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Carissima collega,
noi facciamo lo stesso lavoro, anche se insegnare è diverso per ciascuno. Differenti sono le classi, i contesti, gli alunni, gli edifici scolastici, le materie. Però ci accomuna una soglia, la stessa per chiunque entri in un’aula: la soglia dell’altro. Entriamo in classe come ci si tuffa in piscina senza conoscere mai perfettamente la temperatura dell’acqua. I ragazzi e le ragazze possono sorprenderci, entusiasmarci, deluderci, qualche volta ferirci. A te è accaduto nel modo più doloroso. Ti auguro di guarire presto.
Ho letto le buone parole che hai dedicato al ragazzo che ti ha aggredita: hai detto di averlo perdonato, di volerlo incontrare. A salvarti è stato un altro tuo alunno di tredici anni, di origine congolese, che si è lanciato contro il compagno e lo ha disarmato.
Quando ti hanno chiesto se questo episodio avesse cambiato le tue idee sulla remigrazione hai risposto di no. Hai aggiunto che quel ragazzo ha tutti i diritti di stare qui, e che se non fosse regolare non sarebbe tuo alunno. Eppure, per chi come noi ogni giorno attraversa la soglia, la parola “regolare” non ha molto senso. Nel nostro lavoro le categorie perdono compattezza, si sgonfiano. Davanti a noi siedono i singoli: il migrante regolare e l’irregolare, l’italiano e lo straniero. Siedono Amir che non porta mai il quaderno, Francesca che sa tutte le risposte, Irina che aiuta il compagno in matematica, Alessio che da un po’ di
tempo ha un’aria strana, e nessuno riesce a capire perché. Li chiamiamo per nome ogni mattina. Facciamo l’appello.
La scuola pubblica italiana possiede questa peculiarità: accoglie anche chi, secondo le definizioni dello Stato, occupa una posizione incerta.
Un minore straniero ha diritto all’istruzione indipendentemente dalla regolarità del soggiorno. Come sai, lo stesso ragazzo che ti ha aiutata avrebbe dunque potuto trovarsi nella tua classe anche da irregolare perché l’articolo 34 della Costituzione, che ogni insegnante conosce, dice che: «La scuola è aperta a tutti». E si sarebbe probabilmente comportato nello stesso modo, con lo stesso coraggio.
Le parole con cui discutiamo di immigrazione: sicurezza, confini, rimpatri, remigrazione possono sembrare nette finché restano nel dibattito pubblico, finché sono etichette con le quali semplificare la realtà, bollini con cui vengono suggellati patti elettorali. Poi suona la campanella e quelle categorie entrano dalla porta con uno zaino sulle spalle, le ideologie diventano dita che si muovono svogliate su un quaderno, gambe che corrono verso la palestra, facce che tradiscono un disagio, occhi che brillano per una scoperta, mani che feriscono, a volte, o che suonano con grazia infinita uno strumento musicale. E proprio la tua storia lo dimostra nel modo più evidente: il tuo studente di origine congolese non rappresenta l’immigrazione e tu non rappresenti un’idea politica, ma siete semplicemente un alunno e la sua professoressa. Eravate nella stessa acqua. Lui ti ha vista in pericolo ed è intervenuto.
La scuola vive quotidianamente dentro questa complessità, chiede a persone diversissime di condividere uno spazio, una lingua, alcune regole, una storia. A volte ci riesce, a volte fallisce clamorosamente.
Eppure resta uno dei pochi luoghi in cui l’appartenenza non è scritta su un documento di identità ma si costruisce in presa diretta: da banco a banco, da corridoio a corridoio, attorno allo spazio della cattedra, luogo geometrico degli equilibri della classe.
Poi certo, gli insegnanti hanno idee politiche, come tutti, votano, discutono, si dividono. Ma ogni mattina entrano in aula e lì incontrano quella soglia dell’altro che è sempre instabile, sempre da negoziare, non somiglia a un confine ma a una domanda: che cosa succede alle nostre convinzioni quando la persona che abbiamo davanti non coincide più con la categoria in cui l’avevamo sistemata? È una domanda che facciamo continuamente ai ragazzi. E vale anche per noi.






