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Ansa
Sono giorni difficili e intensi per il mondo della scuola, e non solo. Le proteste, come spesso accade, sono arrivate dalla Francia e hanno attraversato anche il nostro Paese. A unirle, una richiesta che riguarda il futuro di tutti: una scuola democratica, capace di guardare a tutti allo stesso modo, di garantire pari opportunità e di tornare a essere un collante in una società sempre più divisa in classi, dove le distanze sociali anziché ridursi sembrano allargarsi. C’è qualcosa di diverso in queste manifestazioni rispetto alle proteste che registriamo a ogni inizio d’anno scolastico. Mostrano il volto di Paesi in sofferenza, sociale ed economica. Paesi in cui lo Stato sociale e il welfare arretrano e in cui, nonostante gli ingenti investimenti del PNRR, gli spazi fisici delle aule, delle palestre e, più in generale, dell’edilizia scolastica sono rimasti, quando va bene, quelli degli anni Settanta. In alcuni casi, bisogna andare ancora più indietro. E la sofferenza riguarda anche molti docenti, che vivono sulla propria pelle le difficoltà di una scuola che sembra non investire più su di loro e sulla loro professionalità. Si chiede agli insegnanti di affrontare fragilità sociali, disuguaglianze e conflitti sempre più complessi, mentre troppo spesso si dimentica che anche loro hanno bisogno di risorse, riconoscimento e condizioni di lavoro adeguate.
Non mi ha stupito, quindi, vedere gli insegnanti scendere in piazza accanto alle famiglie e ai propri studenti, arrivando a mettere il proprio corpo a scudo e protezione dei ragazzi. Il corpo dell’insegnante che allarga le braccia per frapporsi tra le forze dell’ordine e i ragazzi è l’emblema più potente di questa fisicità: un gesto che esprime protezione, ma anche un limite. Un limite posto a tutela degli studenti e, insieme, una richiesta di ascolto rivolta alle forze dell’ordine. Un gesto che racconta, forse meglio di tante parole, che cosa significhi essere insegnanti: assumersi una responsabilità che non si esaurisce dentro le mura della classe, ma che si manifesta anche quando il conflitto esplode e qualcuno deve provare a fermarlo. Perché il confronto, costante e continuo, è l’unica strada per prevenire i conflitti. E la scuola dovrebbe insegnare a riconoscere nell’altro qualcuno con cui è ancora possibile parlare. Anche quando il dialogo sembra impossibile, anche quando la tensione prende il sopravvento. In fondo, educare significa anche questo: mettersi in mezzo, non per alimentare lo scontro, ma per impedire che qualcuno si faccia male. Quel corpo che si frappone è stato un momento di luce, un gesto in cui la scuola ha mostrato il suo volto più autentico. Poi, purtroppo, in molte manifestazioni il caos e la violenza hanno preso il sopravvento, finendo per oscurare proprio ciò che avrebbe dovuto restare al centro: le ragioni della protesta. Quando la violenza occupa tutta la scena, le domande che l’hanno provocata scompaiono. E con loro rischia di scomparire anche la possibilità di ascoltare chi è sceso in piazza per chiedere una società più giusta.





