è sicuramente una dimensione individuale di talento e di merito che va coltivata e assecondata, ma la scuola deve in primo luogo cercare di mettere tutti nelle stesse condizioni. Se potessi indicare una strada direi allora che bisogna privilegiare delle politiche di “discriminazione positiva”, cioè bisogna dare di più a chi ha di meno per fare in modo che tutti possano avere le stesse opportunità di crescere, di emanciparsi, di essere liberi e di far emergere i propri talenti».
In che direzione va la scuola con le nuove linee guida?
«Si afferma, fondamentalmente, un modello di scuola assimilazionista, eurocentrica, trasmissiva e in qualche modo anche autoritaria con poco spazio per la dimensione laboratoriale e dell’apprendimento trasformativo. Penso poi all’uso della storia. Qui c’è più un riferimento a narrazioni moralistiche ed edificanti attraverso molti aneddoti piuttosto che al pensiero critico e alla capacità di utilizzare le fonti storiche. Si va verso una funzione più identitaria, verso la costruzione di un modello di cittadino degli Stati nazionali piuttosto che, come andrebbe fatto in un’epoca come quella che stiamo vivendo, di costruzione di una cittadinanza globale aperta al dialogo e al confronto con gli altri».
Parlando proprio di Storia. Si insiste sull’importanza della Storia dell’Occidente, come se tutto fosse nato da noi. Vede un pericolo in questo?
«L’incipit del programma è folgorante. Vi si legge che “solo l’Occidente conosce la Storia”. È un’affermazione molto forte, problematica, identitaria che sottolinea questo sguardo euro ed etnocentrico. È pericoloso perché, se si guarda solo a se stessi, questo non predispone al dialogo, ma allo scontro».
Ci spiega meglio?
«Perché questa impostazione significa non riconoscere il valore degli altri e il fatto che tutte le culture non sono oggetti separati, non lo sono mai stati. Si tratta di una visione essenzialista. Tutte le culture sono in qualche modo miste, permeate e permeabili. Lo vediamo dalla toponomastica, dal linguaggio, dalle tradizione gastronomiche, dalle parole che usiamo. L’Italia è un territorio da sempre multiculturale e multireligioso. Gli ebrei, per fare un esempio, sono a Roma dal secondo secolo a.C., abbiamo molte minoranze linguistiche storiche in tutta Italia, siamo stati dominati e attraversati attraversati da tantissime popolazioni: dagli arabi, dai normanni, dagli spagnoli, dai francesi, ecc.. Ognuno di questi Paesi e popoli ha lasciato delle tracce nella nostra lingua e nella nostra cultura. E questo l’ha fatta evolvere. Le culture pure, isolate scompaiono, muoiono, di fatto non esistono. Tutti i sistemi culturali sono invece permeabili e dialogici. Le identità sono, di per sé, dinamiche. Solo attraverso il dialogo si può crescere, essere capaci di modificarsi e migliorare se stessi».
Parlando degli arabi mi veniva in mente la parmigiana, ricetta italiana, ma che non avremmo se gli arabi non avessero portato le melanzane nel nostro Paese.
«È assolutamente così. Ci sono tantissimi esempi in questo ambito e penso ai bellissimi libri di Massimo Montanari sull’identità italiana in cucina. In uno dei suoi scritti dal titolo “La Contea di Modica”, Leonardo Sciascia racconta come sia nato quel tipico cioccolato di "inarrivabile sapore, che sfiora l'assoluto". Quel cioccolato è arrivato attraverso gli spagnoli che, da Alicante in particolare, erano andati in centro America e avevano riportato in Sicilia una ricetta azteca attraverso cui si arriva poi alla famosa cioccolata di Modica. Ecco, quindi, che anche le tradizioni più “tradizionali”, in qualche modo, sono il frutto di questi scambi. E ancora pensiamo al pomodoro, alla polenta. Tutti prodotti legati anche alla scoperta dell’America (sarebbe più corretto definirla conquista assumendo il punto di vista delle popolazioni che già vi vivevano) e alla circolazione delle persone, delle merci, delle idee, delle parole. Per questo è antistorico considerare la storia solo dal punto di vista occidentale».
Tra i libri di testo entra anche la Bibbia. Ma si può capire il testo sacro senza la storia dell’Egitto, della Palestina, senza riconoscere la cultura dove quel testo è nato?
«È esattamente qui il problema, quello che lei dice è fondamentale. Ma anche qui mi sembra che si voglia fare una lettura un po’ ideologica della Bibbia e della religione, usandole per consolidare la narrazione sulle radici cristiane occidentali, ma escludendo tutto ciò che ha contribuito a creare e comprendere un testo complesso come quello della Bibbia così ricco e straordinariamente potente. Qui c’è una lettura di parte, forzata, identitaria che è quella che viene proposta dal Ministro Valditara nel libro “Il manifesto per l’Occidente” che ha curato insieme con Giampaolo Azzoni. In questo libro si tenta di delegittimare, senza riuscirci, tutti quegli autori, come Frantz Fanon, Edward Said, ecc. che hanno introdotto uno sguardo critico sull’Occidente e sulle sue responsabilità coloniali e non solo. Con questo non voglio negare i meriti che l’Occidente ha avuto. È il luogo dei diritti, del dialogo e dell’apertura, ma dobbiamo ricordare bene che è anche il luogo dei crimini, è il luogo nel quale sono nati i razzismi, il nazifascismo, i colonialismi, l’olocausto e che continua a tollerare al suo interno forme di integrazione subalterna e nuove schiavitù».
Si insiste anche sull’Odissea. La convince?
«L’Odissea è un racconto straordinario che fa parte della nostra storia. Ma anche qui non si possono capire la storia e la cultura a pezzi. I mondi vanno sempre contestualizzati. Ma quello che mi spaventa di più nelle indicazioni ministeriali è il privilegiare il racconto edificante, l’aneddoto piuttosto che l’approfondimento critico. Questa educazione un po’ moralistica mi sembra che sia un ritorno agli Stati nazionali dell’ottocento, una tentazione non solo italiana, ma del tutto anacronistica»
Eppure la nostra è sempre stata una scuola aperta, vero?
«Straordinariamente aperta, al di là delle retoriche che se ne fanno. Se si vuole imparare dalla Storia ricordiamo i romani che hanno adottato l’editto di Caracalla che concede la cittadinanza a tutti gli abitanti sul territorio, quindi hanno superato lo ius sanguinis adottando lo ius soli. I romani hanno anche inventato il diritto d’asilo e hanno concesso a persone di origini diverse di diventare imperatori, si pensi solo per fare un esempio a Settimio Severo che proveniva dall’attuale Libia. Se ci si vuole rifare all’antichità potremmo imparare questa lezione. Tornando alla scuola, comunque, dal dopoguerra la nostra è sempre stata una scuola inclusiva, che ha superato le classi differenziali, che non ha mai adottato modelli separati per l’inserimento degli allievi con cittadinanza non italiana, che è stata capace di grandi sperimentazioni che hanno portato davvero a realizzare una scuola aperta a tutti. Abbiamo tutta una serie di documenti avanzatissimi dalla fine degli anni Ottanta fino al 2022 proprio sulle tematiche interculturali. Nelle nuove indicazioni, invece, il termine intercultura appare solo qualche volta con riferimento alle competenze e all’apprendimento delle lingue straniere. Uno sguardo chiuso e asfittico».
E invece sull’educazione affettiva. Perché c’è questa grande paura?
«Perché siamo ancora obiettivamente una società patriarcale, quindi un’educazione affettiva seria metterebbe in discussione modelli consolidati che, però, visto quello che sta succedendo, andrebbero messi seriamente in discussione. Nel nostro Paese, col numero di femminicidi che tristemente si registra ogni anno, andrebbe fatto un lavoro profondo sia sugli educatori/insegnanti sia sugli studenti e le studentesse perché siamo tutti un po’ impreparati. Un tema che non è rinviabile anche perché la scuola spesso per alcuni è l’unico luogo dove gli studenti possono conoscere prospettive e punti di vista diversi rispetto anche a quelli dell’ambiente di origine. Non sempre la famiglia trasmette valori positivi. Basti pensare che la maggior parte delle violenze e dei femminicidi avviene in contesti familiari. Un’apertura e uno sguardo diverso sarebbero, allora, sicuramente un’opportunità data sin dall’età più giovane».
È positivo il ritorno del latino?
«Sicuramente è una materia importante. Se avessi potuto scegliere l’avrei messa come materia obbligatoria. Perché se è facoltativa, come è sempre avvenuto, sarà scelta da chi ha più risorse, da chi ha dietro una famiglia che magari ha fatto studi classici, che ha più libri in casa. Diventerà una questione di classe sociale. I più sfavoriti non faranno il latino e quindi saranno di nuovo, a conclusione della scuola, più svantaggiati. Penso che sia, invece, interessante la parte di geografia che ha una dimensione, contrariamente alla parte storica, più aperta al dialogo interculturale. In ogni caso ciò che è preoccupante è l’impianto poco allineato ai tempi e in contraddizione con la grande tradizione della scuola italiana. Una tradizione di inclusione, di apertura straordinarie che ne hanno fatto un punto di riferimento nel mondo per la sua modernità. La scuola che va disegnandosi mi sembra un po’ in contraddizione con quella di dialogo, della libertà, del pensiero critico e dell’emancipazione che poi è, di fatto, la scuola della Costituzione».




