PHOTO
Sul numero 36 di Famiglia Cristiana in edicola da giovedì 3 settembre un’intera inchiesta è stata dedicata al tema.
C'è una buona notizia nel piano annunciato dal Ministro Valditara, e lo diciamo senza riserve. Per la prima volta, l'intelligenza artificiale entra nella scuola italiana con un progetto, una sperimentazione e una valutazione. Non si tratta di accumulare dispositivi, né di inseguire una moda. L'idea, dichiarata, è che al centro resti l'insegnante. Duecento milioni per la formazione dei docenti, metà dei quali dedicati alla prevenzione, mostrano che il Ministero ha intrapreso una strada che auspichiamo da anni. Il problema non è mai lo strumento, ma la cura con cui lo affidiamo a chi cresce.
Proprio per questo, però, bisogna andare oltre gli annunci. È utile farsi la domanda che ogni insegnante si fa quando arriva qualcosa di nuovo in classe. Che rapporto ha con la crescita dei ragazzi?
Un assistente virtuale che personalizza i percorsi può alleggerire il carico, ripetere le spiegazioni e seguire i tempi di ciascuno. Tuttavia, educare non significa solo consegnare contenuti su misura. Vuol dire stare in una relazione dove qualcuno ti guarda, ti conosce e si accorge di te. Se un algoritmo può dirti dove sbaglia un ragazzo, solo un adulto può chiedersi perché. I primi dati mostrano apprendimenti migliorati di un punto, e va bene. Ma nessun test misurerà mai la cosa che a scuola conta di più: essere visti, sentirsi parte di qualcosa.


Se la formazione dei docenti si limiterà alla parte tecnica, cioè come si usa lo strumento, avremo insegnanti più aggiornati, ma ragazzi ugualmente soli. Se sarà pedagogica - cioè quando lo strumento serve, quando toglie, quando va spento - allora quei duecento milioni saranno spesi davvero.
Il punto più delicato del piano è la promessa di “individuare le fragilità degli studenti". Da educatori dobbiamo dirlo senza riserve: le fragilità non si individuano e basta, si incontrano. Non è solo una questione di parole, un dato che segnala un ragazzo in difficoltà, senza un adulto disposto a sedersi accanto a lui, non fa prevenzione. Il pericolo è quello di applicare un'etichetta che rischia di pesare più del problema.
La tecnologia può aiutare a vedere prima, in questo senso più riversi preziosa. Poi servono tempo, ascolto e servizi che, quando presenti, sono spesso saturi. Resta il fatto che nessun software si prende cura di nessuno. Se il piano non investe altrettanto sugli adulti che raccolgono ciò che l'algoritmo segnala, avremo occhi elettronici molto acuti e braccia sempre troppo corte.
E poi c'è quello che i ragazzi vivono già, fuori da ogni sperimentazione. L'intelligenza artificiale non li aspetta in classe, ce l'hanno in tasca. La usano per i compiti, certo. Sempre più spesso però le affidano dubbi, insicurezze, confidenze. La nostra ricerca “Cuori e Algoritmi", su 1.300 adolescenti, ci ha mostrato un dato che mette in discussione prima le coscienze rispetto ai programmi scolastici. Per molti di loro il chatbot non è uno strumento, ma un interlocutore. Risponde sempre, non giudica mai, non si stanca. Ecco perché la vera sfida educativa non è tanto insegnare l'IA come materia, quanto restituire ai ragazzi l'esperienza di relazioni umane che valgano la fatica che richiedono. È questa la vera sfida che attende la scuola, ma non può vincerla da sola. Servono i genitori, che per primi mettono quegli strumenti nelle mani dei figli. Serve anche una comunità educante che non deleghi né agli insegnanti né tantomeno a una macchina la crescita delle nuove generazioni.
La direzione del piano è giusta, ma il suo successo di questa sperimentazione non si misurerà in punti INVALSI. Dipenderà da quanto gli adulti capaci di esserci, piuttosto che da essere rimpiazzati dall’IA. Insegnanti formati a educare alla tecnologia e non tramire la tecnologia. Genitori alleati e non spettatori. Ragazzi che davanti a una macchina che risponde a tutto abbiano ancora voglia confrontarsi e di apprendere da qualcuno che non sia un algoritmo. L'innovazione non può spaventare, ma diventa disumanizzazione se gli adulti di riferimento si fanno da parte. Un rischio che lo Ministro stesso evoca. Il nostro compito, quindi, è lavorare perché non accada. Nelle scuole, con i docenti, accanto alle famiglie. Dalla parte dei ragazzi, per un futuro realmente possibile.










